Mese: dicembre 2013

Se io fossi Giorgio

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Sarebbe troppo facile liquidare la questione dicendo che se fossi Giorgio il 31 dicembre, anziché fare il discorso in tv agli italiani, me ne sarei a Capri o Ischia a godermi la pensione. Sarebbe bastato non accettare la porcata della rielezione, acclamata a gran voce dai partiti, o meglio, dal PD, dopo che lo stesso, in quanto maggioranza alla Camera, non era riuscito ad esprimere un proprio presidente. Rifiutando di accettare la candidatura del costituzionalista ed uomo di sinistra Rodotá, proposto dal M5S e bruciando nel contempo i nomi di Marini e di Prodi ,fondatore del PD e fatto fuori da 101 franchi tiratori in seno al partito. Riuscendo infine, insieme al PDL, a convincere Giorgio ad accettare, prima volta nella storia della repubblica, il secondo mandato presidenziale. Salvando così il culo ma non la faccia (che a ben pensare, nella fattispecie sono la stessa cosa) a Bersani e c. Bene, io non avrei accettato, a maggior ragione  dopo aver sbandierato nella fase pre elettorale di non essere disponibile ad un secondo mandato. E non avrei accettato per mettere di fronte i partiti alle proprie responsabilità e trovare una soluzione senza scomodare (ma siamo così sicuri di averlo scomodato?) un signore di 88 anni che sarebbe stato giusto lasciare riposare. È un po’ come chiedere al proprio nonno di continuare a lavorare perché si è rimasti senza lavoro. Il problema è che Bersani e il PD offerte di lavoro ne avevano e le hanno rifiutate. Ed allora perché nonno Giorgio avrebbe dovuto accettare gli inviti dei nipotini e restare al suo posto?

 

Dopo questa premessa, cerchiamo di entrare nel merito del discorso. Allora se fossi in Giorgio, per prima cosa  direi ai miei sudditi, per opportunità politica e buona convivenza sociale, le stesse balle galattiche degli anni scorsi. Che sono momenti difficili ma che coesi si possono superare. Che non è più tempo di aspettare e che le riforme istituzionali devono essere fatte, che bisogna avere fiducia nella classe politica, aggiungendo magari che l’affluenza e il risultato uscito dalle primarie del PD sono un buon segnale di democrazia e di rinnovamento ecc… E tacendo quindi che il 2014 sarà peggiore (difficile a credersi…) del 2013. Perché nessuno è disposto a credere che non può esserci ripresa economica se la disoccupazione salirà ancora. E non può esserci un maggior benessere se sempre più gente resterá senza lavoro, a meno che non crescano le ricchezze di qualcuno a scapito di altri, cosa già sotto gli occhi di tutti come conseguenza principale di questa crisi (andate un po’ a Montecarlo a chiedere di quanto è cresciuto il mercato immobiliare in questi anni e chiedete un po’ quanti italiani stiano mettendo lá radici o stiano investendo sul mattone o in attività commerciali…). Ed inoltre, tornando al tema di questa settimana, non dicendo che la riforma della legge elettorale, quando verrà fatta, sarà fatta in modo da danneggiare probabilmente l’ascesa del M5S e che finora non si è fatta per volontà in particolar modo di PD e PDL, che col sistema delle nomine elettorali potevano sistemare sugli scranni del potere gente disponibile a chinare sempre il capo, senza dare cenni di ribellione (se non a voce e possibilmente dopo le votazioni in aula) al momento di far passare porcate quali il regalo a Sorgenia dell’amico ed elettore renziano De Benedetti di 22 milioni di euro (per Il Giornale addirittura 100, v. link  http://www.giornalettismo.com/archives/1270241/forza-italia-e-movimento-5-stelle-allattacco-di-de-benedetti/), all’interno del provvedimento denominato capacity payment. O rivedere emendamenti già proposti magari dagli stessi uomini PD sul taglio delle pensioni d’oro, su cui si deve essere pronti a fare marcia indietro in fretta e furia (e possibilmente sotto silenzio) dopo le azioni di un lobbista rappresentante di chissà quali eminenze grigie del paese. Non potrei naturalmente dire che quel rinnovamento che deve arrivare da Renzi ha dei grossi punti interrogativi di fronte, visto che il rottamatore predica bene ma non quanto abbia razzolato in passato. Una condanna in primo grado dalla Corte dei conti della Toscana per danno erariale, rimborsi spese in Provincia sotto indagine per centinaia di migliaia di euro e l’assunzione da dirigente a soli undici giorni dall’elezione in provincia presso l’azienda di famiglia (dopo averne ceduto le proprie quote poco prima), col risultato che prima la Provincia e poi il Comune di Firenze pagano la sua aspettativa dal lavoro da nove anni (e qui richiamo al mio articolo https://casafeliceblog.wordpress.com/2013/12/01/pd-factor-settimana-48/. Un curriculum da politico navigato e non nuovo come vorrebbe spacciarsi. Ed infine dovrei naturalmente tacere sulla coesione da sempre inesistente nel paese. Da una parte chi vive all’ombra della politica, non solo i politici, ma anche coloro che ne ottengono favori. Chi ottiene appalti pubblici, chi finanziamenti a vario titolo, ma anche semplicemente posti di lavoro e che avrà la convenienza a mantenere lo status quo o non potrà emanciparsi verso chi si è prodigato e si prodiga per lui. E questa parte del paese non potrà mai essere coesa con l’altra, quella che non solo non ha mai ottenuto e non ottiene nulla di personale dalla politica, ma è spesso invisa ed osteggiata da essa. Tutti coloro che non riescono ad ottenere un lavoro o un mutuo senza passare per vie preferenziali o che vengono assunti con contratti umilianti e men che precari (dove la sinistra si è sempre sporcata le mani al pari della destra). Oppure i commercianti, gli artigiani e i piccoli imprenditori vessati dal fisco o intralciati da una burocrazia che non si è alleggerita per nulla in tempo di crisi, come ci si sarebbe dovuto aspettare. O ancora i pensionati al minimo, costretti a pagare l’Imu toccandosi i risparmi, alla faccia di coloro che dicono che non vogliono mettere le mani in tasca agli italiani (un mantra ormai ripetuto tanto a destra quanto a manca). Nonché tutte le persone che onestamente hanno ottenuto lavoro e benessere e che si vedono però spesso sopravanzati nello stato sociale da molti appartenenti alla prima categoria. Se fossi Giorgio dovrei dire qualcosa anche a riguardo di chi per 20 anni ha tenuto bene o male in mano le redini della nostra politica. Direi che le sentenze vanno rispettate ed il Parlamento ha agito nel solco della Costituzione, ma che nell’ambito delle riforme non va dimenticata quella della giustizia su cui il centrodestra ha giustamente sottolineato diverse storture (un colpo al cerchio ed uno alla botte senza nominare direttamente Berlusconi). Tacerei però che dietro al conflitto d’interessi e ai guai giudiziari del cavaliere (non ancora ex), il PD ha sempre avuto probabilmente buon gioco a nascondersi. Fin tanto che, usando un termine che non mi è piaciuto quando è stato coniato da Grillo, ma che alla luce degli ultimi fatti trovo molto adatto, non è arrivato col ruolo di apriscatole il M5S a smascherare i lobbisti che manovrano nei corridoi delle istituzioni con le porcate che ne derivano. Insomma dovrei ancora una volta fingere spudoratamente di avere di fronte un paese normale in cui tutti si rimboccano le maniche allo stesso modo e non un posto dove per alcuni che remano nella giusta direzione ce ne sono altri che quando va bene si dimenticano di issare l’ancora. E dovrei addirittura incoraggiare quei poveri cristi a remare di più e possibilmente in silenzio per non disturbare la quiete degli altri. E’ per questo motivo, non si fosse ancora capito, che il 31 dicembre farò quello che faccio ormai da diversi anni a questa parte, spegnerò la tv o guarderò Cartoonito con mio figlio, sicuro di trovarvi programmi più seri

 

Forconi e forchette

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Nonostante siano già passate due settimane dall’inizio della rivolta dei forconi (ora finita o solo sospesa secondo gli organizzatori), ci sono ancora parecchie cose che non mi tornano. Non sono convinto su chi ci sia dietro all’organizzazione, sull’atteggiamento delle forze dell’ordine e di quelle politiche. Andiamo con ordine: gli organizzatori sembrano più di uno, anzi sono più di uno. Infatti sotto al nome di Coordinamento 9 dicembre, giorno d’inizio degli scioperi, ci sono molte sigle, in primis proprio quella del movimento dei forconi, capitanato da Mariano Ferro. Movimento che nato in Sicilia un anno fa per protestare contro la politica di austerità imposta dal governo Monti, racchiude agricoltori, autotrasportatori, commercianti ed artigiani. Insieme ai forconi ci sono il Life (Liberi imprenditori federati europei) di Lucio Chiavegato e il Comitato riuniti agricoli di Danilo Calvani. Queste sono le anime della rivolta, discutibili al pari degli elementi di minor profilo che gravitano attorno a loro. Non mi voglio dilungare, per chi volesse approfondire rimando al link http://www.giornalettismo.com/archives/1264605/chi-e-a-capo-dellonda-del-9-dicembre/. Quel che però mi è chiarissimo sono le migliaia di persone, i nuovi impoveriti, come chiamati da molti organi di stampa, quegli italiani di un ceto medio che sta scivolando sempre più verso il basso, composto da disoccupati, cassintegrati, ma anche piccoli commercianti ed imprenditori in difficoltà, strozzati dal fisco e dalle banche e alle prese con una mancanza di sbocchi per i propri commerci e per le proprie attività. E su questi mi fa specie che non si catalizzino abbastanza le considerazioni della nostra classe politica, sempre più indaffarata a guardare alla stabilità di bilancio e non alla precarietà economica e sociale dei propri concittadini. Io l’ho dichiarato pubblicamente sui social network che frequento, non riesco sinceramente a simpatizzare per le frange estreme che compongono certi movimenti e guardo con sospetto e timore a quel che potrà accadere. E non perché questa crisi non mi tocchi pesantemente, però non so cosa ci sia oltre e dove si voglia arrivare. Può anche farmi piacere, nel mio intimo, vedere le forze dell’ordine abbassare il casco e fraternizzare coi manifestanti, ma il passo successivo può essere il golpe. E chi lo dovrebbe guidare? I Calvani, i Ferro e i Chiavegato? Però mi danno ancor più fastidio i benpensanti, quelli che del retro pensiero si fanno scudo per non vedere il malcontento e lo ridicolizzano pure con battute o amenità varie. E chi crede che ci debba essere un obbiettivo concreto perché una protesta abbia un senso, vada magari in Grecia (non ne siamo troppo distanti e non intendo geograficamente) a chiedere a chi ha messo a ferro e fuoco le istituzioni l’anno scorso cosa aveva nella testa. E’ facile che si senta rispondere che il problema non è quello che aveva in testa ma quel che non aveva nella pancia. Quando uno è disperato, vuole cambiare a tutti i costi, senza pensare se quel che verrà sarà migliore o meno. Giusto o sbagliato che sia, credo sia umano.

E a proposito di pance, vengo alla seconda parte del discorso, quello delle forchette. Cosa c’entrano mi direte voi? Ed allora andiamo a spiegarlo. E’ di questi giorni uno studio della UIL sui “costi della politica” in Italia (http://www.uil.it/documents/NEW_costipoliticade2013.pdf), uno studio un po’ raffazzonato e con molte incongruenze, in cui (se anche i dati fossero veri, cosa di cui dubito) vi sono certamente delle precisazioni da fare.  In sostanza in Italia, secondo la UIL, un milione di persone vive di politica e questa ci costa circa 23,2 miliardi di euro all’anno (757 € a cittadino), equivalente all’1,5% di PIL. Però, come detto, dentro al rapporto ci sono dei distinguo da fare. Ad esempio secondo me è scorretto inserirvi il numero di sindaci ed amministratori locali. Per lo meno è scorretto inserirvi senza filtri quelli dei piccoli paesi, dove fare il sindaco o l’assessore o il consigliere, oltre a non dare da vivere, spesso porta anche ad un impegno che non è per nulla commisurato all’entrata monetaria che ne deriva. Così come quando si parla di consulenze, credo che le cifre siano molto variabili tra chi si occupa di piccole realtà locali e chi invece di ministeri o di regioni. Ci sono però d’altra parte, secondo me, dei costi che non vengono menzionati e difficili da quantificare. Quanto incide ad esempio la corruzione? Se guardiamo a cosa diceva la Corte dei conti un anno e mezzo fa (http://www.luigiligotti.it/tag/corte-dei-conti/) si parla di 60-70 miliardi, che fatte le debite proporzioni equivale circa al 3,5% del PIL ed altri 1500-2000 € a cittadino. Ed inoltre la UIL si guarda bene dal conteggiare i costi dei sindacati e dei partiti (eccetto il finanziamento pubblico già calcolato nello studio a 91,4 milioni di euro), strutture che attingono a piene mani dallo stato, nel primo caso attraverso l’INPS ad esempio (ma è difficile sapere le cifre, quantificarle e capire se non vi siano altre fonti di finanziamento pubblico), nel secondo attraverso non solo il famoso finanziamento pubblico ai partiti menzionato, ma anche attraverso altre forme di cui parlerò. Parlando delle rappresentanze sindacali, credo che si tratti anche qua di una cospicua percentuale di PIL che però non sono riuscito a calcolare a dovere, vuoi perché il sindacato non rende trasparenti alcune voci di bilancio, vuoi perché le cifre che girano in rete non aiutano a fare chiarezza. Comunque stando ad uno studio di Wikispesa (http://wikispesa.costodellostato.it/Sindacati), facendo le debite somme tra i contributi INPS, INAIL ai vari patronati e CAF, nonchè aggiungendovi i distacchi dal lavoro rimborsati dall’INPS e l’esenzione dall’IMU (poi ci chiediamo magari perché si parli sempre di Chiesa e mai di partiti e sindacati e che questi tacciano sempre alla richiesta dei cittadini di far pagare la Chiesa), arriviamo ad una stima presunta di più di 580 milioni di euro. E da queste cifre sono naturalmente esclusi i versamenti dei pensionati e dei lavoratori (circa 970 milioni di euro), non rientrando ai fini del nostro calcolo nei soldi versati direttamente dallo stato, ma che danno l’idea del volume di denaro che gestiscono i rappresentanti dei lavoratori. Parlando dei partiti abbiamo visto in questi giorni nascere la riforma del finanziamento pubblico. Abolito a parole, in realtà solo modificato; per alcuni l’esborso futuro dello stato non sarà inferiore a quello attuale, ma vorrei concentrarmi su quanto si spende ad oggi per mantenere i partiti. Già detto del finanziamento per il 2013 ammontante a  91,4 milioni di euro, ribassato dopo che in alcuni anni aveva toccato (nel 2008), secondo la Corte dei Conti, la cifra record di 480 milioni e rotti di euro (http://it.wikipedia.org/wiki/Finanziamento_pubblico_ai_partiti), a  questa cifra però si deve aggiungere la detrazione del 19% (che verrà portata al 37% con la nuova legge) sulle erogazioni liberali ai partiti. Assumendo per buona la cifra ipotizzata dal governo Letta di 16 milioni di euro di detrazioni per il 2016 e ricalcolata ad oggi con la detrazione al 19%, possiamo ipotizzare che ad oggi le erogazioni ci costino 8,2 milioni di euro all’anno. Cifra grosso modo ipotizzata da Il Corriere della sera, a firma Sergio Rizzo nel 2010 (http://www.corriere.it/politica/12_aprile_10/soldi-ai-gruppi-sgravi-e-fondi-ai-giornali-sergio-rizzo_588816d0-82cd-11e1-b660-48593c628107.shtml), che ci parlava in quell’anno di una denuncia alla Camera da parte dei partiti (cifra presumibilmente sottostimata) di contributi privati per 49 milioni di euro che farebbero lievitare di poco quegli 8,2 milioni a carico dello stato per via della detrazione fiscale (9 milioni). I conti però non sono ancora finiti.  A questi  vanno aggiunti i contributi pubblici ai giornali di partito che Wikipedia stima per il 2008 in 24 milioni circa; altre fonti tra cui Il Corriere della sera, nello stesso articolo di Rizzo, ci parlano di cifre che attualmente si trovano intorno ai 50 milioni di euro. Ed inoltre sempre Il Corriere ci parla dei versamenti dei parlamentari al partito, detraibili anch’essi al 19%, ma che spesso i parlamentari versano non dalle proprie indennità, bensì dal fondo per i collaboratori parlamentari (portaborse, per capirci) che oltre ad essere esentasse, sono comunque anch’essi detraibili per il 19%. Cifra non quantificata, ma possiamo farci un’idea che le cifre non siano proprio a pochi zeri…

Tirando le conclusioni, partendo dallo studio della UIL, bisognerebbe fare una suddivisione che lo studio non fa, su cosa costi tenere in piedi la macchina statale e quanto in realtà ci costi mantenere i partiti e i politici che la controllano e la guidano. Credo che nessun cittadino  voglia mettere in dubbio il funzionamento dello stato, ma voglia vedere chiaro su quanto i partiti e i politici che campano davvero di politica tolgano risorse alla nazione. E quindi, tornando al titolo dell’articolo, non stupiamoci e non deridiamo di chi coi forconi reclama giustizia, quando dall’altra parte della barricata, c’è chi continua a tenere ben salda tra le mani la propria forchetta

Gli errori e le attenuanti di Grillo (Settimana 50)

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Dopo il successo del Vday del primo dicembre, seguito per la prima volta in diretta integrale oltre che da Sky, anche da La7, nei giorni successivi, sul blog di Grillo, è comparsa una rubrica che ha destato molte polemiche, quella del giornalista del giorno, dove Grillo o chi per esso, attacca i giornalisti che coi loro articoli denigrano il M5S. E la cosa fa specie dopo che nel Vday, si era visto un Grillo molto più pacato, non volgare e più propositivo che dedito alla protesta. Erano stati proposti sette punti di programma da portare avanti, condivisibili, credo, oltre che da chi vota già il movimento come me, anche da molti delusi dei partiti tradizionali, che molto probabilmente avrebbero avuto modo di avvicinarsi e chissà, forse votare alle europee per la prima volta i 5 stelle. Un segno di maturità politica, che andava di pari passo con le competenze dei parlamentari più di spicco, che finalmente facevano le loro prime comparse in tv e sui giornali, raccogliendo anche apprezzamenti da giornalisti non proprio grillini quali Vespa e Porro (bravi a fiutare l’aria?). Invece, dopo tutte queste aperture al mondo dell’informazione tradizionale e ad un nuovo rapporto coi giornalisti della tv, ecco che la Oppo, giornalista de L’Unitá, ha inaugurato da protagonista questa rubrica di dubbio gusto e di poca “utilità alla causa” (http://www.beppegrillo.it/2013/12/giornalista_del_giorno_maria_novella_oppo_lunita.html). E dopo pochi giorni il blog di Grillo ha rincarato la dose mettendo  nel mirino Francesco Merlo de La Repubblica, giornale non certo di simpatie grilline al pari de L’Unitá, ma con una tiratura maggiore e quindi con una risonanza mediatica più ampia. Francamente non so dire se Grillo o chi per esso si sia reso conto al momento dell’attacco alla Oppo, degli strali che si sarebbe tirato contro. Però se errare è umano, si sa che perseverare è diabolico, per cui l’errore politico diventa doppio (grave per il danno al movimento). Va ricordato oltretutto che Il Giornale e Libero non hanno mai brillato per galanteria e correttezza nei confronti dei vari Prodi, Di Pietro, il PD, ma anche e soprattutto Boffo e Fini. Eppure non sono mai stati attaccati in maniera così esplicita come sul blog di Grillo è stato per la Oppo e per Merlo. Se però bisogna riconoscere le attenuanti, allora vanno dette un po’ di cose. L’Unitá e La Repubblica (lo so bene poiché ne ero un lettore assiduo) hanno da sempre attaccato in maniera non proprio corretta Grillo e il M5S. Parlando de La Repubblica, la cosa peraltro avviene spesso in maniera molto subdola. Sto scrivendo proprio mentre sul sito online del quotidiano diretto da Ezio Mauro, ad esempio, c’è riportata la notizia di Giachetti, deputato PD, che accusa Grillo di avere ricevuto sul suo sito, attacchi forti e minacce da un attivista del movimento. Nel sottotitolo si dice che Grillo risponde che si tratta di un renziano colui da cui sono partite accuse e minacce. Se uno non leggesse tutto l’articolo (http://www.repubblica.it/politica/2013/12/10/news/giachetti_contro_grillo_lettera_aperta-73215359/), non saprebbe che la cosa corrisponde a verità e che Giachetti in seguito si è scusato con Grillo, come riportato in titoli e sottotitoli da Il Fatto quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/10/giachetti-scrive-a-grillo-sul-blog-minacce-di-morte-lui-scritte-da-un-renziano/808302/) . Oppure altro caso di questi giorni, il sottotitolo, sempre de “La Repubblica” del 13 dicembre “Asse Grillo-Berlusconi” (http://www.funize.com/La_Repubblica/2013/12/13) dove l’asse, a leggere bene le cose, non esiste in quanto si tratta di Forza Italia che si è accodata a votare un emendamento del M5S. E allora? Se invece una mozione del PD venisse votata da Berlusconi come successo svariate volte nel governo delle lasche intese andrebbe tutto bene? E di esempi come questo ve ne sono molti altri, magari di discorsi fatti in Parlamento da esponenti dei 5 stelle, di una certa rilevanza politica, riportati anche da alcuni Tg (La7 e Rai3 in principal modo), di cui se vi è traccia, solitamente la si trova relegata in trafiletti nelle pagine interne di politica. Sulla Oppo, che non conosco, lo stesso Dario Fo, non certo un personaggio banale, pur criticando e dissociandosi dai modi di Grillo, non ha esitato a parlar di malafede da parte di molti giornalisti. E non si capisce perché ad esempio la Boldrini, che alla Camera ha avuto più di una discussione animata coi deputati pentastellati, non si sia pronunciata sul caso Vendola-Archiná in difesa dei giornalisti, ma abbia fatto un comunicato ufficiale per stigmatizzare il comportamento di Grillo sulla Oppo. Altra cosa che vorrei rimarcare è la similitudine fatta da diversi giornalisti e politici tra questo caso e il famoso editto bulgaro di Berlusconi. A me le cose sembrano oggettivamente diverse. Nel caso di Grillo si tratta comunque di qualcuno che non ha un ruolo istituzionale ed una posizione di potere tale da togliere la possibilità a questi giornalisti di esprimersi. Secondariamente il diktat di Berlusconi fu palese ed inequivocabile, un chiaro messaggio alla Rai del tempo di tenere fuori Biagi, Santoro e Luttazzi dalla tv di stato. E per ultimo diversi erano anche il carisma e l’audience creato da questi ultimi, al cui confronto la Oppo e Merlo sono calciatori di serie dilettantistiche al cospetto di Totti e c. Semmai l’errore politico di Grillo è ancor più grossolano…chi mai leggeva la Oppo o sapeva della sua esistenza se non, credo, pochi lettori PD affezionati all’Unità? Perché darle visibilità?

Ho accennato prima ai parlamentari 5 stelle e al far proprio o meno il messaggio di Grillo. Io credo che un passo importante da parte loro sia quello di emanciparsi col tempo dalla figura di Grillo. Non lasciarlo da parte nel M5S, ma via via essere sempre più indipendenti dalla sua figura. Del resto lui l’ha detto che non vede l’ora che loro riescano a camminare con le proprie gambe, senza più bisogno del suo aiuto. Credo però che non sarà possibile, almeno non a breve. Intanto perché in una politica sempre più leaderistica (purtroppo Silvio ha fatto strada), una figura di rilievo è senz’altro imprescindibile. E tra i parlamentari 5 stelle, non vedo ancora elementi dal carisma trascinante che possano catalizzare voti e consensi. Secondariamente c’è un altro aspetto non meno importante ma su cui forse in pochi hanno riflettuto. Se, com’è giusto che sia, il movimento si autofinanzia senza l’utilizzo dei rimborsi elettorali, chi è in grado al giorno d’oggi di attirare gente in piazza o sul web a lasciare anche il proprio contributo economico al movimento, se non Grillo? E chi è in grado di gestire una struttura dal punto di vista finanziario sempre più grande e complessa come quella del M5S se non la coppia Grillo e Casaleggio? Insomma credo che sarà impossibile scindere in tempi brevi (forse mai…) Grillo e il movimento, ma allora sarebbe bene, se non si vuole sfasciare tutto e togliere le speranze agli attivisti e agli elettori, che Grillo riprenda la strada dell’ultimo Vday.

Gli ultimi dei primi o i primi degli ultimi? (Settimana 49)

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Il tema di cui voglio trattare questa settimana è quello ripreso da Grillo e dal M5S al Vday di domenica scorsa e cioè quello sulla permanenza o meno dell’Italia nell’area euro. Non essendo io né un economista né un operatore finanziario, non potrò far altro che aiutarmi di alcuni dati estrapolati dalla rete ed usare quel poco di buon senso di cui mi ha dotato madre natura. Nonché fare i classici conti della serva che tutti siamo abituati a fare nelle nostre case e nelle nostre aziende. Mi piace poi più che dare delle risposte, fare a tutti delle domande, alle quali ognuno risponderà come meglio crede e seguendo i propri ragionamenti. Inizio partendo dai temi finanziari ed economici della questione. La voce degli europeisti più convinti è quella secondo cui con l’uscita dall’euro, gli investitori stranieri dismetteranno i propri investimenti sul debito pubblico italiano. Potrebbe essere, non abbiamo le prove del contrario. Ma sapete che questo processo è già in corso? Nell’arco di due anni, da metà 2011 in poi, gli investitori stranieri, hanno già cominciato a vendere i nostri Btp, con l’effetto di una salita repentina dello spread Btp-Bund tedeschi e con le conseguenze politiche che tutti conosciamo. L’austerità imposta da Monti ha calmato un po’ i mercati, tanto che lo spread è sceso. E col governo Letta la cosa sta andando avanti nello stesso modo. Eppure, salvo piccoli cambiamenti momentanei, gli stranieri hanno continuato a vendere, i francesi in primis, ma non per problemi di solidità dell’Italia, per problemi di liquidità e solidità delle proprie banche, le prime a non reggere gli stress test imposti dalla Bce. Sta di fatto che dal 2011 ad oggi (dati di settembre 2013), gli stranieri che prima detenevano circa il 50% del nostro debito oggi ne hanno circa il 30%. Ed io lo vedo come un segnale tutto sommato positivo. Più il debito sarà in mano nostra e più saremo liberi di decidere le sorti della nostra economia e meno vincolati alle scelte e alle regole della Bce e della Merkel, vera ispiratrice della politica economica europea. Basti pensare al Giappone, con un rapporto debito-Pil del 250% contro il 130% di quello italiano, ma con debito tutto in mano nazionale ed un’economia migliore della nostra con un pil positivo negli ultimi anni, se si eccettua il periodo post tsunami. E teniamo conto che se il debito sarà interamente o quasi interamente in nostre mani, gli italiani sono quelli in Europa col maggior risparmio e col minor indebitamento privato pro-capite. Per cui si avrebbe un debito complessivo alto ma solvibile in qualsiasi momento (cosa forse non fatta notare abbastanza ai tedeschi dai nostri politici in questi anni). Ma poi siamo così sicuri che stando così le cose, gli investitori stranieri ci mollerebbero del tutto? Io credo di no, anche perché la resa dei nostri titoli pubblici, ad oggi è ben diversa da quella dei titoli tedeschi, per i quali si è arrivati addirittura al paradosso di avere tassi d’interesse negativi. Altra critica di chi crede sia giusto restare nell’euro è quella che in seguito ad un ritorno alla moneta nazionale, svalutata (di quanto lo si dovrà vedere) rispetto all’euro, aumenterà l’inflazione in seguito all’aumento delle materie prime di cui l’Italia è notoriamente scarsa e che arrivano in gran parte dall’estero. Intanto chiediamoci come mai, d’altro canto, con l’ingresso nell’euro, non abbiamo visto affatto diminuire né la benzina né l’energia elettrica. Ci siamo trovati di fronte ad una speculazione incredibile, tanto che, per i famosi conti della serva, la frase più ricorrente sentita da tutti era che quel che costava mille lire all’improvviso è costato un euro. Detto questo, il discorso inflazione potrebbe essere comunque vero, anche se l’acquisto all’estero degli approvvigionamenti energetici, in questo caso, dovrebbe essere ricontrattato dalle nostre forze politiche, senza più vincoli europei. È ovvio che oggi, per un discorso di partnership, prima devo rivolgermi alla Germania, se lei ha quello di cui ho bisogno (penso ad esempio al ferro o al carbone), ma se io mi libero di certi vincoli, è altrettanto ovvio che posso cercarmi ciò di cui ho bisogno altrove, trattando il prezzo col venditore. E sulle materie prime voglio approfondire anche un altro discorso che riguarda le nostre esportazioni. Ho anche sentito da qualcuno, per conto mio in piena malafede, che pagando di più le materie prime, non è vero che il mio prodotto venduto all’estero verrà a costare meno e quindi trovare più sbocchi commerciali. Se guardo al mio lavoro (ma credo che per ogni azienda manifatturiera sia così), si tratta di una balla colossale. Ammettiamo che la svalutazione della futura lira sia di un 30% rispetto all’euro. Nel mio caso la materia prima lavorata, ammettendo che arrivi tutta dal mercato estero (anche se non è così), non incide sul prodotto finito più del 30-40%. Prendiamo per buono il 40%. Lasciando da parte il discorso più complesso dei costi fissi e variabili dell’azienda, per il resto incide la manodopera. Dovrei tenere conto anche dell’energia elettrica e del gas, che però hanno un’incidenza irrisoria che rientra senza dubbio nel fatto che ho tenuto come limite massimo (40%) quello delle materie prime. Tenendo fermo il costo della manodopera, ecco che il mio prodotto finale aumenterà del 12% (il 30% di 40), ma io potrò svalutare del 30% sui mercati esteri il mio prezzo finale. Che se prima valeva 100, ora varrá 112 meno il 30%. E cioè 78,4, più del 20% in meno. Col risultato che molto probabilmente chi prima comprava ad esempio un prodotto tedesco, tornerà a comprare italiano. Secondo voi, seguendo l’esempio di un amico che mi ha aiutato nel formulare questi ragionamenti, uno straniero, magari di un paese un po’ più arretrato del nostro, che si trova a comprare un’auto, tra una Golf e una Punto, a parità di prezzo, cosa sta comprando? Ma se la Punto costasse meno del 20%, le cose cambierebbero. Senza contare che libero dal patto di stabilità che sta strangolando la nostra economia, potrei forse, con la volontà politica di farlo, far calare il costo della manodopera, investendo seriamente sulla riduzione del costo del lavoro e non con una manovra tipo quella attuale del cuneo fiscale che non è altro che fumo negli occhi. Da un punto di vista politico poi, potremmo finalmente tornare a riprenderci quell’autonomia che attualmente manca alla nostra nazione, la famosa sovranità politica ed economica di cui si parla tanto. Diciamoci la verità, chi non trova avvilente vedere prima Monti, poi Letta e domani chissà chi, andare in pellegrinaggio a Berlino o a Bruxelles per mostrare i nostri passi avanti nel risanamento, con un paese quasi alla fame, e per avere ancora credibilità e fiducia? E continuando sulle domande, alla luce di quanto detto, conviene di più all’Italia o alla Germania, che noi si resti nell’euro? Perché la Germania e la Bce continuano a foraggiare la Grecia purché non esca? E perché in Italia gli europeisti più convinti sono l’alta finanza e la grande industria? Forse perché i primi in presenza di mercati deboli all’interno di un’area estesa e con grossi capitali come quella dell’area euro, possono speculare meglio? Sarà forse perché i secondi, in mancanza di barriere doganali, hanno meno vincoli ad esportare ciò che intanto in gran parte possono produrre (come fanno giá) all’estero, in Romania, Bulgaria, Serbia (v. ultimi investimenti Fiat) dove il costo del lavoro è più basso? E se un tedesco guadagna 3000 € al mese e un italiano la metà, fatto salvo il costo della vita che però non mi risulta essere doppio quello della Germania rispetto a quello dell’Italia (anzi, http://espresso.repubblica.it/affari/2012/02/28/news/prezzi-e-stipendi-italiani-beffati-1.40942) e il fatto che in Germania la spesa per il welfare è più alta che in Italia (http://www.senzasoste.it/politica/welfare-da-rifare-in-italia-si-spende-gia-meno-che-da-altre-parti), in quanto tempo la Germania sarà in grado di comprarsi l’Italia? Ed inoltre che senso ha quindi un’unione monetaria in cui, appunto, la moneta è la stessa, ma gli altri parametri finanziari ed economici sono diversi da stato a stato? Gli stati federali degli USA hanno tutti gli stessi tassi d’interesse sul debito, qua in Europa, per continuare a citare Italia e Germania, i nostri tassi sono al 5% e in Germania all’1%. Perché allora gli europeisti più convinti non sono in grado di alzare la voce e chiedere “più Europa” (con una Bce che si faccia carico di tutti i debiti nazionali e li ripartisca) e non questa via di mezzo, né carne né pesce, in cui le economie più povere saranno sempre più povere ed alla mercè di quelle più forti? Lo dico con una battuta cinica: al mondo c’è sempre stato bisogno dei poveri perché i ricchi esistessero e fossero sempre più ricchi. E la Germania questo l’ha capito prima di noi. Per cui, se devo e potrò scegliere, preferisco tornare ad essere uno dei primi tra gli ultimi piuttosto che uno degli ultimi tra i primi

P.s. Un grazie all’amico citato in precedenza che umilmente preferisce restare nell’ombra. Degli eventuali strafalcioni me ne assumo ovviamente tutta la responsabilità

PD Factor

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A dire il vero credevo di essere ormai abituato al peggio che tv, politica e giornalismo messi insieme potessero offrirci. Ma mi sbagliavo…questa settimana sono stato ampiamente smentito, in onore del detto che al peggio non c’è mai fine, dal dibattito in tv su Sky tra i candidati alle primarie del PD Cuperlo, Renzi e Civati, nello studio di X Factor. Non era un dibattito politico, abbiamo assistito a tre showmen che si sono fronteggiati come su un campo da calcio (infatti il confronto è durato proprio 90 minuti, volutamente, per ricordare la durata dell’incontro di calcio) con un conduttore (Gianluca Semprini) che più che un giornalista ricordava un arbitro ed ognuno dei duellanti con i propri tifosi sugli spalti pronti ad applaudire l’intervento del proprio idolo (ma non era Berlusconi quello criticato per la famosa frase “Ho deciso di scendere in campo”?). Roba da far sembrare Porta a Porta un vero e serio programma di approfondimento politico…Insomma il mio primo pensiero è che come al solito in Italia scimmiottiamo gli americani nel peggio che questi hanno da offrirci e non magari nelle cose concrete che nel campo del lavoro, della tecnologia e perché no anche della forma istituzionale che li guida, hanno da insegnarci. Credetemi, a commentare questo trionfo dello squallore rendendone bene l’idea faccio veramente una fatica incredibile, altro che quella degli sparring partner in casa PD! La coreografia, il tifo, la presenza sul palco con le giuste luci per i contendenti, insomma un vero e proprio spettacolo ai fini televisivi che ha messo in secondo piano i contenuti proposti dai tre moschettieri (Berlusca docet!). Fortunatamente ho cambiato canale abbastanza presto per il bisogno impellente di non farmi prendere dal voltastomaco. Sui contenuti che dire? Tutti a fare i verginelli della politica, quelli del bisogna fare e si è sbagliato a fare così piuttosto che cosà. Come se al governo ci fossimo io e madama la marchesa a menare le danze e non loro col carrozzone del loro partito a braccetto con gli alfaniani (sì, proprio roba da pianeta alieno). E’ ovvio che poi qualche idea interessante ci sia stata in 90 minuti di dibattito (ripeto, io ne ho visto poco ma ho poi seguito il tutto il giorno dopo sui giornali e sui siti internet che ne hanno riportato per intero domande e risposte), ma come sempre mi accade di questi tempi ho trovato più interessante quello che non si è detto. Ad esempio è interessante leggere i curricula lavorativi dei tre candidati. E allora partiamo da Cuperlo, leva 1961, (http://www.riparteilfuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/CV-GIOVANNI-CUPERLO.pdf) il quale ha tenuto a sottolineare che possiede un auto del 98 ma non ci ha detto che ha praticamente lavorato da sempre dentro al partito, se si eccettuano tre anni da docente presso l’università di Teramo. Lascio Renzi per ultimo perché il suo curriculum è di gran lunga il più interessante e il più contraddittorio rispetto alle istanze portate avanti dal giovane sindaco. Ed allora guardo quello di Civati (http://www.riparteilfuturo.it/wp-content/uploads/2013/01/CIVATI.pdf), dal quale evinco (ma mi sbaglierò senz’altro…) che anche lui ha sempre vissuto e mangiato (nel senso di lavorato, non mi si fraintenda) dentro alla politica. Esperienze lavorative non ve ne trovo se non delle esperienze molto generiche (studio o lavoro?) nell’ambito universitario. Si capisce che oltretutto ha studiato in pratica fino ai 30 anni, quando normalmente anche i laureati sono già inseriti nel mondo del lavoro. In compenso è dal 1997 che è in politica, praticamente da quando aveva 22 anni. Quindi se solo ci fermassimo ai primi due (forse i perdenti delle primarie), già potremmo dire che tutti i torti Silvio da Arcore non ce li avesse a dire che la classe dirigente del PD non ha mai lavorato se non nel e per il partito e per la politica, senza impegnarsi nella parte produttiva della società, quella che tira la carretta per pagare anche i costi di quella politica.

 

Ed ora la parte più interessante, quella che riguarda il Matteo Renzi da Firenze. Il famoso rottamatore e moralizzatore della politica, quello che giustamente, a parole, vuole tagliare i costi della politica, cosa ha fatto prima o durante le sue esperienze politiche e lavorative? Andiamo un po’ a vedere il suo curriculum partendo da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Renzi#cite_note-avisoaperto.it-10). In effetti qualche cosa in più c’è, vuoi vedere che finalmente troviamo qualcuno che partendo da esperienze lavorative al di fuori della politica riesce davvero non solo a predicare ma anche a razzolare bene? E qui casca l’asino (o meglio caschiamo come asini noi elettori) poiché ci sono anche altre cose interessanti che ci dice Wikipedia. Ad esempio alla voce Procedimenti giudiziari (spesso si trovano sulle pagine dei politici, Berlusca docet) leggiamo che Renzi ha sulla schiena una condanna in primo grado dalla Corte dei Conti della Toscana per danno erariale ai tempi in cui era presidente della Provincia di Firenze. Poca cosa a dire il vero, 50000 € che sembrano una bazzecola se paragonate alle cifre per cui sono stati condannati altri suoi illustri colleghi. Il tutto per aver assunto presso la provincia di Firenze quattro dipendenti con un inquadramento che loro non spettava. Ma le cose più interessanti sono quelle per cui vi sono indagini in corso da parte della Corte dei Conti (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/21/renzi-e-spese-allegre-mentre-era-presidente-della-provincia/359496/) e cioè spese di rappresentanza per 600 mila euro, tra cui 50 mila nei soli 2007-2008 per cene e pasticcini. E’ proprio ghiotto il nostro moralizzatore! Speriamo che non sia vero che l’appetito vien mangiando perché in quegli anni lui era solo agli inizi di quella che presumibilmente con la complicità degli italiani diventerà una bella carriera politica! Altra cosa interessante è il suo ruolo all’interno della Chil srl, azienda del papà Tiziano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/27/firenze-matteo-renzi-assunto-candidato-pensione-undici-giorni/). Azienda presso la quale ricopre per soli undici giorni il ruolo di amministratore, dopo i quali viene eletto in provincia e viene messo in aspettativa. Aspettativa che continua allorchè il belloccio Matteo diventa sindaco di Firenze, col risultato che dal 7 novembre 2003 ad oggi, prima la Provincia di Firenze e poi il comune di Firenze, pagano i contributi pensionistici a Renzi. Tutto secondo la legge, per l’amor del cielo, ma con l’etica che lui chiama spesso in causa come la mettiamo? Insomma, riguardo ai candidati PD mi viene in mente un altro famoso detto, che storpio volutamente a mio uso e consumo: dimmi cosa fai (e cosa hai fatto!) e ti dirò chi sei.

 

Ma del resto come ho già detto per due volte in questo articolo, Berlusconi docet. Il decaduto (ripeto: DECADUTO, non DECEDUTO, ricordiamocelo!) in questi anni ha fatto strada. Ed ancor prima del suo decadimento dalla carica di senatore, conclamatosi questa settimana e su cui non mi voglio dilungare, il decadimento è stato quello dei costumi, della morale, dell’etica, che ormai hanno iniziato la loro progressiva vetustà da diversi anni a questa parte, ancor prima del 1994, anno della famosa discesa in campo di Silvio. Questo processo però il cavaliere e le sue tv lo hanno accelerato. Io trovo che un punto importante di cui non dobbiamo dimenticarci è il famoso discorso di Craxi alla Camera del 1992, in cui il leader socialista diceva “Qui abbiamo rubato tutti!”. Lasciamo perdere il fatto che poi il latitante Bettino venisse considerato esule oltre che da sè stesso, dai suoi leccaculo e da coloro ai quali conveniva considerarlo tale (tra cui una bella pletora dei nostri attuali parlamentari). La deriva comunque ai giorni nostri è evidente, rimborsi elettorali e rimborsi spese approvati per legge e che riguardano la generica attività parlamentare o consigliare. Non è questo un modo per mascherare un’appropriazione indebita ed eludere quindi il furto o il peculato o il danno erariale? Per dire “io non ho rubato”? E a proposito di decadenza dei costumi, Berlusconi ha usato spesso le proprie tv non solo a scopo personale come mezzo per fare campagna elettorale, ma anche come vere e proprie armi di distrazioni di massa, inserendo gossip nei suoi tg, reality e altre banalità varie, in cui Costanzo e la De Filippi, autori e produttori di numerosi programmi, hanno fatto danni considerevoli nella formazione delle nuove generazioni. Ma questo nuovo che avanza (magari avanzasse nel senso di essere da scartare!) compresi i tre moschettieri del Pd autori del siparietto di cui vi ho parlato, non è un po’ il sottoprodotto del Berlusca e del suo modo di porsi all’attenzione della gente? Del resto colui che cura l’immagine e la comunicazione di Renzi non è quel Giorgio Gori cresciuto sotto la stella del Biscione? Quando un elettore di sinistra sente dire da Briatore che se Berlusconi non si ricandiderà, lui appoggerà Matteo Renzi, non sobbalza dalla sedia al pensiero di una così bella compagnia? Può non essere il caso dei Civati, dei Cuperlo e forse neanche dei Renzi, ma purtroppo spesso il sottoprodotto è peggio dell’originale, difficilmente questa regola fa eccezione. Del resto Berlusconi nel 1994 non aveva neppure bisogno di uno studio televisivo per annunciare la sua candidatura, gli sono bastati una scrivania, dei libri che forse neppure erano veri, due foto ben posizionate alle spalle e una calzamaglia, pardon un collant, sul viso per nascondere le rughe. Insomma un vero fuoriclasse rispetto a chi ha bisogno dell’X-Factor Arena!

 

Tornando al reality del Pd Factor, ho girato canale su Sky proprio una volta finito il confronto ed in studio vi erano diversi giornalisti a commentare il dibattito. Ho giusto sentito che si parlava del fattore V. Non ho proseguito oltre e non ho capito cosa si intendesse in studio, ma la risposta me l’ero già data e (non me ne voglia Grillo, me ne prendo tutta la paternità) dalla mia bocca è partito un sonoro ed inconfondibile VAFF…ULO!