Forconi e forchette

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Nonostante siano già passate due settimane dall’inizio della rivolta dei forconi (ora finita o solo sospesa secondo gli organizzatori), ci sono ancora parecchie cose che non mi tornano. Non sono convinto su chi ci sia dietro all’organizzazione, sull’atteggiamento delle forze dell’ordine e di quelle politiche. Andiamo con ordine: gli organizzatori sembrano più di uno, anzi sono più di uno. Infatti sotto al nome di Coordinamento 9 dicembre, giorno d’inizio degli scioperi, ci sono molte sigle, in primis proprio quella del movimento dei forconi, capitanato da Mariano Ferro. Movimento che nato in Sicilia un anno fa per protestare contro la politica di austerità imposta dal governo Monti, racchiude agricoltori, autotrasportatori, commercianti ed artigiani. Insieme ai forconi ci sono il Life (Liberi imprenditori federati europei) di Lucio Chiavegato e il Comitato riuniti agricoli di Danilo Calvani. Queste sono le anime della rivolta, discutibili al pari degli elementi di minor profilo che gravitano attorno a loro. Non mi voglio dilungare, per chi volesse approfondire rimando al link http://www.giornalettismo.com/archives/1264605/chi-e-a-capo-dellonda-del-9-dicembre/. Quel che però mi è chiarissimo sono le migliaia di persone, i nuovi impoveriti, come chiamati da molti organi di stampa, quegli italiani di un ceto medio che sta scivolando sempre più verso il basso, composto da disoccupati, cassintegrati, ma anche piccoli commercianti ed imprenditori in difficoltà, strozzati dal fisco e dalle banche e alle prese con una mancanza di sbocchi per i propri commerci e per le proprie attività. E su questi mi fa specie che non si catalizzino abbastanza le considerazioni della nostra classe politica, sempre più indaffarata a guardare alla stabilità di bilancio e non alla precarietà economica e sociale dei propri concittadini. Io l’ho dichiarato pubblicamente sui social network che frequento, non riesco sinceramente a simpatizzare per le frange estreme che compongono certi movimenti e guardo con sospetto e timore a quel che potrà accadere. E non perché questa crisi non mi tocchi pesantemente, però non so cosa ci sia oltre e dove si voglia arrivare. Può anche farmi piacere, nel mio intimo, vedere le forze dell’ordine abbassare il casco e fraternizzare coi manifestanti, ma il passo successivo può essere il golpe. E chi lo dovrebbe guidare? I Calvani, i Ferro e i Chiavegato? Però mi danno ancor più fastidio i benpensanti, quelli che del retro pensiero si fanno scudo per non vedere il malcontento e lo ridicolizzano pure con battute o amenità varie. E chi crede che ci debba essere un obbiettivo concreto perché una protesta abbia un senso, vada magari in Grecia (non ne siamo troppo distanti e non intendo geograficamente) a chiedere a chi ha messo a ferro e fuoco le istituzioni l’anno scorso cosa aveva nella testa. E’ facile che si senta rispondere che il problema non è quello che aveva in testa ma quel che non aveva nella pancia. Quando uno è disperato, vuole cambiare a tutti i costi, senza pensare se quel che verrà sarà migliore o meno. Giusto o sbagliato che sia, credo sia umano.

E a proposito di pance, vengo alla seconda parte del discorso, quello delle forchette. Cosa c’entrano mi direte voi? Ed allora andiamo a spiegarlo. E’ di questi giorni uno studio della UIL sui “costi della politica” in Italia (http://www.uil.it/documents/NEW_costipoliticade2013.pdf), uno studio un po’ raffazzonato e con molte incongruenze, in cui (se anche i dati fossero veri, cosa di cui dubito) vi sono certamente delle precisazioni da fare.  In sostanza in Italia, secondo la UIL, un milione di persone vive di politica e questa ci costa circa 23,2 miliardi di euro all’anno (757 € a cittadino), equivalente all’1,5% di PIL. Però, come detto, dentro al rapporto ci sono dei distinguo da fare. Ad esempio secondo me è scorretto inserirvi il numero di sindaci ed amministratori locali. Per lo meno è scorretto inserirvi senza filtri quelli dei piccoli paesi, dove fare il sindaco o l’assessore o il consigliere, oltre a non dare da vivere, spesso porta anche ad un impegno che non è per nulla commisurato all’entrata monetaria che ne deriva. Così come quando si parla di consulenze, credo che le cifre siano molto variabili tra chi si occupa di piccole realtà locali e chi invece di ministeri o di regioni. Ci sono però d’altra parte, secondo me, dei costi che non vengono menzionati e difficili da quantificare. Quanto incide ad esempio la corruzione? Se guardiamo a cosa diceva la Corte dei conti un anno e mezzo fa (http://www.luigiligotti.it/tag/corte-dei-conti/) si parla di 60-70 miliardi, che fatte le debite proporzioni equivale circa al 3,5% del PIL ed altri 1500-2000 € a cittadino. Ed inoltre la UIL si guarda bene dal conteggiare i costi dei sindacati e dei partiti (eccetto il finanziamento pubblico già calcolato nello studio a 91,4 milioni di euro), strutture che attingono a piene mani dallo stato, nel primo caso attraverso l’INPS ad esempio (ma è difficile sapere le cifre, quantificarle e capire se non vi siano altre fonti di finanziamento pubblico), nel secondo attraverso non solo il famoso finanziamento pubblico ai partiti menzionato, ma anche attraverso altre forme di cui parlerò. Parlando delle rappresentanze sindacali, credo che si tratti anche qua di una cospicua percentuale di PIL che però non sono riuscito a calcolare a dovere, vuoi perché il sindacato non rende trasparenti alcune voci di bilancio, vuoi perché le cifre che girano in rete non aiutano a fare chiarezza. Comunque stando ad uno studio di Wikispesa (http://wikispesa.costodellostato.it/Sindacati), facendo le debite somme tra i contributi INPS, INAIL ai vari patronati e CAF, nonchè aggiungendovi i distacchi dal lavoro rimborsati dall’INPS e l’esenzione dall’IMU (poi ci chiediamo magari perché si parli sempre di Chiesa e mai di partiti e sindacati e che questi tacciano sempre alla richiesta dei cittadini di far pagare la Chiesa), arriviamo ad una stima presunta di più di 580 milioni di euro. E da queste cifre sono naturalmente esclusi i versamenti dei pensionati e dei lavoratori (circa 970 milioni di euro), non rientrando ai fini del nostro calcolo nei soldi versati direttamente dallo stato, ma che danno l’idea del volume di denaro che gestiscono i rappresentanti dei lavoratori. Parlando dei partiti abbiamo visto in questi giorni nascere la riforma del finanziamento pubblico. Abolito a parole, in realtà solo modificato; per alcuni l’esborso futuro dello stato non sarà inferiore a quello attuale, ma vorrei concentrarmi su quanto si spende ad oggi per mantenere i partiti. Già detto del finanziamento per il 2013 ammontante a  91,4 milioni di euro, ribassato dopo che in alcuni anni aveva toccato (nel 2008), secondo la Corte dei Conti, la cifra record di 480 milioni e rotti di euro (http://it.wikipedia.org/wiki/Finanziamento_pubblico_ai_partiti), a  questa cifra però si deve aggiungere la detrazione del 19% (che verrà portata al 37% con la nuova legge) sulle erogazioni liberali ai partiti. Assumendo per buona la cifra ipotizzata dal governo Letta di 16 milioni di euro di detrazioni per il 2016 e ricalcolata ad oggi con la detrazione al 19%, possiamo ipotizzare che ad oggi le erogazioni ci costino 8,2 milioni di euro all’anno. Cifra grosso modo ipotizzata da Il Corriere della sera, a firma Sergio Rizzo nel 2010 (http://www.corriere.it/politica/12_aprile_10/soldi-ai-gruppi-sgravi-e-fondi-ai-giornali-sergio-rizzo_588816d0-82cd-11e1-b660-48593c628107.shtml), che ci parlava in quell’anno di una denuncia alla Camera da parte dei partiti (cifra presumibilmente sottostimata) di contributi privati per 49 milioni di euro che farebbero lievitare di poco quegli 8,2 milioni a carico dello stato per via della detrazione fiscale (9 milioni). I conti però non sono ancora finiti.  A questi  vanno aggiunti i contributi pubblici ai giornali di partito che Wikipedia stima per il 2008 in 24 milioni circa; altre fonti tra cui Il Corriere della sera, nello stesso articolo di Rizzo, ci parlano di cifre che attualmente si trovano intorno ai 50 milioni di euro. Ed inoltre sempre Il Corriere ci parla dei versamenti dei parlamentari al partito, detraibili anch’essi al 19%, ma che spesso i parlamentari versano non dalle proprie indennità, bensì dal fondo per i collaboratori parlamentari (portaborse, per capirci) che oltre ad essere esentasse, sono comunque anch’essi detraibili per il 19%. Cifra non quantificata, ma possiamo farci un’idea che le cifre non siano proprio a pochi zeri…

Tirando le conclusioni, partendo dallo studio della UIL, bisognerebbe fare una suddivisione che lo studio non fa, su cosa costi tenere in piedi la macchina statale e quanto in realtà ci costi mantenere i partiti e i politici che la controllano e la guidano. Credo che nessun cittadino  voglia mettere in dubbio il funzionamento dello stato, ma voglia vedere chiaro su quanto i partiti e i politici che campano davvero di politica tolgano risorse alla nazione. E quindi, tornando al titolo dell’articolo, non stupiamoci e non deridiamo di chi coi forconi reclama giustizia, quando dall’altra parte della barricata, c’è chi continua a tenere ben salda tra le mani la propria forchetta

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