Il mio Faber quotidiano

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“Sale la nebbia dai prati bianchi, come un cipresso dai camposanti e un campanile che non sembra vero segna il confine tra la terra e il cielo…”. Erano i primi di novembre del 2003 e in quei giorni, con le ultime energie addosso, mio nonno lottava per restare aggrappato a questo mondo. La tristezza di quei giorni, quando ormai l’ineluttabile si avvicinava, era un tutt’uno col clima di quella giornata che dalle nostre parti è ormai più invernale che autunnale e le note di De André acuivano ancor più quella tristezza, uscendo dallo stereo al ritmo delle lacrime dai miei occhi. Nei giorni successivi alla morte di nonno Beppi, avvenuta il 5 del mese, riascoltavo quella canzone come un mantra, per ricordare e metabolizzare il dolore e solo allora ho riflettuto di come Faber, che conoscevo ed amavo da tempo, aveva accompagnato molti degli eventi, felici e meno, della mia esistenza. E che non passasse giorno che alcune sue canzoni, alcune parti di esse mi tornassero alla mente nei momenti più disparati della giornata. Ho iniziato ad amarlo con i classici, ascoltati ai tempi delle scuole medie, da La guerra di Piero, studiata anche come poesia, a La canzone di Marinella, che scoprii in seguito essere stata portata al successo da Mina. Da Via del Campo, poi diventata meta di pellegrinaggio a Bocca di Rosa, quella che metteva l’amore sopra ogni cosa. E che, ancora troppo ingenuo, iniziavo a capire solo vagamente di cosa parlasse. Venne poi il momento che mio zio Fabrizio, mio vero ”educatore” in campo musicale, negli anni delle scuole superiori, tra cassette dei Genesis, di Guccini (altro mio cantautore maestro di vita, al pari di Faber) e dei Pink Floyd, me ne portasse ovviamente anche alcune di De André. Tra queste ricordo perfettamente la copertina di Volume 3 dove ho ritrovato La guerra di Piero e La canzone di Marinella, ma le canzoni che più mi avevano colpito erano La ballata dell’eroe, altro pezzo anti bellico, forse meno conosciuto de La guerra di Piero, ma altrettanto profondo, Il testamento e La ballata del Michè, dove tra ironia e frasi tombali (v. il finale de Il testamento), lasciava un segno indelebile sulla mia coscienza politica e civile in formazione. Col passare del tempo sono andato ovviamente ad approfondire musica e parole di Faber e scoprivo che ogni volta, nelle stesse canzoni già conosciute, come mi capita ancor oggi, trovavo nuove emozioni e nuova poesia. Ogni età ha il suo perché nell’ascoltare Fabrizio. Ed allora approfondisci la storia che ruota intorno alle sue canzoni, scopri il ’68 ne La canzone del maggio o ne Il bombarolo. E capisci quanto lui fosse veramente avanti (anni luce!!!) rispetto non solo ad altri cantautori, ma a tantissime persone non solo della sua generazione ma anche delle successive. Chi ti scrive un concept album come La buona novella nel 1969 (uscirà poi in disco nel 1970), anni ancor bui e di sommossa in Italia, è forse meno rivoluzionario di chi sta in piazza a protestare e a far casino*? Chi ti scrive, e siamo già nel 1981, Hotel supramonte, in cui Faber perdona i suoi rapitori, non vuole dare un messaggio al mondo, all’uomo, ancor più forte di coloro che lo hanno sequestrato? Se comunque devo parlare del MIO Faber, di quanto lui abbia influito sulla mia formazione,  allora mi viene in mente, per esempio, come, con la formazione cattolica da me ricevuta, io abbia rielaborato il concetto di suicidio alla luce di Preghiera in gennaio, a come La buona novella l’abbia trovata decisamente più vicina a me e all’uomo in generale, di quanto vi trovi i Vangeli riconosciuti dalla Chiesa ed a come essere dalla parte degli ultimi sia così tremendamente difficile ma non impossibile, pur dovendo mettere da parte molta della nostra ipocrisia. Mi rendo conto, che ne so, che più della Chiesa, nel fare quella poca beneficenza che posso fare, in me abbia influito, oltre alla mia famiglia, proprio Faber. Vi sono poi, nelle canzoni di De André, delle immagini che mai mi potrò togliere dalla testa e di cui continuerò ad essergli grato. Immagini rese in poche parole, come sanno fare tutti i grandi poeti e comunicatori. Immagini che mi mettono la pelle d’oca ogni qualvolta in cui ripeto o canto tra me e me le parole e le musiche che le hanno generate. “Le dita troppo secche per chiudersi sopra una rosa” di Giuseppe all’incontro con Maria, ne L’infanzia di Maria e ne Il sogno di Maria, in cui lui vuole accarezzare il viso della giovane moglie e si rende conto che i “vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte”; le vene celesti dei polsi degli zingari con cui “anche oggi si va a caritare”, in Khorakhanè. E per tornare a La buona novella, mio album preferito insieme a Non al denaro, non all’amore nè al cielo, che dire della sua Ave Maria, in cui la donna, con in grembo il suo Gesù, è “femmina un giorno e poi madre per sempre, nella stagione che stagioni non sente”, inno alla maternità che forse neppure una donna e madre potrebbe in pochi versi realizzare così pienamente. Ci sono poi altri versi di De André che mi accompagnano in occasione di eventi particolari. Versi come “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati” che lui in Giugno ’73 dice a proposito di un amore finito. Io lo ricordo ogni qualvolta mi viene a mancare una persona cara, trovandovi sicuramente più consolazione di quanta ne trovi nella preghiera. Ed è vero che non era quello il contesto descritto da Fabrizio, ma, mi dico, un amore che finisce non è un po’ una morte che ci portiamo nel cuore? E finisco con le citazioni in maniera più leggera, dicendovi che nella mia giornata, non mancano quasi mai, quando uso il martello o la pialla, le note di Maria nella bottega di un falegname, dando il ritmo ai gesti del mio lavoro.

Mi chiederete cosa c’entra quest’articolo col mio blog. Ed allora rispondo con poche parole, dicendovi che la musica nella resistenza fisica di tutti i giorni è fondamentale, allontana i brutti pensieri e ci fa sentire meglio dentro, ci restituisce  l’uomo che è in noi anche quando il lavoro e le brutture di tutti i giorni ce lo fanno dimenticare. E riguardo al parlare all’uomo dell’uomo, per me De André non aveva e difficilmente avrà mai eguali. Mi resta il rammarico per tutto quello che ci avrebbe potuto ancor dare in questi anni difficili, in cui le frustrazioni divorano i nostri ideali e le nostre stesse esistenze. Chissà di cos’avrebbe parlato, quali allegorie avrebbe usato. Ed in un periodo di santificazioni, vi dico che per me, senza blasfemia, la perdita più importante dell’ultimo ventennio resta senza dubbio la sua

 

*Merita una menzione la spiegazione che diede Fabrizio a chi gli chiedeva il perché di un disco simile mentre i suoi coetanei scendevano in piazza contro il potere. Lui rispose così: Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali.

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