Liberi di parlare o di farcelo credere?

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E così finalmente Napolitano ha parlato alla nazione. Non voglio entrare nel merito dei contenuti, letti il giorno dopo sui media in rete e su cui ci sarebbe molto da dire, voglio partire dai dati d’ascolto. Stando ai dati Auditel, gli italiani che hanno ascoltato il discorso sarebbero stati 9979 rispetto ai 9702 del 2012. Per cui il boicottaggio portato avanti da Berlusconi in primis e da Grillo e andato avanti sulla rete a mò di tam tam, sarebbe fallito. Io non voglio mettere in dubbio i dati, anche se guardando questo sondaggio DEMOS del dicembre scorso

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non li trovo molto coerenti con gli umori della nazione. Però se guardiamo comunque il grafico seguente

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che mostra l’andamento dei dati d’ascolto del discorso presidenziale dal 2006 ad oggi, vediamo chiaramente che parlare di successo sui dati d’ascolto mi sembra una forzatura. Intanto a fronte di 59.433.744 di italiani si capisce che la percentuale è comunque molto esigua. Se dal sondaggio DEMOS si evince che un italiano su due non ha più fiducia nel Presidente della Repubblica, addirittura dai dati AUDITEL, 5 italiani su 6 non hanno prestato ascolto al suo discorso. E qui si potrebbe aprire anche un capitolo differenziando l’istituzione della Presidenza della Repubblica da colui che in questo momento la rappresenta. Magari gli italiani (io sono tra questi) rispetta l’istituzione ma non ritiene adatto al ruolo Napolitano. E comunque chiudendo questo preambolo sulla veridicità e coerenza dei dati voglio venire al punto focale di questo mio articolo. Mi spiego…come detto, a parte qualche eccezione, in generale la stampa (in particolare Corsera, La Stampa e La Repubblica) ha parlato di un buon discorso (per alcuni il migliore di questi otto anni di presidenza) e rimarcato per l’appunto il “successo” dei dati d’ascolto con il conseguente insuccesso di Grillo e della sua replica sul suo blog in contemporanea. Non sono riuscito a capire se si siano potuti quantificare i contatti al blog di Grillo, posso dire che molti, me compreso, non hanno avuto la possibilità di collegarsi a causa dell’intasamento delle linee. Ma questo può non voler dire molto, a Capodanno è normale che accada anche se non parla Grillo in rete. Non credo che la cifra sia superiore a quella degli ascolti per Napolitano, per molti motivi tra cui la fruibilità e l’utilizzo di internet per molta parte della popolazione, comunque avere i dati avrebbe potuto essere significativo. Tornando a noi, il sunto di tutto questo lunghissimo discorso è: ci si può fidare della stampa in Italia? E’ veramente libera? E non per leggi che la censurino ma per il discorso sulle proprietà editoriali dei maggiori quotidiani in Italia. Per evitare che diventino luoghi comuni quelli sul quarto potere e che sia solo una inutile cantilena quella che vuole la stampa come il megafono della politica, invito tutti a leggere http://it.wikipedia.org/wiki/Quarto_potere_(sociologia) e soffermarsi in particolare su:

”… I rischi principali per la democrazia in seguito ad un uso improprio di questo potere, sono costituiti dal controllo politico dei mezzi di informazione e dall’accentramento di essi nelle mani di un ristretto gruppo di persone (solitamente grandi aziende). In questi due casi infatti, considerando che coloro che controllano i media tendono in genere a filtrare le informazioni che sono in contrasto con i propri interessi, si avrebbe una mancanza di pluralismo, e si ostacolerebbe quindi la possibilità dei cittadini-elettori di formarsi delle opinioni informate e di attuare delle scelte informate…”

Detto questo, per parlare con cognizione di causa e con dati alla mano (fonti Wikipedia, ma anche siti dei gruppi editoriali citati), guardiamo da chi sono detenute le proprietà dei quotidiani in Italia

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Come si vede, non c’è un solo editore che sia un editore puro, che non abbia quindi affari  in altre attività commerciali e/o industriali. E vi sono casi eclatanti quali FIAT, De Benedetti, Pirelli, Mediobanca, Paolo Berlusconi, Caltagirone, Angelucci, che da sempre hanno avuto commistioni più o meno lecite con la politica e che da questa hanno certamente avuto i propri più o meno limpidi tornaconti. Se poi aggiungiamo a questi discorsi i contributi pubblici all’editoria da cui negli anni passati hanno grosso modo pescato tutti (almeno fino al 2010, stando ai dati raccolti in rete, su cui c’è comunque un’ombra riguardo alle cifre e sugli anni futuri), ecco che il cerchio si chiude. Vi sono poi casi differenti, a cui trovo interessante guardare. Il caso ad esempio de L’Unità, al centro delle polemiche in questi giorni per una quota di azionariato (circa il 14%) acquisita da Claudia Maria Ioannucci, già senatrice di Forza Italia e amica di quel Valter Lavitola al centro degli scandali di un paio d’anni fa per la famosa casa di Montecarlo di Gianfranco Fini, nonché per operazioni poco pulite a vantaggio dell’allora premier Silvio Berlusconi. Il giornale fondato da Gramsci e con quote ancora di proprietà PD, insieme a quelle della Ioannucci? Da qui lo sciopero della redazione del quotidiano dei giorni scorsi. E caso ultimo, di tutt’altro tipo, quello de Il Fatto quotidiano, la cui proprietà è in mano a piccoli editori (Edizioni Aliberti e Chiare Lettere col 16,26% i principali) e una cooperativa di giornalisti tra cui il direttore Padellaro (16,26%), Marco Travaglio e Peter Gomez. Editori puri e giornalisti per un connubio che al momento sembra funzionare. In un momento in cui l’editoria è in profonda crisi per tanti motivi, come fa notare l’Abate Faria nel suo articolo all’indirizzo http://ilcontagio.org/2013/12/18/i-giornali-non-li-compra-piu-nessuno-chissa-perche-ecco-i-dati/, sarà un caso che Il Fatto sia l’unico quotidiano in controtendenza sulle vendite?

Per chiudere, vorrei quindi dire la mia a chi parla di pluralismo. In effetti le voci de Il Giornale e quelle de La Repubblica, Il Corriere della sera e La Stampa (per citare i principali), sono dissonanti. Ma non mi basta perché mi si parli di stampa libera. A me sembrano più che altro le voci di un oligarchia che fa girare il paese e l’informazione come meglio le aggrada. Il conflitto d’interessi di Berlusconi, di cui si è parlato per anni, non facendo mai nulla di concreto, era solo la punta dell’iceberg, uno dei tanti di questo stranissimo paese

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