Gli ultimi dei primi o i primi degli ultimi? (Settimana 49)

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Il tema di cui voglio trattare questa settimana è quello ripreso da Grillo e dal M5S al Vday di domenica scorsa e cioè quello sulla permanenza o meno dell’Italia nell’area euro. Non essendo io né un economista né un operatore finanziario, non potrò far altro che aiutarmi di alcuni dati estrapolati dalla rete ed usare quel poco di buon senso di cui mi ha dotato madre natura. Nonché fare i classici conti della serva che tutti siamo abituati a fare nelle nostre case e nelle nostre aziende. Mi piace poi più che dare delle risposte, fare a tutti delle domande, alle quali ognuno risponderà come meglio crede e seguendo i propri ragionamenti. Inizio partendo dai temi finanziari ed economici della questione. La voce degli europeisti più convinti è quella secondo cui con l’uscita dall’euro, gli investitori stranieri dismetteranno i propri investimenti sul debito pubblico italiano. Potrebbe essere, non abbiamo le prove del contrario. Ma sapete che questo processo è già in corso? Nell’arco di due anni, da metà 2011 in poi, gli investitori stranieri, hanno già cominciato a vendere i nostri Btp, con l’effetto di una salita repentina dello spread Btp-Bund tedeschi e con le conseguenze politiche che tutti conosciamo. L’austerità imposta da Monti ha calmato un po’ i mercati, tanto che lo spread è sceso. E col governo Letta la cosa sta andando avanti nello stesso modo. Eppure, salvo piccoli cambiamenti momentanei, gli stranieri hanno continuato a vendere, i francesi in primis, ma non per problemi di solidità dell’Italia, per problemi di liquidità e solidità delle proprie banche, le prime a non reggere gli stress test imposti dalla Bce. Sta di fatto che dal 2011 ad oggi (dati di settembre 2013), gli stranieri che prima detenevano circa il 50% del nostro debito oggi ne hanno circa il 30%. Ed io lo vedo come un segnale tutto sommato positivo. Più il debito sarà in mano nostra e più saremo liberi di decidere le sorti della nostra economia e meno vincolati alle scelte e alle regole della Bce e della Merkel, vera ispiratrice della politica economica europea. Basti pensare al Giappone, con un rapporto debito-Pil del 250% contro il 130% di quello italiano, ma con debito tutto in mano nazionale ed un’economia migliore della nostra con un pil positivo negli ultimi anni, se si eccettua il periodo post tsunami. E teniamo conto che se il debito sarà interamente o quasi interamente in nostre mani, gli italiani sono quelli in Europa col maggior risparmio e col minor indebitamento privato pro-capite. Per cui si avrebbe un debito complessivo alto ma solvibile in qualsiasi momento (cosa forse non fatta notare abbastanza ai tedeschi dai nostri politici in questi anni). Ma poi siamo così sicuri che stando così le cose, gli investitori stranieri ci mollerebbero del tutto? Io credo di no, anche perché la resa dei nostri titoli pubblici, ad oggi è ben diversa da quella dei titoli tedeschi, per i quali si è arrivati addirittura al paradosso di avere tassi d’interesse negativi. Altra critica di chi crede sia giusto restare nell’euro è quella che in seguito ad un ritorno alla moneta nazionale, svalutata (di quanto lo si dovrà vedere) rispetto all’euro, aumenterà l’inflazione in seguito all’aumento delle materie prime di cui l’Italia è notoriamente scarsa e che arrivano in gran parte dall’estero. Intanto chiediamoci come mai, d’altro canto, con l’ingresso nell’euro, non abbiamo visto affatto diminuire né la benzina né l’energia elettrica. Ci siamo trovati di fronte ad una speculazione incredibile, tanto che, per i famosi conti della serva, la frase più ricorrente sentita da tutti era che quel che costava mille lire all’improvviso è costato un euro. Detto questo, il discorso inflazione potrebbe essere comunque vero, anche se l’acquisto all’estero degli approvvigionamenti energetici, in questo caso, dovrebbe essere ricontrattato dalle nostre forze politiche, senza più vincoli europei. È ovvio che oggi, per un discorso di partnership, prima devo rivolgermi alla Germania, se lei ha quello di cui ho bisogno (penso ad esempio al ferro o al carbone), ma se io mi libero di certi vincoli, è altrettanto ovvio che posso cercarmi ciò di cui ho bisogno altrove, trattando il prezzo col venditore. E sulle materie prime voglio approfondire anche un altro discorso che riguarda le nostre esportazioni. Ho anche sentito da qualcuno, per conto mio in piena malafede, che pagando di più le materie prime, non è vero che il mio prodotto venduto all’estero verrà a costare meno e quindi trovare più sbocchi commerciali. Se guardo al mio lavoro (ma credo che per ogni azienda manifatturiera sia così), si tratta di una balla colossale. Ammettiamo che la svalutazione della futura lira sia di un 30% rispetto all’euro. Nel mio caso la materia prima lavorata, ammettendo che arrivi tutta dal mercato estero (anche se non è così), non incide sul prodotto finito più del 30-40%. Prendiamo per buono il 40%. Lasciando da parte il discorso più complesso dei costi fissi e variabili dell’azienda, per il resto incide la manodopera. Dovrei tenere conto anche dell’energia elettrica e del gas, che però hanno un’incidenza irrisoria che rientra senza dubbio nel fatto che ho tenuto come limite massimo (40%) quello delle materie prime. Tenendo fermo il costo della manodopera, ecco che il mio prodotto finale aumenterà del 12% (il 30% di 40), ma io potrò svalutare del 30% sui mercati esteri il mio prezzo finale. Che se prima valeva 100, ora varrá 112 meno il 30%. E cioè 78,4, più del 20% in meno. Col risultato che molto probabilmente chi prima comprava ad esempio un prodotto tedesco, tornerà a comprare italiano. Secondo voi, seguendo l’esempio di un amico che mi ha aiutato nel formulare questi ragionamenti, uno straniero, magari di un paese un po’ più arretrato del nostro, che si trova a comprare un’auto, tra una Golf e una Punto, a parità di prezzo, cosa sta comprando? Ma se la Punto costasse meno del 20%, le cose cambierebbero. Senza contare che libero dal patto di stabilità che sta strangolando la nostra economia, potrei forse, con la volontà politica di farlo, far calare il costo della manodopera, investendo seriamente sulla riduzione del costo del lavoro e non con una manovra tipo quella attuale del cuneo fiscale che non è altro che fumo negli occhi. Da un punto di vista politico poi, potremmo finalmente tornare a riprenderci quell’autonomia che attualmente manca alla nostra nazione, la famosa sovranità politica ed economica di cui si parla tanto. Diciamoci la verità, chi non trova avvilente vedere prima Monti, poi Letta e domani chissà chi, andare in pellegrinaggio a Berlino o a Bruxelles per mostrare i nostri passi avanti nel risanamento, con un paese quasi alla fame, e per avere ancora credibilità e fiducia? E continuando sulle domande, alla luce di quanto detto, conviene di più all’Italia o alla Germania, che noi si resti nell’euro? Perché la Germania e la Bce continuano a foraggiare la Grecia purché non esca? E perché in Italia gli europeisti più convinti sono l’alta finanza e la grande industria? Forse perché i primi in presenza di mercati deboli all’interno di un’area estesa e con grossi capitali come quella dell’area euro, possono speculare meglio? Sarà forse perché i secondi, in mancanza di barriere doganali, hanno meno vincoli ad esportare ciò che intanto in gran parte possono produrre (come fanno giá) all’estero, in Romania, Bulgaria, Serbia (v. ultimi investimenti Fiat) dove il costo del lavoro è più basso? E se un tedesco guadagna 3000 € al mese e un italiano la metà, fatto salvo il costo della vita che però non mi risulta essere doppio quello della Germania rispetto a quello dell’Italia (anzi, http://espresso.repubblica.it/affari/2012/02/28/news/prezzi-e-stipendi-italiani-beffati-1.40942) e il fatto che in Germania la spesa per il welfare è più alta che in Italia (http://www.senzasoste.it/politica/welfare-da-rifare-in-italia-si-spende-gia-meno-che-da-altre-parti), in quanto tempo la Germania sarà in grado di comprarsi l’Italia? Ed inoltre che senso ha quindi un’unione monetaria in cui, appunto, la moneta è la stessa, ma gli altri parametri finanziari ed economici sono diversi da stato a stato? Gli stati federali degli USA hanno tutti gli stessi tassi d’interesse sul debito, qua in Europa, per continuare a citare Italia e Germania, i nostri tassi sono al 5% e in Germania all’1%. Perché allora gli europeisti più convinti non sono in grado di alzare la voce e chiedere “più Europa” (con una Bce che si faccia carico di tutti i debiti nazionali e li ripartisca) e non questa via di mezzo, né carne né pesce, in cui le economie più povere saranno sempre più povere ed alla mercè di quelle più forti? Lo dico con una battuta cinica: al mondo c’è sempre stato bisogno dei poveri perché i ricchi esistessero e fossero sempre più ricchi. E la Germania questo l’ha capito prima di noi. Per cui, se devo e potrò scegliere, preferisco tornare ad essere uno dei primi tra gli ultimi piuttosto che uno degli ultimi tra i primi

P.s. Un grazie all’amico citato in precedenza che umilmente preferisce restare nell’ombra. Degli eventuali strafalcioni me ne assumo ovviamente tutta la responsabilità

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