Mese: gennaio 2014

Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate

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Ormai non passa giorno che non senta qualcuno che ha lasciato il nostro paese o che vorrebbe che i propri figli lo lasciassero. Io sono tra questi e nonostante sia dispiaciuto per aver aspettato così tanto dopo il matrimonio ad aver messo al mondo mio figlio, adesso, a denti stretti e con un’incazzatura che neanche potete immaginare, non posso che esserne in parte sollevato. Se lui fosse più grande la possibilità di vederlo lontano da me sarebbe sempre più concreta perché a breve non vedo che ombre, anzi buio fitto sul nostro futuro. Né so come e quando potrà cambiare la situazione. In questi giorni riflettevo come in azienda senta gente più vecchia di me dire che un periodo del genere mai s’era visto. Il problema è che sono 5 anni oramai che questa cosa la sento e tutti a giurare che ogni volta è peggio, avvalorando la mia percezione. E mi stupisce vedere agenti di commercio già navigati e che hanno sempre ostentato ottimismo come la professionalità e la strategia del proprio lavoro imporrebbe, lasciarsi andare ad amare considerazioni su prospettive future. Proprio due di questi mi hanno parlato dei loro figli in questo senso. M. ha la figlia che si è trasferita a Londra da qualche mese. Lei me ne parla sempre col magone, ma io la figlia l’ho vista su FB sorridente, a differenza di altre foto più vecchie dove non traspariva affatto quella gioia. E l’ho detto a M. per rincuorarla, e lei sì, ha convenuto e mi ha detto con un sorriso strappato a forza che comunque era meglio così, perché sua figlia adesso è felice e realizzata. Lavora in un pub, è ben voluta e dal part time è passata già al tempo pieno. Lì funziona ancora la meritocrazia, una parola che in Italia spesso sa di vetusto, ma che sì, lo dico con vanto e lo rivendico con forza, in piccole, anzi micro imprese come la mia funziona ancora. Mi ha stupito e fatto piacere il fatto che se V., la figlia della mia amica, sbaglia una birra, deve mettere in cassa il costo della stessa. Poi magari, come successo veramente, vai a casa e passando in macchina vedi un deposito di cassonetti dell’immondizia (pubblico) coi cassonetti nuovi  accatastati come se fossero stati scaricati dal camion col ribaltabile e capisci che sì, V. ha fatto davvero bene ad andare a Londra…Altro caso quello di E., agente di commercio anch’egli, emigrato dalla Sicilia credo ormai più di trent’anni fa e ora residente ad Alessandria. Anni fa mi raccontava di quello che era lavorare nella sua terra ai tempi in cui arrivò al nord e sorridevamo amaramente pensando ad un mondo, senza offesa per nessuno, più lontano nel tempo che nello spazio. Adesso, anche lui quasi con le lacrime agli occhi si trova il figlio ventenne col problema di non trovare lavoro o di trovarlo sottopagato (non per brame di ricchezza, ma per esigenze di sopravvivenza!). E a malincuore ha consigliato il figlio di fare quello che lui ha fatto trent’anni prima, di emigrare, ma questa volta oltre confine. Insomma, quando i padri, le madri invitano i propri figli ad emigrare capisci che qua è tutto da rifare, che il tempo della speranza è forse finito anche se questa è sempre l’ultima a morire. Siamo di fronte ad un’economia di guerra, senza che una guerra (come la si intende nella storia) ci sia mai stata negli ultimi anni. Ma una guerra, non armata, o con armi non convenzionali, c’è stata ed è tuttora in corso, senza sapere quando finirà. Non si sa da dove sia partita (ok, Lehman Brothers, ma siamo sicuri che fosse la causa scatenante e non il pretesto?), chi la guidi e dove ci porterà, ma i dati sono chiari, vi bastano questi grafici (dati riferiti al terzo trimestre 2013)?

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Qua mi sembra che ci sia a monte un disegno ben preciso per farci tornare indietro nel tempo, del resto Monti e prima di lui Prodi e Padoa Schioppa l’avevano detto, vero?  Leggete queste sue dichiarazioni dell’ormai lontano 2003, undici anni fa

Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Le parole sono forti e questo gli va dato atto, senza troppi filtri. Ma oggi i nostri politici (amplificati dai media-megafono)  parlano spesso di un ritorno all’’austerità! Facciamo attenzione all’uso delle parole con le quali puntualmente veniamo infinocchiati. Austerità è sintomo di sobrietà, sottintende moralità, rigore, tutti concetti positivi per una società civile. Ma questa non è austerità, qua si torna al vassallaggio, ad una ristretta cerchia di potere dove il potere è fine a sè stesso, dove i soldi sono consequenziali ad esso ma non ne sono l’essenza primaria. Dice giustamente l’amico Abate Faria su Il Contagio, riprendendo Noam Chomsky, che stiamo facendo la fine della rana bollita, che cuoce a fuoco lento abituandosi al dolore fintanto da non riuscire più a reagire ad esso. Qua non ci vorranno far crepare, questo no. Il potere, il vassallaggio ha bisogno dei suoi sudditi, vorranno farci chinare la testa e farci restare nell’ignoranza. Anzi, l’ignoranza è parte costitutiva e fondante del vassallaggio, guardate come cercano di nasconderci le porcate che escono tutti i giorni dai palazzi del potere…Avremo la brama di un lavoro sottopagato che ci permetta di sopravvivere e nulla più (pensate a Papa Francesco quando dice che un uomo che perde il lavoro perde la dignità…). E stanno testando così la tenuta dello stato sociale, vedere fino a dove ci si possa spingere. Guardate il caso Electrolux, con proposte di decurtamento dello stipendio in modo tale che un operaio non possa guadagnare più di 800 € al mese. Proposta avvalorata da Davide Serra, l’amico delle Cayman di Renzi, colui che sta redigendo il Jobs Act col neo segretario piddino (pensate a cosa ne uscirà…). Si è fatta una parziale ma sostanziosa marcia indietro, ma intanto il tentativo di forzare c’è stato e chissà quante ne dovremo vedere fintanto che potrà avvenire lo sfondamento di quel muro e lo sfaldamento della tenuta sociale del paese. Insomma, tornando ai nostri figli, ma anche a noi per chi è ancora in tempo e se la sente, a malincuore credo che il presentarsi valigie in mano in un nuovo paese sia una scelta triste ma quasi necessaria (a meno di non avere un grosso spirito di sopportazione o non poterlo fare per altri motivi). Chiedo a chi va di farmi solo una cortesia, di portarsi dietro un cartello e di esporlo alla frontiera per chi volesse tornare indietro o per i pazzi che dall’estero volessero emigrare in Italia. Su quel cartello provvederò io stesso a scrivere: “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”. La frase era di un noto fiorentino. Quello sì, un grandissimo patriota e di vedute assai ampie

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Stelle

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Sulle commemorazioni, secondo il mio punto di vista, ognuno può pensare ciò che vuole e può viverle come crede. Non sono neppure per l’introduzione del reato di negazionismo, come spiegato già nel post Settimana 43. Le idee si combattono con le idee e la storia va difesa con le parole quando sono parole a contrapporsi ad essa o a darne una versione sbagliata. Ciò non significa che io non sia un difensore delle commemorazioni, proprio per rendere viva ed attuale quella storia, fatta di soprusi fisici e della libertà delle persone, sia che ci si riferisca alla giornata della memoria di domani 27 gennaio sulla deportazione e sterminio degli ebrei, sia che si parli della lotta partigiana per la liberazione dell’Italia il 25 di aprile. Spiace solo in alcuni casi vederne sviliti i contenuti, anche senza malafede, ma per eccesso di superficialitá, dovuta anche al fagocitarsi degli eventi della giornata, consumata sempre più in fretta e sempre più globalizzata nell’informazione (che non per questo è ovviamente un male). Parlo anche e soprattutto per me in questo caso. Si lavora e nei ritagli di tempo, in pausa pranzo, dopo cena, anche in famiglia e spesso sacrificandone il dialogo, si cerca di informarsi su tutto, in tv (non tanto io in questo caso, che non le credo molto), sui social network, in rete. Passando da un argomento all’altro proprio nella brama di sapere e conoscere, lasciando spesso poco spazio all’approfondimento della singola questione. Ecco quindi che magari la giornata della memoria finisce (e mi riferisco ai social network ma la stessa cosa accade nei tg), relegata in un post in mezzo ad altri, che magari seguono il primo di pochi minuti e che parlano di legge elettorale, di stragi di balene, ma anche di calcio e di gossip (su questo io difetto e non me ne spiace neanche un po’).Insomma, non credo che siano atteggiamenti deprecabili, assolutamente, sono solo il segno dei tempi in cui viviamo, ma in fondo in fondo un po’ di amaro in bocca e di senso di colpa, non so a voi, ma a me lo lasciano. Ricordo comunque quelle tristi pagine di storia con un mio piccolo componimento del febbraio 2009 che da il titolo al post, dedicato a tutti coloro che hanno patito in maniera diretta o indiretta il dramma dell’olocausto

STELLE

 

Chiedi di loro alle soffitte che li hanno nascosti

e ti diranno dei loro silenzi di paura e della loro noia piena di angoscia,

del poco cibo portato da anime buone e delle loro lunghe notti di veglia

 

Chiedi di loro alle stazioni che li hanno visti partire

e ti diranno della loro compostezza e di quei bimbi senza giochi,

delle loro umili valigie e di quegli occhi spenti, come le stelle di cartone sul petto

 

Chiedi di loro ai vagoni che li hanno portati

e ti diranno dell’ossigeno risparmiato e del fetore di urina e di feci,

di quella carne da macello, peggiore di quella già portata prima

 

Chiedi di loro ai cancelli che li hanno fatti entrare

e ti diranno che erano meno di quelli saliti sui vagoni,

troppi perché andassero tutti a lavorare nei campi

 

Chiedi di loro ai piazzali dove sono scesi

e ti diranno delle famiglie separate e dei volti atterriti

del pudore perduto e del nome diventato un numero

 

Chiedi di loro ai giacigli di paglia dove si sono coricati

e ti diranno delle speranze sussurrate e delle certezze taciute,

delle preghiere silenziose e dei sogni traditi dal risveglio

 

Chiedi di loro ai carri armati russi che li hanno liberati

e ti diranno che non hanno trovato sopravvissuti ma solo resti umani,

svuotati di tutto tranne che del respiro

  

Chiedi di loro ai camini che li hanno fatti passare

e ti diranno di chi credeva di lavarsi e dell’amaro sorriso di chi aveva capito tutto,

delle stelle bruciate e del loro volo a punteggiare la volta del cielo

 

                                                                         Giacomo Oliveri

 

 

 

 

 

 

Poveri parlamentari

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Lo spettacolo dell’aula di Montecitorio semivuota durante l’intervento della De Girolamo è stato davvero desolante. Mentre tutta la politica ruota attorno a Renzi ed al suo incontro con Berlusconi, il PD con Oliverio aveva presentato un’interpellanza sul comportamento della De Girolamo sulle note questioni riguardanti la ASL di Benevento. Bene, in aula, mal contati e tra un andirivieni e l’altro figuravano al massimo 86 deputati. Tra i più assenti, stando alle cronache politiche, proprio i deputati del PD, il partito che aveva presentato l’interpellanza. Tuttavia se si prova ad informarsi su quali sono le presenze dei parlamentari ed il loro trattamento economico, forse si capisce un po’ di più il fenomeno o quanto meno gli si da una chiave di lettura interessante. Vado perciò sul sito della Camera dei deputati e guardo al trattamento economico che noi cittadini riserviamo agli stessi.

– Indennità parlamentare netta € 5000,00 (a noi costa, lorda, € 10435). Questa spetta semplicemente per essere parlamentari, indipendentemente dall’attività svolta. Vi sono riduzioni del 10% per chi eccede i 90000 € (non specificando, immagino che si parli di cifre al netto dell’indennità parlamentare, visto che quella lorda eccede di già), del 20% per chi col cumulo da lavoro superi i 150000 € lordi annui e del 40% per chi ottiene un reddito da lavoro uguale o superiore del 15% di quello da parlamentare

– Diaria mensile pari ad € 3503,11, decurtata di € 206,58 per ogni giorno di assenza nei giorni in cui si procede a votazioni elettroniche. L’art. 2 della legge 31 ottobre 1965, n. 1261 recita che “Ai membri del Parlamento è corrisposta una diaria a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma. Gli Uffici di Presidenza delle due Camere ne determinano l’ammontare sulla base di 15 giorni di presenza per ogni mese”. Cosa significherà? A me sembrava più semplice e chiaro dire che occorreva che alla Camera e al Senato si svolgesse attività di voto e/o di commissione per almeno 15 giorni al mese. Comunque andiamo oltre. Dal sito della Camera si nota poi che basta che un deputato presenzi almeno al 30% delle votazioni della giornata per percepirla ugualmente. E qui facciamo un piccolo ma significativo excursus. Prendo non a caso il mese di ottobre perché ha 31 giorni senza festività e non è un mese balneare in cui si sa che i nostri parlamentari legiferano malvolentieri. Dovrebbe quindi essere uno dei mesi più prolifici. Andando a verificare sempre sul sito della Camera le votazioni elettroniche giornata per giornata, si desume che i deputati hanno votato 160 provvedimenti in 16 giorni (esattamente 10 votazioni a giornata). Se qualcuno dei nostri deputati non avesse mai partecipato, interpreto male se dico che avrebbe comunque avuto una riduzione di € 3305,28 a fronte di quella spettante di € 3503,11? La vogliamo chiamare “cresta” di duecento euro circa? Magari mi sbaglierò, ma se le cose fossero state trasparenti, in questi momenti in cui i nostri politici sono sempre più sotto i fari dell’opinione pubblica (parlo della gente incazzata a leggere le cronache giudiziarie e di cui i giornali non possono fare a meno di parlare, cercando spesso di rendere il boccone meno amaro o cercando di distogliervi l’attenzione), per che motivo non spiegare meglio le cose? Non si sarebbe potuto rimborsare la diaria per i giorni effettivi di presenza in aula al momento del voto? E poi, facendo i conti della serva, il 30% delle votazioni giornaliere significano 3 votazioni al giorno, che grosso modo non impegnano più di 2-3 ore (contando che sono 10 nell’arco della giornata). Chi prende la diaria intera in 16 giorni di votazioni (sempre riferito ad ottobre), prende tremilacinquecento euro per 48 ore di votazioni (abbondando). Capito la storia delle presenze in aula? Se c’è un’interpellanza mica si vota…

– Rimborsi spese da € 3690,00 di cui una metà rendicontati (spese per collaboratori, consulenze, ricerche ecc…non facciamo altri discorsi sulla legittimità e trasparenza, ognuno pensi quel che crede), una metà forfettari, per cui da non giustificarsi. Sei un deputato? Un po’ di rimborso te lo do lo stesso anche se non l’hai speso

– Spese di trasporto. Qua il discorso è nuovamente interessante. I deputati sono completamente spesati sulla rete ferroviaria, autostradale e negli spostamenti in aereo. Ma inoltre spetta loro un rimborso per gli spostamenti da casa verso l’aeroporto più vicino e da Fiumicino a Montecitorio. L’importo è  trimestrale ed ammonta ad € 3323,70 nel caso in cui l’aeroporto più vicino a casa disti meno di 100 km. Nel caso sia più alto è di € 3995,10. Del resto lo sanno anche i parlamentari che la benzina costa… Che poi molti parlamentari in settimana vivano a Roma senza spostarsi se non per attività istituzionali, magari con auto blu, questo è trascurabile

– Spese telefoniche annuali per € 3098,74. La Camera ci tiene però a precisare che non vengono forniti telefoni cellulari ai deputati, che poverini dovranno comprarseli. Provate un po’ a fare un contratto con una compagnia telefonica che vi dia tutto, ma proprio tutto compreso e guardate quanto spendete al mese! Ad oggi, confrontando le varie compagnie telefoniche (ho fatto anche questo per scrupolo), con al massimo 900 € all’anno si hanno piani telefonici illimitati (ma si può spendere anche molto meno) sia per la telefonia che per la navigazione. Ed è facile capire che acquistando un telefono nuovo all’anno (sapete come si usurano i telefoni…) la cifra resta comunque altissima rispetto alle reali esigenze

– Assistenza sanitaria. Molto vaga la descrizione sul sito della Camera, perché non dare un’occhiata a questa pagina di investireoggi.it?  Abbreviamo dicendo che a Montecitorio sono presenti un’infermeria ben attrezzata, 5 studi medici, un centro fisioterapico e un centro benessere (volevamo farcelo mancare?). E poi rimborsi spese come se piovessero per i parlamentari e per i propri famigliari (comprese anche le prestazioni per loro, avete capito bene). Il tutto con una trattenuta lorda per il deputato di 526,66 euro

– Assegno di fine mandato. A fronte di una trattenuta lorda mensile di € 784,14 il deputato a fine mandato riceve un assegno pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità per ogni anno di mandato. Manca qualche tassello e voglio approfondire. Andando sulla pagina di fisquoequo.it , leggo che l’assegno di fine mandato non è soggetto a tassazione, a differenza del TFR dei normali lavoratori. Per cui, trattenuta sul lordo, importo finale calcolato sul lordo, ma assegno al netto delle imposte. E poi spesso qualcuno li crede stupidi i nostri parlamentari…

– Sulla pensione si sa che ai 65 anni d’età un deputato matura la pensione anche per soli 5 anni di legislatura, ragion per cui molto spesso i governi vacillano ma non cascano, a meno che non ce ne sia uno dietro l’angolo pronto a subentrare senza dover ricorrere al voto.

Per concludere, a conti fatti, conoscete un investimento più redditizio di una bella campagna elettorale per entrare in Parlamento?

 

PMI I numeri di una crisi senza uscita

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Mentre la stragrande maggioranza della stampa e dei media televisivi, con le solite e poche eccezioni, si prodigava e faceva a gara nel venerare il signore degli Agnelli Marchionne e il nuovo che avanza da Firenze Renzi, io con una mano sulla tastiera e una sui gioielli di famiglia visto il mio coinvolgimento in prima persona, studiavo ed analizzavo i numeri delle piccole e medie imprese italiane in tempi di crisi. Venendo subito al sodo, vi invito a dare una rapida occhiata a questo grafico

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Solo Brasile, Algeria ed Eritrea possono vantare una pressione fiscale maggiore (fonte Il Sole 24 ore)!!! Ed aggiungo che le PMI sono il 99,9% delle imprese operanti nel nostro paese. Se non fossi il solito logorroico e polemico blogger in erba, potrei anche terminare qua il post di questa settimana lasciandovi una sola domanda in dote: credete davvero che la ripresa sia non solo possibile ma anche vicina, come annunciato a più riprese da Letta e Saccomanni? Ma siccome prima di capire che questo poteva già bastare avevo raccolto una miriade di dati e incrociato diversi link, nonché letto diversi blog, credo sia giusto, per chi volesse continuare a leggere, snocciolarli e analizzarli più a fondo. Intanto diciamo che oltre ad essere il 99,99% delle imprese operanti in Italia,

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le PMI occupano 12 milioni di persone (80% del totale) contro i 3 milioni della grande industria e danno un valore aggiunto pari al 68% del totale. Ed oltretutto si noti come le PMI incidano maggiormente nella struttura economica italiana rispetto alla media europea. E continuando, fonte Adnkronos*, sintetizzando a mò di tabella per praticità e comprensione:

Nel 2013

– il 30% delle aziende ha licenziato almeno un dipendente

– il 25% delle aziende non ha pagato la tredicesima (per la metà di queste era la prima volta)

– 5 aziende su 10 ritardano a pagare gli stipendi, tra queste 3 su 10 hanno un ritardo superiore ad un mese

– 4 aziende su 10 si sono viste respinte richieste di finanziamenti dalle banche, ed altre 4 l’hanno ottenuto ridimensionato rispetto alle richieste

– Le sofferenze bancarie ammontano a 138 miliardi di euro, a giugno del 2013 equivalenti al 7,1% degli impieghi di capitale, contro il 5,7% del giugno 2012. A fronte della recente moratoria (sospensione delle rate) sui debiti per un totale di 4,2 miliardi (un’inezia)

– La burocrazia costa alle PMI 5 miliardi di euro all’anno, equivalenti a 47 giorni lavorativi di una persona, € 11000 ad azienda

– 1 azienda su 3 ha ottenuto prestiti a tasso d’usura (tra il 15 e il 30%), circa 2 milioni di imprenditori a rischio di cadere nel fenomeno. Ed il fenomeno cresce in presenza delle scadenze fiscali. Il 25% tra gli imprenditori interessati ha dichiarato di essere caduto nell’usura per non dover licenziare i dipendenti

– Tra le imprese artigiane (a fine 2013 circa 1 milione e 400 mila, più della metà delle PMI italiane), dal 2008 al 2013 hanno chiuso 83000 aziende, con la perdita di 220000 addetti; per ritrovare questi dati occorre andare indietro 10 anni (fonte Ildenaro.it)

E per il 2014 cosa ci si aspetta? Nulla di buono naturalmente. D’accordo che al momento l’indice del manifatturiero presenta un piccolo segnale di ottimismo salendo a quota 53,1 (a 50 si ha lo spartiacque tra crescita e contrazione), superiore al 52,7 dell’area euro e inferiore a quello inglese (57,3) e USA (57) ma quello dei servizi è fermo a 47,9 contro ai 51 di quello dell’eurozona. E troviamo positivo che un’azienda su 10 pensi di assumere a fronte del 20% che pensa di licenziare?

Insomma, scusate se ho ecceduto nei numeri, ma mi sembra che parlino molto chiaro e che valesse la pena approfondirli. Quanto alle considerazioni politiche, credo di poter dire che il governo Letta (per non parlare di quello Monti) ha mentito e continua a mentire quando si parla di ripresa. Come fa a ripartire l’economia se non riparte dalle PMI, fulcro del sistema economico italiano? E del resto come fa ad esserci ripresa se sappiamo già (dichiarato dal ministro Saccomanni) che aumenterà ancora la disoccupazione? A me fa specie la miopia e/o malafede dei nostri politici quando, affiancati da una stampa sempre più supina ai loro proclami, si prodigano in un ottimismo sconsiderato e di comodo (visto che è fatto sulle schiene altrui). I nostri politicanti parlano di banche che devono tornare a fare prestiti alle imprese quando nel 2011 la BCE ha prestato denaro all’1% alle nostre banche “caldeggiando” l’acquisto da parte loro di titoli di stato italiani, in seguito all’accordo sul fondo salva stati e all’allontanarsi degli investitori stranieri dal debito pubblico dei paesi a rischio tra i quali il nostro. Si è permesso alle banche di speculare e allo stato di non fallire. Poi se a fallire fossero state le aziende, con famiglie più povere e senza lavoro, quello sarebbe stato un danno collaterale di poco conto. Adesso sono curioso di vedere il Jobs act di Renzi. Dalla prima bozza, accolta da stampa, sindacati e organi europei con frizzi e lazzi, non sono molto convinto. Mancano cifre, copertura finanziaria, si pensa a nuove agenzie per il lavoro, come se fossero queste a crearlo (primo problema da affrontare) e non siano state in passato anche l’occasione per dar vita a nuovi poltronifici. Ed invece di abolire l’IRAP, Renzi parla di una riduzione del 10%. Si parla poi di tassare le rendite finanziarie, senza parlare di cifre e limiti. Si parla quindi dei risparmi di tutti, indipendentemente dai redditi? E la proposta perché è stata elaborata con Davide Serra, l’amico delle Cayman di bersaniana memoria, che probabilmente ha già portato all’estero ciò che non verrà quindi tassato? Comunque aspetto la stesura definitiva e sospendo quindi il giudizio.

Insomma, per chiudere, l’unica ripresa che vedo all’orizzonte è quella per il c..o, la realtà dice che non è ancora finita la discesa, per quanto strano possa sembrare che sia possibile andar peggio

* http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Piccole-e-medie-imprese-in-difficolta-per-una-su-quattro-tredicesima-a-rischio_32991453047.html

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Imprese-per-artigiani-e-Pmi-la-burocrazia-costa-cinque-miliardi-di-euro-allanno_321076685435.html

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Un-terzo-delle-Pmi-ha-licenziato-Fuori-i-dipendenti-piu-giovani_32811177212.html

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Allarme-usura-per-le-pmi-una-su-tre-riceve-credito-a-tassi-illegali_32902465827.html

Liberi di parlare o di farcelo credere?

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E così finalmente Napolitano ha parlato alla nazione. Non voglio entrare nel merito dei contenuti, letti il giorno dopo sui media in rete e su cui ci sarebbe molto da dire, voglio partire dai dati d’ascolto. Stando ai dati Auditel, gli italiani che hanno ascoltato il discorso sarebbero stati 9979 rispetto ai 9702 del 2012. Per cui il boicottaggio portato avanti da Berlusconi in primis e da Grillo e andato avanti sulla rete a mò di tam tam, sarebbe fallito. Io non voglio mettere in dubbio i dati, anche se guardando questo sondaggio DEMOS del dicembre scorso

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non li trovo molto coerenti con gli umori della nazione. Però se guardiamo comunque il grafico seguente

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che mostra l’andamento dei dati d’ascolto del discorso presidenziale dal 2006 ad oggi, vediamo chiaramente che parlare di successo sui dati d’ascolto mi sembra una forzatura. Intanto a fronte di 59.433.744 di italiani si capisce che la percentuale è comunque molto esigua. Se dal sondaggio DEMOS si evince che un italiano su due non ha più fiducia nel Presidente della Repubblica, addirittura dai dati AUDITEL, 5 italiani su 6 non hanno prestato ascolto al suo discorso. E qui si potrebbe aprire anche un capitolo differenziando l’istituzione della Presidenza della Repubblica da colui che in questo momento la rappresenta. Magari gli italiani (io sono tra questi) rispetta l’istituzione ma non ritiene adatto al ruolo Napolitano. E comunque chiudendo questo preambolo sulla veridicità e coerenza dei dati voglio venire al punto focale di questo mio articolo. Mi spiego…come detto, a parte qualche eccezione, in generale la stampa (in particolare Corsera, La Stampa e La Repubblica) ha parlato di un buon discorso (per alcuni il migliore di questi otto anni di presidenza) e rimarcato per l’appunto il “successo” dei dati d’ascolto con il conseguente insuccesso di Grillo e della sua replica sul suo blog in contemporanea. Non sono riuscito a capire se si siano potuti quantificare i contatti al blog di Grillo, posso dire che molti, me compreso, non hanno avuto la possibilità di collegarsi a causa dell’intasamento delle linee. Ma questo può non voler dire molto, a Capodanno è normale che accada anche se non parla Grillo in rete. Non credo che la cifra sia superiore a quella degli ascolti per Napolitano, per molti motivi tra cui la fruibilità e l’utilizzo di internet per molta parte della popolazione, comunque avere i dati avrebbe potuto essere significativo. Tornando a noi, il sunto di tutto questo lunghissimo discorso è: ci si può fidare della stampa in Italia? E’ veramente libera? E non per leggi che la censurino ma per il discorso sulle proprietà editoriali dei maggiori quotidiani in Italia. Per evitare che diventino luoghi comuni quelli sul quarto potere e che sia solo una inutile cantilena quella che vuole la stampa come il megafono della politica, invito tutti a leggere http://it.wikipedia.org/wiki/Quarto_potere_(sociologia) e soffermarsi in particolare su:

”… I rischi principali per la democrazia in seguito ad un uso improprio di questo potere, sono costituiti dal controllo politico dei mezzi di informazione e dall’accentramento di essi nelle mani di un ristretto gruppo di persone (solitamente grandi aziende). In questi due casi infatti, considerando che coloro che controllano i media tendono in genere a filtrare le informazioni che sono in contrasto con i propri interessi, si avrebbe una mancanza di pluralismo, e si ostacolerebbe quindi la possibilità dei cittadini-elettori di formarsi delle opinioni informate e di attuare delle scelte informate…”

Detto questo, per parlare con cognizione di causa e con dati alla mano (fonti Wikipedia, ma anche siti dei gruppi editoriali citati), guardiamo da chi sono detenute le proprietà dei quotidiani in Italia

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Come si vede, non c’è un solo editore che sia un editore puro, che non abbia quindi affari  in altre attività commerciali e/o industriali. E vi sono casi eclatanti quali FIAT, De Benedetti, Pirelli, Mediobanca, Paolo Berlusconi, Caltagirone, Angelucci, che da sempre hanno avuto commistioni più o meno lecite con la politica e che da questa hanno certamente avuto i propri più o meno limpidi tornaconti. Se poi aggiungiamo a questi discorsi i contributi pubblici all’editoria da cui negli anni passati hanno grosso modo pescato tutti (almeno fino al 2010, stando ai dati raccolti in rete, su cui c’è comunque un’ombra riguardo alle cifre e sugli anni futuri), ecco che il cerchio si chiude. Vi sono poi casi differenti, a cui trovo interessante guardare. Il caso ad esempio de L’Unità, al centro delle polemiche in questi giorni per una quota di azionariato (circa il 14%) acquisita da Claudia Maria Ioannucci, già senatrice di Forza Italia e amica di quel Valter Lavitola al centro degli scandali di un paio d’anni fa per la famosa casa di Montecarlo di Gianfranco Fini, nonché per operazioni poco pulite a vantaggio dell’allora premier Silvio Berlusconi. Il giornale fondato da Gramsci e con quote ancora di proprietà PD, insieme a quelle della Ioannucci? Da qui lo sciopero della redazione del quotidiano dei giorni scorsi. E caso ultimo, di tutt’altro tipo, quello de Il Fatto quotidiano, la cui proprietà è in mano a piccoli editori (Edizioni Aliberti e Chiare Lettere col 16,26% i principali) e una cooperativa di giornalisti tra cui il direttore Padellaro (16,26%), Marco Travaglio e Peter Gomez. Editori puri e giornalisti per un connubio che al momento sembra funzionare. In un momento in cui l’editoria è in profonda crisi per tanti motivi, come fa notare l’Abate Faria nel suo articolo all’indirizzo http://ilcontagio.org/2013/12/18/i-giornali-non-li-compra-piu-nessuno-chissa-perche-ecco-i-dati/, sarà un caso che Il Fatto sia l’unico quotidiano in controtendenza sulle vendite?

Per chiudere, vorrei quindi dire la mia a chi parla di pluralismo. In effetti le voci de Il Giornale e quelle de La Repubblica, Il Corriere della sera e La Stampa (per citare i principali), sono dissonanti. Ma non mi basta perché mi si parli di stampa libera. A me sembrano più che altro le voci di un oligarchia che fa girare il paese e l’informazione come meglio le aggrada. Il conflitto d’interessi di Berlusconi, di cui si è parlato per anni, non facendo mai nulla di concreto, era solo la punta dell’iceberg, uno dei tanti di questo stranissimo paese