Mese: novembre 2013

La terra dei cachi e quella dei tranvieri (Settimana 47)

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La settimana è iniziata come peggio non poteva, con le splendide terre di Sardegna devastate da piogge torrenziali che hanno lasciato dietro di sè solo morte, dolore e spazi da ridisegnare e ricostruire. Famiglie che piangono bimbi, uomini, donne ed anziani che sono stati colti dall’alluvione senza possibilità di salvezza. Ma la cosa che più di tutte fa incazzare in questi casi, ed in Italia almeno è sempre così, è che non è solo la forza distruttiva della natura a portare via vite, case e cose. C’è come sempre una correità gravissima di molti altri esseri umani dietro a queste tragedie. In primis, ma non per colpe maggiori, chi doveva dare l’allarme e non l’ha dato. O peggio chi non l’ha recepito per svariati motivi, per essere sordo, per non creare falsi allarmismi (magari perché prendersi le responsabilità che ti spettano non è da tutti), per negligenza e pigrizia. Ma ancor più grave è come al solito l’incuria del territorio, la cementificazione selvaggia che porta a costruire dove non si deve o dove non si può finché non arriva un condono edilizio a sanare la situazione, cosa puntualmente arrivata anche ad Olbia e dintorni. E chi ha causato questo, la classe politica di destra o sinistra che sia, adesso chiede aiuti e piange (per pochi giorni credo io, giusto il tempo di digerire le lacrime da coccodrillo) per le vittime dell’alluvione. Mentre alle spalle altri politici saranno già pronti a speculare su quel dolore per poter un giorno essere al posto di chi comanda oggi, facendo proclami su proclami per la messa in sicurezza del territorio. E ci sarà chi lo dice in buona fede, non potendo magari farlo per la solita mancanza di fondi che in Italia è ormai un mantra, chi invece non lo farà perché converrà non farlo, politicamente o per altri motivi facili da intuirsi. Però in un momento di crisi economica come quella attuale, ci rendiamo conto che la messa in sicurezza del territorio è la vera grande opera pubblica su cui investire per salvaguardare i cittadini e nel contempo creare posti di lavoro, aumentando quel maledetto Pil su cui si discute in termini decimali da tempo? …mi viene un sospetto…perché non si fa e si pensa alle grandi opere, a seconda del momento, solo in termini di TAV e di ponte sullo stretto? Forse molti miliardi su una singola opera si prestano meglio al controllo da parte di qualcuno? C’è troppa dispersività pecuniaria nel distribuirli a pioggia in paesi e città sotto il controllo di piccole amministrazioni locali, di solito più efficienti e scrupolose nell’amministrazione economica e patrimoniale, di quanto non facciano le grandi istituzioni del paese? Come sempre mi compiaccio nel fare peccato pensando male…

Sulla Sardegna si è assistito anche all’ennesimo scontro in casa PD tra le varie anime del partito. Credo che ormai ci sia disaccordo anche su come pagare le bollette della luce delle varie sezioni…nella fattispecie Civati ha proposto, giustamente, di devolvere i due euro di chi andrà a votare per le primarie alla Sardegna, mentre Renzi si è detto contrario (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/19/pd-civati-2-euro-primarie-alla-sardegna-renzi-meglio-far-rispettare-le-regole/783329/) dicendo che “un partito non affronta i problemi facendo regali”. Ora…Renzi è nato nove anni dopo l’alluvione di Firenze, ma avrà qualcuno in casa che gli racconterà, a lui sindaco di quella cittá, quello che hanno passato in quei giorni i suoi concittadini, magari anche i suoi parenti? Che non è un regalo quello proposto da Civati, ma una mano concreta, o volesse essere anche solo simbolica, a povera gente che ha perso tutto mentre lui era in tutte le Tv possibili a salmodiare e a parlare di tutto lo scibile umano, con supercazzole di cui non sarebbe degno neppure il conte Mascetti? In altri momenti confesso di averlo sentito più concreto, più con i piedi per terra e di avere anche visto con interesse la sua candidatura. Ora mi pare voglia davvero esagerare. E non mi sembra proprio tempo di voli pindarici.

Renzi e Civati, al pari di Cuperlo, hanno tuonato nei primi giorni della settimana, contro la Cancellieri, arrivando a chiederne a gran voce le dimissioni. E spingendosi fino, nella fattispecie Civati, a dire che se il partito non voleva per presa di posizione (!!!) votare la mozione dei  5 stelle sulla sfiducia al ministro, il suo gruppo ne avrebbe presentata una autonoma interna al PD. Dopo tanto abbaiare è bastato che Letta minacciasse una caduta del governo (vuoi vedere che il regista dell’operazione fosse ancora il solito ottuagenario???) per fare rientrare tutti nei ranghi, Cuperlo e Renzi per primi ed il leone da tastiera Civati per ultimo. Che non ha mancato di esprimere il dissenso come i bambini a cui viene tolto il giocattolo nell’ora della pappa, lamentandosi e frignando sui social network. Caro Civati, lasciami dire una parola, facendo così sarai sempre funzionale a Letta tanto quanto i Cuperlo o i Renzi (il più scaltro dei tre e per questo quello che mi fa più paura). Ad una cane non basta togliersi la museruola per essere pericoloso, bisogna che qualcuno gli tolga il guinzaglio e se non c’è chi lo fa, i cani davvero incazzati lo rosicchiano tanto finché non se lo strappano dal collo. Io credo che sia giusta la battaglia che tu fai o dici di fare all’interno del tuo partito. Ma è davvero efficace, cui prodest? I numeri ti stanno dando torto, perché non capisci che lì dentro stai combattendo (se lo fai davvero) una battaglia già persa? Perché non pensi a dar vita ad un nuovo soggetto politico, visto che sei in disaccordo praticamente su tutto quello che sta portando avanti il partito? Lo farai una volta perse le primarie? Continuo a pensare male e a non pentirmene…e quindi credo di no, forse proprio per il fatto che ti spaventa l’esiguità dei tuoi numeri ed hai paura a cercartene altri al di fuori del PD e ti dirò che finché ci sarà il porcellum ti gioverà (è questo il vero motivo per cui neanche voi avete appoggiato la mozione di Giachetti, se non a parole come sempre?) perché, nel nome del pluralismo, farà sempre comodo al partito una voce dissonante, se arriva da chi ha il dito pronto a pigiare sempre sul pulsante giusto

Per un’Italia che da troppo tempo ormai mi fa vergognare, questa settimana a Genova ne ho trovata una che mi riempie d’orgoglio, quella dei tranvieri e dei lavoratori dell’Amt che per tutta la settimana hanno incrociato le braccia per protestare contro la ventilata, o forse già decisa, privatizzazione dell’azienda di trasporto pubblico locale. Con una straordinaria unità dei tranvieri che non hanno arretrato di un passo neppure di fronte alla precettazione del prefetto e una solidarietà arrivata da gran parte della città, pur messa in grande difficoltà dallo sciopero, il comune, l’azienda stessa e la regione Liguria hanno trovato l’accordo (e i soldi) per tamponare la situazione e scongiurare la privatizzazione del trasporto pubblico. Quello che comunque ha messo in evidenza questa battaglia è lo scollamento tra la classe politica e le istanze della gente. Una politica che in questo caso non solo non ha appoggiato la battaglia ma ha fatto di tutto per osteggiarla fino alla resa finale. E personalità politiche davvero di basso livello visto come ne sono uscite dalla trattativa. Il “buono per tutte le stagioni” (specie quella autunnale dei funghi) Burlando, mai in mostra e silente fino alla fine, visto il raggiungimento dell’accordo che coinvolge la regione, forse ne è pure uscito discretamente, da politico di professione qual è. Anche se di certo non credo riscuoterà più molte simpatie (se ancora ne aveva) tra i manifestanti. Sempre in primo piano invece il sindaco Doria, visibilmente in balia degli eventi e impaurito dalla rabbia della gente (umanamente comprensibili sia la rabbia che la paura). Sarebbe interessante capire se Doria sia arrivato nel momento sbagliato o nel momento giusto per coloro che lo hanno lasciato da solo a metterci la faccia…Comunque mettiamola così…io non so se quello raggiunto sia un buon accordo. Ho molti dubbi ma pochi elementi per giudicare. Ma credo che qua ci sia stata una svolta importante, la presa di coscienza di una forza che se parte dal basso, con delle ragioni, difficilmente la si può imbrigliare. E il fatto che se glí accordi verranno disattesi questa gente avrà ancor meno paura di prima, con i politici che si sono accorti di non essere intoccabili. Egoisticamente devo anche però aggiungere una cosa: è un peccato che non ci sia stata la possibilità di vedere via via mobilitata l’Italia intera, poteva essere una bella occasione per tutti, non solo per i tranvieri. Comunque per il momento mi accontento di respirare già un’aria più pulita…

Falchi, colombe ed allocchi (Settimana 46)

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L’altro giorno, comprando e sfogliando come tutti i giorni La Repubblica (ebbene sì, prima o poi mi disintossicherò e riuscirò a convincermi di non comprarla più), credevo in realtà di avere comprato per sbaglio Airone. Falchi, colombe e addirittura falchetti, messi in gioco dal giornalista nel descrivere le lotte interne al PDL. E la cosa è avvenuta anche nei giorni successivi, in cui non passava giorno che l’ornitologia non prendesse il sopravvento sulla politica, con noi lettori annoiati e schifati, a girar pagina alla ricerca di articoli più interessanti. Poi c’era la pitonessa Santanchè a sguinzagliare i falchetti, il cagnolino Dudù a svegliare Silviuccio al mattino (ma non era lui che non dormiva mai per colpa dei giudici cattivi?) leccandogli i piedi e il Vespa a scrivere il suo libro con le rivelazioni del cavaliere. Uno zoo insomma, come in effetti sembra la politica al giorno d’oggi.

Ma se Atene piange, Sparta non ride. E mi riferisco al livello del nostro giornalismo, autore di questi mirabolanti articoli. O di scoop come quello de Il Corriere della Sera del 3 novembre (http://archiviostorico.corriere.it/2013/novembre/03/Dudu_saga_continua_giochi_con_co_0_20131103_f5bb866a-4452-11e3-ad67-3333ff2de28e.shtml) che ci ha parlato a lungo dell’amichetta di Dudù (ebbene sì, ancora lui, il cagnolino della fidanzata del cavaliere). Giornalismo che è ridotto quindi in molti casi alla ricerca di gossip più che di notizie. Ma anche giornalismo che quando va bene è solo pappa e ciccia nei confronti del potere, quando va male, non solo non informa (omettendo quindi ciò che fa comodo) ma addirittura disinforma e mistifica, che è anche peggio del non informare. E mi torna in mente a tal proposito un episodio del gennaio 2002, allorchè ci è stato raccontato della fuga nel deserto del mullah Omar, capo dei tabelani, a bordo di una motocicletta, braccato e circondato dai Marines e dalle forze armate statunitensi. Mi ricordo ancora la faccia impassibile di Giorgino al TG1 (a giudicare dalla sua espressione forse se l’era bevuta davvero) parlare di questa fuga inverosimile con gli elicotteri statunitensi che ne avevano perso le tracce. Ma se la zona era presidiata, secondo voi, gli USA non avranno avuto dei satelliti a controllare la zona e a vedere la direzione presa dal capo talebano??? E un elicottero, oltretutto, non sarà un po’ più veloce di una moto, sempre che il mullah ne avesse una? Peccato che sembra che Omar, nei giorni precedenti alla fuga, si fosse reso disponibile a collaborare e questo forse non piaceva veramente agli USA…

Poi ci sono volte in cui invece il giornalismo fa il suo mestiere e allora alla politica non sta bene. E questa settimana ci sono due casi di cui parlare in tal senso. Il primo riguarda il dossier de L’Espresso sulla “Terra dei fuochi” (http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/11/13/news/bevi-napoli-e-poi-muori-1.141086) in cui si mette in luce di come, in seguito al seppellimento dei rifiuti tossici avvenuti nel tempo con la complicità della camorra, rivelati dal pentito Schiavone, le falde d’acqua in Campania siano altamente inquinate. Tanto che già nel 2008 uno studio americano (poi qualcuno mi dovrà spiegare perché sono dovuti venire gli americani ad indagare) aveva segnalato la tossicità dell’acqua, i cui valori erano talmente al di fuori dei parametri da rischiare di provocare tumori in chi ne faceva uso. L’Espresso ha così titolato la copertina “Bevi Napoli e poi muori” scatenando le ire dei politici campani, in primis del sindaco di Napoli De Magistris (che ad onor del vero, finora, avevo sempre stimato), il quale ha richiesto un milione di euro quale risarcimento danni al settimanale. Ora, capisco che l’immagine della Campania ne esca male dall’inchiesta, ma a danneggiare quell’immagine, in primis, sono le autorità che negli anni hanno permesso questo scempio del territorio. Ed allora perché non chiedere loro (presidenti di regione, di provincie, sindaci) questo risarcimento, anziché ad un giornale che non ha fatto altro che il proprio mestiere?

Altro caso è quello della telefonata, pubblicata dalla tv de Il Fatto quotidiano (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/11/15/ilva-audio-choc-di-vendola-risate-per-domande-sui-tumori-di-cronista-a-emilio-riva/253445/) di Vendola ad Archiná, responsabile delle relazioni esterne Ilva, in cui Vendola, presidente della regione Puglia, ride (e non poco!) del gesto felino, come sottolinea lo stesso Vendola, con cui Archiná strappa il microfono dalle mani ad un giornalista che stava chiedendo conto a Riva dei tumori accusati dagli abitanti di Taranto, messi in relazione alla presenza e all’operato sul territorio dell’Ilva. A prescindere dalla stupidità della cosa, per cui non riesco a capire cosa ci sia di tanto divertente, la gravità del gesto è enorme. Primo perché viene vilipeso il lavoro di quel giornalista, in barba al diritto d’informazione, secondo perché (e il contenuto della conversazione che segue lo dimostra) si capisce il rapporto confidenziale, troppo confidenziale, tra una carica politica così importante (presidente di regione) ed un imprenditore privato, per cui Vendola si dice sempre disponibile. Ora, la disponibilità è una cosa che credo sia giusta. Tutti vorremmo avere una classe politica disponibile ad ascoltarci. Ma intanto non a tutti accade, forse succede se ti chiami Ligresti o Riva. Per contro, l’essere così sfacciatamente compiacenti è tutt’altra cosa. Adesso Vendola, dopo aver chiesto giustamente le dimissioni della Cancellieri, con altrettanta velocità felina, pari a quella dell’amico Archiná, mi piacerebbe che si dimettesse egli stesso, anziché prendersela con Il Fatto quotidiano, parlando di manovra lurida e di sciacallaggio. Eppoi perchè quello che vale per gli uni (pubblicazione delle intercettazioni) non deve valere per altri? Se ci si schiera contro Berlusconi e il PDL che vogliono secretare le intercettazioni che li riguardano, perchè la regola non deve valere oggi per Vendola?

E così, dopo i falchi, le colombe e i falchetti, arriva Vendola a candidarsi per la figura dell’allocco. E direi che la candidatura avanzata in questo contesto è di tutto rispetto, per l’amor del cielo. Ma per questo ruolo Nichi non ha fatto i conti con noi elettori che, ci potete giurare, non gli daremo certo vita facile

Il mio Faber quotidiano

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“Sale la nebbia dai prati bianchi, come un cipresso dai camposanti e un campanile che non sembra vero segna il confine tra la terra e il cielo…”. Erano i primi di novembre del 2003 e in quei giorni, con le ultime energie addosso, mio nonno lottava per restare aggrappato a questo mondo. La tristezza di quei giorni, quando ormai l’ineluttabile si avvicinava, era un tutt’uno col clima di quella giornata che dalle nostre parti è ormai più invernale che autunnale e le note di De André acuivano ancor più quella tristezza, uscendo dallo stereo al ritmo delle lacrime dai miei occhi. Nei giorni successivi alla morte di nonno Beppi, avvenuta il 5 del mese, riascoltavo quella canzone come un mantra, per ricordare e metabolizzare il dolore e solo allora ho riflettuto di come Faber, che conoscevo ed amavo da tempo, aveva accompagnato molti degli eventi, felici e meno, della mia esistenza. E che non passasse giorno che alcune sue canzoni, alcune parti di esse mi tornassero alla mente nei momenti più disparati della giornata. Ho iniziato ad amarlo con i classici, ascoltati ai tempi delle scuole medie, da La guerra di Piero, studiata anche come poesia, a La canzone di Marinella, che scoprii in seguito essere stata portata al successo da Mina. Da Via del Campo, poi diventata meta di pellegrinaggio a Bocca di Rosa, quella che metteva l’amore sopra ogni cosa. E che, ancora troppo ingenuo, iniziavo a capire solo vagamente di cosa parlasse. Venne poi il momento che mio zio Fabrizio, mio vero ”educatore” in campo musicale, negli anni delle scuole superiori, tra cassette dei Genesis, di Guccini (altro mio cantautore maestro di vita, al pari di Faber) e dei Pink Floyd, me ne portasse ovviamente anche alcune di De André. Tra queste ricordo perfettamente la copertina di Volume 3 dove ho ritrovato La guerra di Piero e La canzone di Marinella, ma le canzoni che più mi avevano colpito erano La ballata dell’eroe, altro pezzo anti bellico, forse meno conosciuto de La guerra di Piero, ma altrettanto profondo, Il testamento e La ballata del Michè, dove tra ironia e frasi tombali (v. il finale de Il testamento), lasciava un segno indelebile sulla mia coscienza politica e civile in formazione. Col passare del tempo sono andato ovviamente ad approfondire musica e parole di Faber e scoprivo che ogni volta, nelle stesse canzoni già conosciute, come mi capita ancor oggi, trovavo nuove emozioni e nuova poesia. Ogni età ha il suo perché nell’ascoltare Fabrizio. Ed allora approfondisci la storia che ruota intorno alle sue canzoni, scopri il ’68 ne La canzone del maggio o ne Il bombarolo. E capisci quanto lui fosse veramente avanti (anni luce!!!) rispetto non solo ad altri cantautori, ma a tantissime persone non solo della sua generazione ma anche delle successive. Chi ti scrive un concept album come La buona novella nel 1969 (uscirà poi in disco nel 1970), anni ancor bui e di sommossa in Italia, è forse meno rivoluzionario di chi sta in piazza a protestare e a far casino*? Chi ti scrive, e siamo già nel 1981, Hotel supramonte, in cui Faber perdona i suoi rapitori, non vuole dare un messaggio al mondo, all’uomo, ancor più forte di coloro che lo hanno sequestrato? Se comunque devo parlare del MIO Faber, di quanto lui abbia influito sulla mia formazione,  allora mi viene in mente, per esempio, come, con la formazione cattolica da me ricevuta, io abbia rielaborato il concetto di suicidio alla luce di Preghiera in gennaio, a come La buona novella l’abbia trovata decisamente più vicina a me e all’uomo in generale, di quanto vi trovi i Vangeli riconosciuti dalla Chiesa ed a come essere dalla parte degli ultimi sia così tremendamente difficile ma non impossibile, pur dovendo mettere da parte molta della nostra ipocrisia. Mi rendo conto, che ne so, che più della Chiesa, nel fare quella poca beneficenza che posso fare, in me abbia influito, oltre alla mia famiglia, proprio Faber. Vi sono poi, nelle canzoni di De André, delle immagini che mai mi potrò togliere dalla testa e di cui continuerò ad essergli grato. Immagini rese in poche parole, come sanno fare tutti i grandi poeti e comunicatori. Immagini che mi mettono la pelle d’oca ogni qualvolta in cui ripeto o canto tra me e me le parole e le musiche che le hanno generate. “Le dita troppo secche per chiudersi sopra una rosa” di Giuseppe all’incontro con Maria, ne L’infanzia di Maria e ne Il sogno di Maria, in cui lui vuole accarezzare il viso della giovane moglie e si rende conto che i “vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte”; le vene celesti dei polsi degli zingari con cui “anche oggi si va a caritare”, in Khorakhanè. E per tornare a La buona novella, mio album preferito insieme a Non al denaro, non all’amore nè al cielo, che dire della sua Ave Maria, in cui la donna, con in grembo il suo Gesù, è “femmina un giorno e poi madre per sempre, nella stagione che stagioni non sente”, inno alla maternità che forse neppure una donna e madre potrebbe in pochi versi realizzare così pienamente. Ci sono poi altri versi di De André che mi accompagnano in occasione di eventi particolari. Versi come “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati” che lui in Giugno ’73 dice a proposito di un amore finito. Io lo ricordo ogni qualvolta mi viene a mancare una persona cara, trovandovi sicuramente più consolazione di quanta ne trovi nella preghiera. Ed è vero che non era quello il contesto descritto da Fabrizio, ma, mi dico, un amore che finisce non è un po’ una morte che ci portiamo nel cuore? E finisco con le citazioni in maniera più leggera, dicendovi che nella mia giornata, non mancano quasi mai, quando uso il martello o la pialla, le note di Maria nella bottega di un falegname, dando il ritmo ai gesti del mio lavoro.

Mi chiederete cosa c’entra quest’articolo col mio blog. Ed allora rispondo con poche parole, dicendovi che la musica nella resistenza fisica di tutti i giorni è fondamentale, allontana i brutti pensieri e ci fa sentire meglio dentro, ci restituisce  l’uomo che è in noi anche quando il lavoro e le brutture di tutti i giorni ce lo fanno dimenticare. E riguardo al parlare all’uomo dell’uomo, per me De André non aveva e difficilmente avrà mai eguali. Mi resta il rammarico per tutto quello che ci avrebbe potuto ancor dare in questi anni difficili, in cui le frustrazioni divorano i nostri ideali e le nostre stesse esistenze. Chissà di cos’avrebbe parlato, quali allegorie avrebbe usato. Ed in un periodo di santificazioni, vi dico che per me, senza blasfemia, la perdita più importante dell’ultimo ventennio resta senza dubbio la sua

 

*Merita una menzione la spiegazione che diede Fabrizio a chi gli chiedeva il perché di un disco simile mentre i suoi coetanei scendevano in piazza contro il potere. Lui rispose così: Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali.

Settimana 45 ovvero quella del sindaco ribelle

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D’accordo, sarà stato anche un gesto forte, non proprio istituzionalmente corretto, ma quello del sindaco di Messina, Accorinti (http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Accorinti), che sventolando la bandiera della pace alla festa delle Forze armate del 4 novembre ha voluto esprimere il suo dissenso alla politica militare italiana, a me ha ispirato grande simpatia. Spero vivamente che il suo sia un gesto sincero, non ispirato da opportunismo mediatico, come alcuni potrebbero pensare. Io voglio credere alla sua buona fede, nel manifestare apertamente e senza remore un sentimento condiviso da molti suoi concittadini e compatrioti. Ed il gesto è avvenuto proprio di fronte a chi è più coinvolto sulla sponda opposta, quelle forze armate che attualmente, forzando la nostra Costituzione nel suo articolo 11, sono protagoniste non solo nel presidiare e difendere i confini patrii da offese armate esterne, ma soprattutto  nel partecipare alle “missioni di pace” all’estero. Oltretutto ancor più significativo è quanto detto nell’occasione da Accorinti e cioè che si sono spesi 20 miliardi (!!!) in tre anni per gli armamenti, mentre molti italiani non hanno neppure da mangiare, come succede a molti suoi concittadini.  Meno il gesto è piaciuto al ministro D’Alia, che ha bollato la cosa come una provocazione demenziale e dicendo che il sindaco deve rappresentare tutta la cittadinanza e non solo una parte di essa. D’Alia ma cosa sta dicendo? Allora io se sono un ministro devo rinunciare alle mie idee per non scontentare quelle altrui? A me queste parole mi pare abbiano una matrice fascistoide, non so se voi la leggete allo stesso modo. Mi sembra un modo per zittire il dissenso, per lo più manifestato da chi vuole portare avanti le istanze dei ceti più deboli della società, quella maggioranza silenziosa che è sempre più stretta tra le mura, sempre più alte, costruite dalla minoranza ancora benestante.  Al di là delle idee politiche di ognuno di noi, vedo positivamente questo fatto poiché per me è il gesto di chi finalmente gira le spalle a chi è più in alto per volgere lo sguardo a chi è in basso, e che vota ancora, sempre più svogliatamente, nella speranza di trovare “uno di loro” ad amministrarli.

 

Tutto questo mi fa da preambolo per parlare del ruolo dei nostri amministratori locali, premettendo che parlo di quelli della valle Stura (Rossiglione, Campo Ligure e Masone) ma credendo che il discorso vada esteso a tutti i sindaci e le amministrazioni cittadine d’Italia. Altra premessa d’obbligo è che reputo il loro incarico, di questi tempi, gravoso e difficile e che non so se sarei in grado di fare di meglio. Ho seguito però da vicinissimo la vicenda TARES con gli aumenti abnormi giunti a tutti i cittadini ed ancor più ai commercianti, in particolar modo a quelli di Rossiglione ed ho letto con interesse il manifesto affisso per conto dell’Unione dei comuni (Mele, Masone, Campo Ligure, Rossiglione e Tiglieto) , che sta gestendo la raccolta dei rifiuti e l’imposizione fiscale che ne deriva. Vi ho trovato spunti interessanti (per la cronaca sono dovuto andare a leggerlo a Campo Ligure, poiché, non ne so il motivo, a Rossiglione dove risiedo non è stato affisso) che andrebbero dibattuti e in alcuni punti smentiti o approfonditi meglio. Ma la cosa che più mi ha colpito è il finale del manifesto in cui gli amministratori, dispiacendosi per l’accaduto, sottolineano come purtroppo il loro ruolo in materia fiscale sia ormai ridotto a quello di semplici esattori per conto dello stato. Ci sarebbe da dire che non è proprio così, che alcune scelte restano nelle loro prerogative ma prendiamo la frase per oro colato. Ora, siccome il mio blog è per mia scelta semiserio (v. excursus alla Settimana 43, https://casafeliceblog.wordpress.com/2013/10/26/settimana-43/), mi viene in mente una battuta presa a prestito da un carissimo amico. E cioè che nella storia di Robin Hood, lo sceriffo di Nottingham era ben più odioso del principe Giovanni. Ma restando seri, una resa così franca e chiara sinceramente è la prima volta che la leggo su un manifesto di un’amministrazione. E mi fa specie, mi fa imbufalire come dovrebbe fare imbufalire tutti i cittadini e ancor più quegli stessi amministratori che subiscono questa situazione e che vedono svilito così il loro incarico. E mi domando se non sia possibile e non sia quindi venuto il momento di gesti eclatanti da parte dei nostri amministratori, che non si limitino a scaricare il barile (sempre più pesante) su noi cittadini, ma facciano qualcosa come il sindaco di Messina. Quando mai verrà il momento di sentire un nostro sindaco, un nostro assessore parlare chiaro alla cittadinanza, spiegando la gravità della situazione e confrontarsi con la popolazione su cosa questa vorrebbe che si facesse in casi così gravi? Attenzione, non inseguo il credo grillino, come qualcuno mi potrebbe contestare, che tutto deve passare attraverso la rete e il consenso popolare. Questo no, si delega ad un’amministrazione ciò che è in suo potere di fare, con la massima indipendenza nei limiti del mandato. Ma di fronte a tanta impotenza, in misure così gravose per la popolazione o una parte di essa, perché non spiegare pubblicamente come stanno le cose? Ecco, lo ripeto, io non invidio i miei amministratori e non vorrei essere al loro posto in certi frangenti. Ma se ci fossi stato mi sarei, in un caso così serio, confrontato con i miei compaesani. Magari offrendo come gesto estremo le mie dimissioni (e non votando a favore una delibera così gravosa) e pensando, perché no, di far commissariare il comune pur di far sentire la mia voce a chi di dovere. Ora, immaginatevi (capisco che può sembrare folle) tutti i sindaci d’Italia a portare simbolicamente le proprie fasce tricolori e le chiavi di tutti i comuni in Prefettura. Credete che non si risveglino le pigrissime coscienze romane? Purtroppo, se la situazione è questa, uno dei problemi più grossi non è proprio ridiscutere il ruolo degli enti locali, che giustamente molti difendono coi denti, in quanto punto di contatto del cittadino con lo stato e presenti sul territorio in maniera capillare? Io non posso più sopportare di vedere quel barile rotolare sempre verso il basso e vedere i miei amministratori trasformarsi negli sceriffi di Nottingham senza un cenno di ribellione verso l’alto. Prima o poi qualcuno di loro, dovrà gridare “Che l’inse!”…io credo che a quel punto saranno in molti a seguirlo

 

La settimana iniziata col gesto del sindaco Accorinti, è proseguita con le succose rivelazioni che tutti gli italiani attendevano con trepidante attesa sui contenuti del nuovo libro di Vespa, colui che a dispetto del nome, non punge mai i potenti suoi ospiti. E naturalmente protagonista delle sue pagine non poteva che essere una volta di più Silvio da Arcore. Che, degno delle sue migliori battute, ha detto che i suoi figli sono perseguitati al pari degli ebrei sotto i nazisti. Ed infatti abbiamo visto Barbara Berlusconi al Camp Nou di Barcellona visibilmente terrificata. Il suo Milan, peraltro con la classica stella sionista sul petto, è stato umiliato e perseguitato per tutto il tempo da Messi e C., noti seguaci del Führer. E Barbara non possiamo immaginare che notte agitata avrà passato ghettizzata nella catapecchia di Macherio. Suvvia cavaliere, si vada, non dico a studiare che le porta via troppo tempo e lei ha sempre molto da fare, ma almeno a leggere la storia, quella della deportazione e dello sterminio degli ebrei. E poi si ghettizzi davvero tra le mura amiche, senza bisogno che sia un giudice a darle l’interdizione dai pubblici uffici, si interdisca da solo per la vergogna!

 

Nel nome del cavaliere la settimana si è anche chiusa, col fido Dell’Utri a dire che i figli di Berlusconi hanno già chiesto per lui la grazia presso il capo dello Stato. Il quale, probabilmente dispiaciuto, dice di non averla ancora ricevuta. Del resto Silvio, sempre tramite Vespa, ha fatto capire che aspetta che re Giorgio faccia tutto da solo, lui non si abbasserà a tanto. Per cui mi sa che il piccione viaggiatore di Dell’Utri o si sia perso o sia stato abbattuto. Ma in virtù di cosa Napolitano dovrebbe graziare il cavaliere? Come sottolinea Antonio Di Pietro (http://www.antoniodipietro.it/2013/11/la-grazia-sarebbe-onta-incancellabile?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-grazia-sarebbe-onta-incancellabile) la grazia può essere concessa solo per ragioni umanitarie. E quali sarebbero in questo caso? E se leggiamo tutto quel che dice Di Pietro, la grazia deve essere controfirmata dal ministro di giustizia, in questo caso la Cancellieri…chissà come mai il PDL si è subito schierato senza indugi dalla parte del ministro sulla questione della ormai famosa telefonata ai Ligresti…vuoi vedere che a pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca?

 

 

 

Settimana 44

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In tutti gli ambienti nei quali si è formata la nostra educazione (casa, scuola, associazioni sportive, oratorio, tanto per citare le mie esperienze), fin dai primi anni della nostra vita, ci è stato insegnato che le gratificazioni seguono I nostri meriti. Nella vita politica del nostro paese, invece questi valori vengono spesso sovvertiti, con buona pace di noi cittadini. Tanto per portare esempi concreti, basti pensare a quanto vengono pagati i manager delle aziende pubbliche, che spesso saltano dalla poltrona di un consiglio d’amministrazione ad un’altra, facendo più danno delle gestioni precedenti ed uscendo da ogni incarico non con denunce e decurtazioni economiche bensì, spesso, con bonus milionari poiché cacciati prima della scadenza del contratto, al fine di limitare i danni dovuti alle loro azioni. Salvo poi, dopo essere defenestrati, vederli rientrare dalle porte principali di nuove aziende con incarichi ancor più importanti e magari più remunerativi. E dunque ti vengono sospetti sul perché accada tutto ciò…che i politici che li hanno nominati siano tutti matti? Io credo che se c’è una cosa di cui i nostri governanti e/o parlamentari non li si possa accusare, questa sia proprio la pazzia. Ed allora qual è questa ragione? Che forse questi manager siano anche o non solo, i custodi degli armadi nei quali vengono riposti gli scheletri della nostra classe politica? Comunque questo lungo discorso in realtà è solo un preambolo per parlare, vabbè, lo ammetto, in questo caso con un po’ di forzatura, del nostro amatissimo ed arzillo presidente Napolitano. Lo so, è più forte di me, ma come diciamo a Genova, proprio non lo “camallo”, non lo sopporto. Solo io trovo ipocrita e l’ennesimo fumo negli occhi per noi cittadini, la sua dichiarazione sugli aiuti che le banche dovrebbero dare alle imprese, soprattutto medie e piccole, per aiutarle in questi momenti difficili e per poter ridare slancio all’economia? Non è un giorno, ormai, che le banche non fanno più questo “servizio” (a pagamento, e che pagamento!) o lo fanno poco e male. Dapprima viene permesso loro da Bruxelles di comprare denaro dalla BCE all’1% per poter comprare debito pubblico attraverso titoli dallo stato italiano (salvo scoprire che continuano a far pagare fidi in essere alle aziende a tassi di usura), poi nelle varie leggi finanziarie…pardon di stabilitá…(questo termine proprio non riesco a metabolizzarlo, vedi excursus della settimana 43 su questo blog) scopri dei continui aiuti che vengono dati loro (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/17/bancheda-legge-stabilita-benefici-su-utili-in-testa-bper-creval-mediobanca-sec/747079/ ). Ed allora ti domandi (ecco finalmente la chiusura del cerchio): ma perché certi aiuti non vengono subordinati a quanto di meritorio (che poi non sarebbe che compiere il loro dovere istituzionale), dovrebbero fare gli istituti di credito? Ripeto, sarà una forzatura e chiedo anche a voi cosa ne pensate in merito, ma non vi sembra che qualcosa anche qui non torni? A volte fare esempi banali sarà anche troppo semplicistico, ma mi vengono in mente uno studente che va a scuola e un professore che gli assegna un ottimo voto senza interrogarlo, salvo raccomandargli di studiare in un secondo tempo. Secondo voi studierà? O il dipendente al quale viene assegnato un aumento di stipendio, non in virtù di quanto fatto, ma di quanto farà.

Sempre il nostro presidente (a volte mi sembra di sparare sulla Croce Rossa, poi ci penso bene e mi rendo conto che Napolitano in realtà fa parte del plotone di esecuzione), alcuni giorni orsono si è distinto per un’altra dichiarazione che mi ha lasciato a bocca aperta (non ci farò mai l’abitudine). Egli ha infatti detto che è a disposizione dell’autorità inquirente per chiarire, pur dicendo di saperne poco, le sue conoscenze sulla trattativa Stato – mafia. Ovviamente dopo aver tuonato con i (pochi) media che hanno portato avanti le inchieste ed aver richiesto la distruzione delle conversazioni telefoniche che vedono protagonista lui ed il suo ex segretario morto suicida, in merito alla questione. Chissà di cosa vorrà parlare coi magistrati…mah…

Il ministro Cancellieri lo reputavo sinceramente una delle persone più distinte e serie del governo in carica. Mea culpa, lo ammetto, bastava sfogliare le cronache di alcuni giornali per capire che anche lei non era immune da conflitti d’interesse e che quindi anche il suo operato potesse non essere coerente col bene supremo della nazione (paroloni obsoleti nell’Italia d’oggi). Nell’ottobre di un anno fa Il Fatto quotidiano riportava di una buonuscita cospicua che il figlio aveva ottenuto da Fondiaria Sai dopo un solo anno di operato presso il gruppo assicurativo. Anche se non si fosse saputo questo, già faceva specie la telefonata fatta dalla Cancellieri al carcere torinese dov’era detenuta la figlia di Ligresti, per sollecitarne la scarcerazione per motivi di salute. Un’interferenza grave non al pari di quella riguardante la “nipote di Mubarak”, dove alla base di tutto vi erano gli intrallazzi e i presunti reati di Silviuccio. Ma comunque un atto non consono all’indipendenza e all’essere ministro di tutti e non di pochi. Tornata a galla la questione del figlio e il tono ed il contenuto della telefonata tra la Cancellieri e la moglie di Ligresti, la strada più accettabile per me è quella delle dimissioni. Pur pensando che con tutti i problemi dell’Italia, non è questo quello principale di cui preoccuparsi. Mi interessa però notare che tra tutti i partiti quello più tollerante sia il PDL. E qua si distingue una volta di più la Santanchè, amazzone moderna del cavaliere, che ha già paragonato l’atto della Cancellieri proprio al comportamento del Berlusca nel caso Ruby. A proposito di amazzoni, mi tornano in mente quelle famose e sfortunate di Gheddafi. Ed allora vado a cercare notizie sulla Libia di oggi, una nazione che ha forse meno pace e serenità di quante non ne avesse col colonnello (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/28/libia-guerra-e-finita-da-due-anni-ma-non-per-tutti/756415/ ). Quando capiremo che il principio di autodeterminazione dei popoli non è solo un modo di dire e che certe nazioni non possono essere governate democraticamente perché la democrazia non è nel loro dna istituzionale, forse faremo meno danni in girp per il mondo. O forse saremo meno ipocriti dicendo che degli altri popoli non ci frega nulla se non quello che essi hanno da offrirci (o regalarci) dalle loro terre.

Chiudo questo articolo settimanale col consenso della giunta per il regolamento del Senato al voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore. Francamente tutte queste discussioni mi hanno veramente nauseato. Voto segreto o palese, palese o segreto. Liquido la questione con una battuta, in questo post così poco ironico per me: non è un segreto che ci hanno palesemente triturato I maroni. Sempre a parlare di cose, sì importanti, ma per loro più importanti dei malesseri e dei malumori dei cittadini. Sintomo di un’Italia sempre più al servizio della propria classe politica e non viceversa come dovrebbe essere in ogni stato che si rispetti. Uno stato (e qui mi sale l’indignazione) dove la morte di un imprenditore in difficoltà economica passa sempre in secondo piano rispetto alle tette della Canalis o al pancione della Hunziker (o alle tette e al pancione, a seconda del tempo, di Belen). Dove un alluce di Totti è più importante delle mani di un artigiano o di un artista o dei libri di un professore. Non passerà ancora molto tempo che sui barconi che oggi portano I disperati dalle coste africane nel nostro paese (sempre più di passaggio e sempre meno meta finale del viaggio), saliremo noi italiani alla volta di paesi più civili e più evoluti, non tecnologicamente, ma culturalmente e socialmente. E credo che trovarne non sia poi così difficile.