Mese: marzo 2014

RENZIE: ALTRE COSE NON DETTE NELLE SLIDES

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Il mercante di cifre ha snocciolato dati e numeri in quantità e con una capacità comunicativa che ha avuto certamente un impatto notevole nell’italiano medio, avvezzo a seguire i tg nazionali e a leggere la stampa di casa nostra. Eccezione di una stampa davvero libera ed onesta per me è solo Il Fatto quotidiano ed il perché chi mi legge da tempo lo sa già. Gli altri li invito a leggersi Liberi di parlare o di farcelo credere?

Ma se uno cerca in rete, gli capita spesso di imbattersi in cifre che il bandito(re) 😉 fiorentino ha volutamente omesso, di notizie di aumenti che i cittadini ignorano fino a che non si faranno alcuni conti in tasca. Di alcune cose ho già parlato in Renzie, il mercante di cifre e Renzi, manovra di sinistra o manovra sinistra? Ed in particolare:

Ho già detto delle coperture mancanti. E questo anche la stampa più prona lo ha sottolineato, poco secondo me, ma lo ha sottolineato.

Ho già fatto il calcolo dell’IRAP, dimostrandone l’inutilità per un autonomo del ceto medio e spiegato come la tassazione sulle rendite inciderà soprattutto sui piccoli risparmiatori di ogni categoria sociale e lavorativa.

Ho già parlato degli aumenti TASI e IMU, nonché dell’abolizione della detrazione fiscale per il coniuge a carico (tipica manovra di sinistra dalla parte dei più bisognosi…).

Oggi mi imbatto invece in una pagina delle PMI (PMI.it) e leggo questo:

L’aumento in busta paga di maggio promesso sfuma per le nuove tasse: addizionali IRPEF regionali e comunali pesano circa il 30% in più dello scorso anno. I calcoli dell’ufficio studi UIL stimano un esborso medio di 97 euro rispetto ai 79 del 2013 (+29,3%). Quattro regioni  – Lazio, Piemonte, Liguria, Umbria – e quasi 1.500 Comuni (fra in quali Roma) hanno infatti deciso un aumento delle aliquote IRPEF  per le addizionali.  

Il prelievo di marzo è formato dal saldo 2013 a cui si aggiunge l’acconto 2014 (30%).  Le elaborazioni UIL prendono in considerazione un reddito medio di 23mila euro annui: in linea teorica, a livello medio la trattenuta IRPEF regionale è di 59 euro (da 49), la trattenuta comunale è di 38 euro (da 26).

Addizionali IRPEF per città

A Roma sono aumentate sia l’aliquota regionale (al 2,33%, dal precedente 1,73%) sia quella comunale (0,9%): il risultato è un prelievo medio di 83 euro di Irpef regionale e 56 per quella comunale, per un totale di 139 euro. Poco meglio in altre città:

  • Roma: 139 euro: 83 euro per la tassa regionale e 56 per quella comunale.
  • Milano: 107 euro: 57 euro per la tassa regionale e 50 per quella comunale.
  • Torino: 126 euro: 76 euro di imposta regionale e 50 euro per quella comunale.
  • Napoli: 123 euro: 73 euro per l’Irpef regionale e 50 euro per quella comunale.
  • Genova: 115 euro: 65 euro regionale e 50 euro comunale.

A fine 2014 il peso delle addizionali IRPEF locali subità un ulteriore incremento: l’imposta regionale passerà mediamente da 363 euro a 409 euro (+ 12,7%), con picchi di 536 euro nel Lazio (+ 34,3%), e 490 euro in Piemonte (+ 25,3%). La tassa comunale arriverà mediamente a 155 euro dai 140 dell’anno scorso con un aumento del 10,7%: anche qui, punte di 207 euro a Roma e 184 euro a Napoli e Milano.

Rincari per categoria

L’aumento delle tasse in busta paga attraverso l’incremento delle addizionali IRPEF regionali e comunali, è stato calcolato anche dalla  Cgia di Mestre rispetto a 5 anni fa (2010-2014):

  • Operaio (stipendio medio 1.280) +36%.
  • Impiegato (stipendio medio 2.000 euro) +30%.
  • Quadro (stipendio medio 3.000 euro) +31%.
  • Pensionato (pensione media di 1.000 euro) + 34%. (www.pmi.it)

Ok, il quadro è chiaro. In alcune regioni tra gli aumenti che ci sono già e quello che arriverà a fine anno, gli 80 € (teorici) promessi svaniranno. E guardate sempre, a proposito di manovre sinistre, l’ultimo riquadro categoria per categoria. Chi guadagna di meno avrà rincari maggiori!!! Ma non ce l’ha un po’ di vergogna chi, specie a sinistra, si è sempre fatto paladino dell’equità sociale e della progressività fiscale???

Voglio che un padre possa dare 20 euro in più al figlio magari solo per andare a mangiare una pizza.
Che una madre possa trovarsi nella sua borsa 50 euro in più per fare la spesa e per comprarsi qualcosa di cui sente il bisogno da tempo. 

Queste sono le parole di Renzie, credete che queste non siano promesse da marinaio? E non mi si dica che lui questi soldi li da e che sono regioni e comuni a toglierli. In parte è vero, ma sono stufo di questo rimpiattino tra istituzioni, datemi del populista (più di Renzie non credo!), ma i soldi in tasca quelli sono e quelli restano (o forse neanche questo), la pizza e la borsa, se gli italiani potranno permetterseli non usciranno dagli 80 € in più dati (forse) da Renzie. Questo è, punto e basta!

E vogliamo dire dell’altra cosa passata pressoché sotto silenzio che mi ha fatto inc…are? Mi sembrava di ricordare questa slideImmagine

Ed invece cosa leggo in questi giorni?

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Ce ne ricorderemo ancora, se saremo ancora in piedi (mi riferisco a tutte le PMI), alla fine del 2015?

Proprio vero, una balla tira l’altra. E mai nessuno che lo fermi

 

 

Decreto Del Rio: una riforma pasticciata

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Obiettivamente, dopo aver letto gli articoli degli amici Abate Faria su Il Contagio e Adriana Santacroce su Affari Italiani, c’è poco da aggiungere a quanto dicono loro sulla presunta abolizione delle province. Riepilogo brevemente aggiungendo qualche tassello:

– le province non verranno abolite, verranno svuotate degli attuali 3000 consiglieri attuali, sostituiti da nuovi membri, tra cui il sindaco del capoluogo di provincia e i consiglieri decisi in base al numero di abitanti dei paesi da loro rappresentati. Ci sarà un risparmio su questo di 36 milioni di euro, visto che nessuno di questi rappresentanti percepirà un’indennità

– le funzioni verranno trasferite a comuni e regioni, tranne territorio e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, rete scolastica. Restano compiti più ampi (simili a quelli attuali) in materia di edilizia scolastica

Funzioni più ampie, invece, per le dieci Province più grosse, che diventano città metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria): sviluppo strategico, servizi, infrastrutture e comunicazioni, relazioni istituzionali anche a livello europeo.

– I dipendenti (circa 60000) verranno trasferiti ai comuni e alle regioni. Interessante, come fa notare Adriana Santacroce, di come coloro che passeranno alle regioni, passando ad un livello superiore, potrebbero vedersi aumentare lo stipendio del 10-15%

A me sembra francamente una riforma che faccia acqua da tutte le parti. Troppi i punti da chiarire e fatta in un momento di difficoltà economica notevole del paese. Io sono dell’idea che vada riorganizzato tutto il sistema istituzionale, partendo da Camera e Senato ed arrivando anche all’accorpamento dei piccoli comuni. Ma sono stati valutati anche i costi burocratici, quelli della digitalizzazione dei nuovi sistemi, il riordino del personale? Quando c’è un passaggio di consegne, di deleghe, non è scontato (anzi!!!) che il tutto avvenga a costo zero, semplicemente col trasloco di un ufficio (che pure avrà i suoi costi) con cose e persone!

Eppoi che bisogno c’è di creare sovrastrutture come le città metropolitane? Ne sono stati calcolati i costi? E sulle città metropolitane (ma anche per le “nuove” province) potrebbe esserci una discussione in merito alla costituzionalità di un sindaco e di rappresentanti eletti solo da una parte dei comuni amministrati…sbaglio?

Ed altra considerazione: vi pare giusto che un sindaco come Doria (sindaco di Genova) che percepisce un’indennità netta all’incirca di 4000 € al mese per governare una città di 650000 abitanti, non debba avere ulteriore indennità per governare un’intera città metropolitana?

Chiudo facendo una debita premessa per onestà intellettuale. Il decreto Del Rio non può abolire le province poiché solo con una riforma Costituzionale lo si può fare. Però con questo decreto non è detto che si proceda in un secondo tempo all’abolizione, la scelta politica potrebbe essere quella di fermarsi qua. E se si procedesse, forse sarebbero da mettere in preventivo altri costi!

La mia idea di riforma però, come detto, dovrebbe essere più corposa. Al netto dei risparmi, che non saprei calcolare ma che credo siano decisamente superiori a quelli del decreto Del Rio, io partirei da un accorpamento delle province e delle regioni, formando quindi delle macroregioni e delle macroprovince, lasciando loro ovviamente le stesse competenze. E tutelando maggiormente i piccoli comuni, cercando di non praticare sforbiciate sui trasferimenti (specie quelli sotto i 5000 abitanti, che si dovranno accorpare) e dando loro competenze probabilmente più difficili da gestire con le macroprovince.

Questa riforma di del Rio, in perfetto stile propagandistico, potrà anche suscitare interesse e plauso dalla solita stampa schierata, a me non convince per nulla. Mi sembra solo un gran pasticcio

 

Separazione bancaria: una riforma (se la si attuasse) tardiva?

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Sono rimasto affascinato e preoccupato al tempo stesso da questo post dell’Abate Faria pubblicato su Il Contagio, in cui si cita un articolo dell’economista greco Yanis Varoufakis, il quale spiega l’evoluzione della crisi finanziaria e dei debiti sovrani nell’UE del 2011-2012. In sostanza, in quel periodo, come ricorderemo, ci fu una massiccia speculazione sui debiti dei paesi UE più in difficoltà, con la fuga degli investitori stranieri dai debiti sovrani ed il rialzo fortissimo dei tassi dei titoli spagnoli e italiani in particolare, con la Grecia sull’orlo del default. Nell’estate del 2012 Draghi annunciò che avrebbe salvato l’euro e i paesi coinvolti a qualsiasi costo. Nel frattempo, sul mercato USA vi fu una massiccia liquidità che si riversò sui fondi obbligazionari, circa 700 miliardi di dollari dal 2009, che col tempo si è rivalutata fino a 2000 miliardi di dollari attuali. E oltre a questi, dal 2012, altri 1200 miliardi (sempre di fondi obbligazionari) si sono immessi sui mercati extra USA. Secondo l’economista gran parte di questi soldi (sia i 2000 maturati negli USA che i 1200, per un totale di 3200 miliardi) nel 2012, in seguito all’annuncio di Draghi, si sarebbero spostati in Europa, visto il buon rendimento dei titoli di stato dei PIIGS, messi oltretutto in sicurezza dalle parole di Draghi su un possibile default. Il problema però qual è secondo Varoufakis? Che naturalmente la situazione, ad oggi, è peggiorata notevolmente ed il rischio di una nuova fuga di capitali dall’area euro è di nuovo fortissima

Per la cronaca, aggiungo io, guardate questi dati, sempre  di Italia e Spagna, già citate in precedenza

–  il rapporto debito/pil dell’eurozona, a fine 2013, è salito al 92,2% dal 90,6% dell’anno precedente. Solo l’Italia ha peggiorato del 3,3%, il doppio della media europea

– Il debito/pil spagnolo è salito dall’84,1% di fine 2012 al 93,7% di fine 2013. Quasi dieci punti percentuali e con lo sforamento del patto di stabilità del 3% deficit/pil

– La mole di denaro (3200 miliardi di dollari) è enorme. Per fare un paragone, il totale dei depositi degli italiani nel 2012 (prevista in calo nel 2013), secondo il rapporto Bankitalia, ammontava a 3323 miliardi di €, al cambio attuale circa 4585 miliardi di dollari.

Mi collego quindi alla seconda parte del discorso che è strettamente collegata a questa, la separazione bancaria tra banche d’affari (d’investimento) e banche commerciali. Per fare un po’ di storia, va ricordato che per fronteggiare la crisi del ’29, gli USA di Roosvelt, nel ’33, decisero di effettuare la riforma bancaria chiamata Glass Steagall Act in cui si separavano le banche commerciali da quelle d’investimento e lo stato si impegnava a salvare dal fallimento le banche commerciali, tutelandone così anche i correntisti. In Italia analogo provvedimento venne adottato nel 1936 dal neonato IRI (creato nel 1933), con le medesime finalità.

La Glass Steagall Act, con tutte le sue emanazioni nel mondo occidentale, rimase in vigore fino al 1999, anno in cui Bill Clinton, su pressioni del mondo finanziario che lo appoggiò in campagna elettorale, la sostituì (di fatto abolendola), con la legge Gramm-Leach-Bliley Act, con cui si concedeva appunto di tornare alla banca mista, sia speculativa che commerciale. In Italia riuscimmo addirittura ad essere precursori, fece tutto nel 1993 Mario Draghi! Sissignori, proprio lui! L’allora direttore generale del Tesoro, fu l’autore del Testo unico bancario in cui si ripristinava la banca universale. Per la cronaca, presidente del consiglio del tempo era l’ex presidente di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi (!!!)

Naturalmente ho parlato di tutto questo perché una separazione delle banche, in una situazione del genere sarebbe auspicabile. Atti speculativi dagli effetti enormi come quelli ipotizzati da Varoufakis avrebbero presumibilmente effetti minori sull’economia reale delle nazioni. E per inciso sarebbe già stato minore il credit crunch di questi anni, in cui le speculazioni bancarie in perdita sono state assorbite togliendo denaro dai prestiti a famiglie ed imprese.

Ma forse la riforma, sarebbe a parer mio, già tardiva. Tardiva perché il processo richiederebbe del tempo e trasformazioni su strutture (le banche) già in forte crisi e con bilanci pesanti.

Ma al di là di questo, tutto ciò lo si vuole fare?

Ovviamente il mondo finanziario non vuole. Le banche possono guadagnare molto di più da un’operazione di borsa in poche ore di quanto guadagnino prestando denaro ad un’impresa.

Dico tutto questo mentre comunque incappo in questa notizia, secondo cui nei prossimi giorni la discussione approderà in Parlamento. Ed analoghe discussioni, stando a quest’altro  articolo, avvengono nel resto d’Europa. Ma all’interno del Parlamento UE la discussione langue, nonostante tutti a parole sembrino trovarsi d’accordo con la proposta di Liikanen, governatore della Banca di Finlandia, autore del testo presentato in Commissione europea nel gennaio scorso. Persino Draghi oggi sembra appoggiare la riforma, anche se per molti si tratta di un appoggio di facciata. Ed infatti, sarà un caso, ma questa pare già slittata e si parla addirittura del 2020 per la sua attuazione.

Tutto ciò, mentre oltreoceano Obama già nel 2010 aveva lanciato la proposta, rimediando segnali negativi da Wall Street che lo hanno fatto desistere. Oggi la battaglia è portata avanti da Lyndon La Rouche, discusso politico ed economista statunitense, che ha trovato appoggio sia alla Camera che al Senato con le proposte di diversi firmatari. Ma si sa di quanto le lobbies bancarie siano forti in America e questi discorsi sono già stati portati avanti anche in passato senza esito.

Chiudo perciò con alcune considerazioni:

– La separazione bancaria difficilmente vedrà gli albori in tempi brevi, a causa delle forti pressioni del mondo finanziario, a cui la politica è sempre più succube, vuoi per convenienza ma anche per impotenza

– Qualora succedesse che si possa infrangere questo muro, la cosa non può interessare solo una nazione, per quanto lodevoli possano essere i tentativi di alcuni parlamenti nazionali. Tutto il mondo bancario dovrebbe adeguarsi in fretta a decisioni che arrivino da USA ed UE, uniche forze che possono trainare le decisioni dei singoli stati

– Se anche la si attuasse, i tempi per vederne gli effetti positivi sarebbero molto lunghi, probabilmente non ci sarebbe più il tempo per fermare gli effetti della volatilità dei fondi obbligazionari citati da Varoufakis e dall’instabilità degli stati dell’area euro

In sintesi, a pagare saremo sempre noi. Il come lo sappiamo già.

 

Abolizione CIG in deroga: aumentano le disuguaglianze tra le imprese e tra i lavoratori

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Ho criticato e continuo a criticare quelle che non sono figlie di una riforma epocale sul lavoro, come l’ha chiamata il premier, ma solo delle misure palliative ed elettorali, per cui tra aumenti TASI, abolizione delle detrazioni per il coniuge a carico, aumento della tassazione sulle rendite, i soldi rischiano spesso di entrare in una tasca ed uscire dall’altra.

Però c’è una cosa che mi fa pensare e criticare ancor più l’esecutivo, sperando che possano cambiare le cose di qua ai decreti attuativi. E cioè l’abolizione della CIG in deroga. Resteranno solo l’ordinaria e la straordinaria come detto da Poletti.

Per quella in deroga, ci sarà una trasformazione nell’ASPI, l’indennità di disoccupazione in vigore dal primo gennaio 2013, ma i lavoratori saranno comunque a spasso. A me sta bene riformare l’istituto della cassa, usata spesso con eccessi e sprechi, ma ci sono aziende che non hanno né la cassa ordinaria né quella straordinaria, in particolare tutte le imprese con meno di 15 dipendenti. A dire il vero la CIG in deroga era nata nel 2009 per mano del governo Berlusconi proprio per fornire un ammortizzatore sociale alle imprese che non erano oggetto della CIGO (cassa integrazione guadagni ordinaria) e della CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria). Errore è stato estenderla anche alle aziende che già avevano esaurito la CIGO e la CIGS, creando sì un’ulteriore protezione a quelle imprese e dipendenti in difficoltà, ma tenendo così in vita aziende a cui si era già data una grossa mano con le prime due forme di cassa. Quindi togliere la CIG in deroga agli altri lo trovo un modo per accentuare una sperequazione di diritti che già esiste tra lavoratori e tra imprese.

Ed il tutto accade proprio nei giorni in cui Cottarelli presenta il piano con 85000 esuberi tra i dipendenti pubblici da oggi al 2016. Io non so se i numeri siano giusti, non ho mezzi e motivi di dubitarlo, ma coi propri occhi ognuno di noi può testimoniare di istituti pubblici dove il servizio è carente anche per mancanza di personale (penso in particolare alla sanità). E diciamo che non si parla di licenziamenti, bensì di rialloca menti e blocco del turnover.

Tornando a bomba, o meglio al Bomba ;), Renzi ha subito tacciato Cottarelli dicendogli che la scelta sarebbe toccata alla politica, considerandolo alla stregua di un commercialista e tranquillizzando così l’esercito degli statali, noto serbatoio di voti tanto a destra quanto a manca da sempre in Italia, in una sorta di mutuo soccorso tra politici e dipendenti (per i quali spesso e volentieri i posti di lavoro sono stati creati fittiziamente e/o “elargiti” con logiche di partito, v. casi dei concorsi truccati per il quale in rete non si fa fatica a trovare miriadi di esempi ). Ovviamente i sindacati sono già pronti a dare battaglia. Sentite in particolare le dichiarazioni dei confederali. Ne riporto un sunto dall’articolo evidenziato

La Cgil definisce la proposta di Cottarelli “l’ennesimo attacco al sistema pubblico e del welfare”. La Cisl parla di una “ riedizione dei passati tagli lineari”, parla di dieci anni di blocco delle assunzioni e 6 anni di stop alla contrattazione” I dipendenti pubblici vengono indicati” come  un costo e non come una risorsa”. La Uil :” Basta con il pubblico impiego come bancomat del governo”.

Interessante quest’ultima dichiarazione. I dipendenti pubblici come bancomat del governo…fatico a ritrovare la calma…

Beh…del resto li capisco…facile crearsi e mantenersi consenso (tessere) sui grandi numeri, più difficile farlo in piccole o addirittura microimprese, dove spesso oltretutto il rapporto diretto imprenditore-dipendente è più stretto di quello lavoratore-sindacalista.

E se c’è questa disparità di diritti tra lavoratori delle aziende a cui viene tolta la CIG in deroga e lavoratori della PA per cui la riduzione prevista da Cottarelli  resterà molto probabilmente un tabù, va anche ricordata (cosa che non mi risulta ad oggi smentita, anzi viene rilanciata dal blog di Beppe Grillo) l’istituzione della CIG per i dipendenti dei partiti. Forzatura che porterà ad usare la cassa per nascondere uno stato di evidente disoccupazione, viste le probabili riduzioni di personale nei partiti. Riporto le parole della Lanzillotta, vicepresidente del Senato nelle file di SC

“La cassa integrazione è fatta per lavoratori di settori in crisi, in vista del risanamento strutturale dell’azienda da cui vengono in quel momento licenziati». Un uso improprio, come quello previsto dal decreto sul finanziamento ai partiti, rischia di avere conseguenze tutt’altro che positive. «Il fatto di utilizzare le risorse per la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti da un partito significa toglierla a lavoratori di fabbriche ed aziende che hanno un futuro e che possono avere un risanamento, per le quali però non vi saranno risorse perché queste saranno state assorbite impropriamente dai dipendenti dei partiti”

Ecco…mi pare non ci sia da aggiungere altro

 

Renzi, manovra di sinistra o manovra sinistra?

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Ancora alcune riflessioni sui tagli alle tasse di Renzi

Ho già detto che si tratta di buoni propositi e nulla più, non si tratta di decreti legge o disegni di legge in discussione, ma solo di una relazione del Presidente del Consiglio. Diamo comunque per buono che ciò venga messo in pratica e sapete quanto io ci creda, visto il recente passato di Renzi e le sue dichiarazioni sempre portate avanti con coerenza

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E diamo per scontato che ci siano anche le coperture

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Vabbè…certo che se manca già un miliardo di euro a Poletti per la cassa integrazione in deroga

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dei dubbi saranno pur legittimi no?!

…Oltre a ciò di cui ho parlato in Renzie, il mercante di cifre naturalmente…

Ma andiamo oltre. Sempre nel post sopracitato avevo fatto i conti su un lavoratore autonomo soggetto IRAP con 45000 € di imponibile (ricordiamoci sempre che la tassazione reale per i lavoratori e le imprese soggette IRAP è al 68,3%, primi in Europa…se questi sono i primati…) per cui non parliamo certo di un benestante, a meno che egli non abbia accumulato ricchezze in altre vite o da eredità. Se comunque in passato questo lavoratore autonomo avesse accumulato qualche soldino ed avesse investito 50000 € in obbligazioni o fondi al 5%, con l’aumento della tassazione sulle rendite per finanziare il calo dell’IRAP, il calcolo avrebbe portato ad un saldo negativo per lui di 10 €.

Bene, intanto cominciamo col dire che il vero ed unico ammortizzatore sociale di chi non è un lavoratore dipendente è il suo risparmio. Risparmio peraltro che viene riconosciuto e tutelato dalla Costituzione all’art. 47 che recita:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito

E scusatemi tanto ma 50000 € sono al giorno d’oggi un risparmio e non una rendita come comunemente viene omesso dai nostri politici e dai media amici. Ok…diciamo pure un risparmio che da una rendita…ma la stampa nostrana alla voce rendite evoca sempre nell’immaginario collettivo miliardari che hanno da parte patrimoni da capogiro e/o che speculano giornalmente in borsa. O comunque persone benestanti che non temono certo la fame in presenza di una maggiore tassazione. E che dire di chi ha i patrimoni in Svizzera (mi devo ripetere, vero De Benedetti?) o ancor meglio nei più sicuri Lussemburgo o Isole Cayman e che ha già certamente messo al riparo i propri averi, senza che Renzi e, prima di lui, Monti e Letta potessero scalfirli? Chi ha ed  investe 50000 €, fondamentalmente cerca un riparo dall’inflazione, se ha solo quelli non si mette certo a specularci sopra. Quelli sono la sua assicurazione sulla vita e sappiamo benissimo come facciano presto a svanire in presenza di inconvenienti seri.

Ma andiamo oltre…la cosa su cui mi vorrei soffermare è la riflessione se quanto deciso (vedremo se si metterà davvero in pratica) racchiude alcune misure da adottarsi ed alcune decisioni non prese che non mi sembrano proprio andare nella direzione dichiarata di aiutare i ceti più deboli, come un governo di sinistra dovrebbe fare. Partiamo dalle considerazioni più semplici

– Non è previsto alcuno sgravio irpef ai pensionati e aiuti ai disoccupati o esodati

– E’ stata abolita la detrazione fiscale per il coniuge a carico, vanificando di fatto per molti l’aumento dovuto alla riduzione del cuneo fiscale. Vi sembra mai possibile che chi ha la moglie che non lavora, non potendo quindi migliorare il proprio bilancio famigliare, debba pure vedersi togliere l’assegno famigliare per il coniuge a carico? Leggete questo articolo e guardate le cifre…800 € all’anno per i redditi medio bassi! Quanti erano gli euri dati da Renzi? 80 al mese? Bene, fatevi il conto di quanto rimane…e se uno di questi dipendenti ha quei famosi 50000 € investiti (non in titoli di stato) ecco che anche per lui il gioco è fatto. Non vada a prendersi il cappuccio e la brioche al bar perché Renzi non glieli ha concessi (sempre che possa farlo e non gli servano per le bollette come pensano  gli italiani, stando a questo sondaggio de Il Fatto quotidiano)

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– Ed infine torniamo a parlare di soldi ed investimenti. Quello che dico è una situazione che è antecedente all’insediamento del governo Renzi, ma nell’ambito di una rimodulazione dell’imposizione fiscale, io credo che vi si potesse mettere mano, nel segno di quella famosa equità e della progressività della tassazione a cui richiama anche l’art. 53 della Costituzione che dice che

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

 Bene, vediamo cosa ci dice l’ottimo Paolo Cardenà nel suo blog Vincitori e vinti:

Criteri di progressività inesistenti nell’ambito della tassazione del risparmio. Anzi, ad essere precisi, la volontà del governo di voler aumentare al 26% l’imposizione fiscale sulle rendite derivanti da alcune tipologie di investimento, oltre che accrescere le distorsioni che vedremo tra breve, amplifica l’asimmetria rispetto al dettato costituzionale.

Un piccolo esempio potrà chiarire questo aspetto.

Come noto i risparmi scontano due tipologie di imposte (ci sarebbe anche la Tobin Tax e l’Ivafe, ma lasciamo stare). La prima è l’imposta di bollo (patrimoniale) dello 0,20% strutturale che grava annualmente sul patrimonio mobiliare posseduto. Questa imposta, assai invasiva, non ha alcun carattere di progressività. La progressività è inesistente anche per l’altra imposta che grava sugli interessi e sui capital gain, che è l’Imposta sostitutiva. Questa è prevista al 12,5% per i titoli di stato e per i buoni postali;  mentre è al 20%  per i conti deposito e per tutte le altre tipologie di investimento (obbligazioni, azioni, fondi ecc). Come dicevamo in aperture, quest’ultima  imposta, stando a quanto annunciato dal Primo Ministro qualche giorno fa, dovrebbe essere aumentata al 26%, riconoscendo, tuttavia, un carattere privilegiato ai conti deposito che rimarrebbero tassati al 20%”

 

Ed inoltre, perché se ho 50000 € in fondi od obbligazioni (semplifico) devo pagare un’imposta sostitutiva del 26% mentre se ho 1 milione di euro in BTP continuo a pagare il 12,5% (Renzi ha allargato la forbice come si vede)? Oltre ad avere molti soldi in più pago la metà delle tasse??? Dove sono l’equità e la giustizia sociale che tanto sono care alla sinistra storica? Ed ancora, partiamo per semplicità da una cifra investita di 100000 €. Bene, con lo 0,2% di imposta di bollo, si pagano € 200 di tasse. A questa va aggiunta l’aliquota del 26% sugli interessi. Sempre al 5% di rendimento, avrei € 5000 che tassati al 26% comporta un introito da parte del fisco di € 1300. Quindi in totale € 1500,00 complessivi di tasse (200+1300). Che sul totale guadagnato rappresentano il 30% del totale (1500/5000). Possiamo dire quindi che l’aliquota fiscale complessiva sia del 30%.

Ma se il rendimento fosse del 3% come cambierebbe questa aliquota? L’imposta di bollo resterebbe invariata (200 €), ma la rendita sarebbe di 3000 € che tassati al 26% porterebbe ad un esborso di 780 €. Che sommati all’imposta di bollo, darebbero un totale di 980 €. Con lo stesso criterio adottato prima, avrei 980/3000, per un totale percentuale del 32,67%.

In sostanza, dove voglio arrivare? Semplicemente a dire che meno un investimento rende e più è la pressione fiscale che se ne subisce. Meno uno guadagna e più tasse (in percentuale) deve pagare. Ripeto, la situazione era antecedente all’avvento di Renzi, ma perché non mettervi mano, sia sulla base di quei criteri di progressività richiamati dalla Costituzione e sia nel nome di quella manovra che dovrebbe essere improntata in favore di chi ha di meno? Chissà se insieme ai compiti dettati dalla Merkel, a Renzi non capiti di pensare anche a questi dati…

 

I nuovi Responsabili?

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E fu così che Orellana ritirò le dimissioni già presentate al Senato. Forse come dice l’amico Abate Faria non si tratta neppure di una notizia, visto che in molti all’interno del M5S e non solo l’avevano già previsto. Eppure nei giorni successivi alla sua espulsione dal movimento, dicendosi amareggiato, il senatore lombardo annunciò le proprie dimissioni guadagnandosi la stima di molti, sia giornalisti che non, essendo stato eletto al Senato all’interno di una forza politica dalla quale era stato poi sfiduciato. Una forza della quale, era evidente, non condivideva ormai gran parte del suo operare, cosa legittima peraltro, ma già nel mio post Il punto sul M5S scritto dopo le espulsioni, dissi che coerenza avrebbe voluto che Orellana e c. avrebbero dovuto dimettersi dal movimento senza aspettare di essere espulsi. Tornando alle dimissioni da senatore, va detto che la Costituzione, come noto, non obbliga il parlamentare alle dimissioni recitando all’articolo 67 che : “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. E stabilendo quindi che i parlamentari eletti sono liberi di esercitare le loro funzioni senza essere obbligati a votare come dice loro il partito con cui sono stati eletti. Ed è anche ovvio che nessuno vieti ai parlamentari di cambiare casacca a giochi in corso, cosa avvenuta spesso sia in questa che nelle passate legislature. Ora…ci sono certamente delle differenze coi casi di Scilipoti e Razzi che nel dicembre del 2010 lasciarono l’Idv di Di Pietro per votare (salvandolo) la fiducia al governo Berlusconi. In quel caso non ci furono espulsioni ma la scelta fu volontaria. E vi fu anche un’inchiesta sulla compravendita di quei voti (comunque abortita nel 2013), visto che il passaggio tra le file del Berlusca avvenne proprio a ridosso del voto di fiducia, con cui Silvio rischiò davvero di lasciarci le penne. Però quello che sta venendo fuori adesso si avvicina molto a quei casi, stando alle ultime cronache. Vogliamo citare ad esempio l’inchiesta de L’Espresso (e se lo dice L’Espresso di De Benedetti…) in cui si dice che a parte alcuni casi sembra davvero una questione di soldi quella alla base delle espulsioni e delle dimissioni? 

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Vogliamo citare questo articolo de Il Fatto quotidiano sulle dichiarazioni di Campanella appena insediato in Parlamento? 

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E guardate le dichiarazioni di Orellana prese dalla sua pagina Facebook! Prima il NO secco al governo Renzi

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Poi la presa di posizione sulle dimissioni, irrevocabili per lui…fino a sabato 15 marzo, giorno in cui avviene il ripensamento, come si può leggere su questa pagina de Il Fatto quotidiano

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Ecco, da notarsi le motivazioni…in fin dei conti pensare al bene degli italiani, non ricorda il senso di responsabilità di Razzi e Scilipoti? Ed il guardare con simpatia al governo Renzi è una libera interpretazione del Fatto quotidiano o la nuova strada maestra di Orellana e c.? Del resto già a settembre, prima dello strappo di Alfano al cavaliere che ha permesso il salvataggio in extremis e temporaneo di Letta, i dissidenti avevano dimostrato aperture al governo di scopo

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E dopo, il 18 febbraio a Il Secolo XIX, sempre ed ancora Orellana apriva anche a Renzi

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Chissà quindi che la porta in faccia a Renzi, con quel secco NO, non sia stata sbattuta ma solo accostata…

Ora restano ancora cinque senatori dissidenti che non hanno ancora ritirato le dimissioni, io credo che lo faranno presto, visto che Orellana parla di un nuovo gruppo pronto a partire. Solo il tempo, come sempre, potrà dirci cosa succederà. Io resto convinto che alla fine avrà ragione il movimento ed attendo coloro che inveivano contro Scilipoti e Razzi per il rispetto del mandato elettorale, a darmi ora le proprie opinioni. Le mie, per la cronaca, da allora non sono cambiate

Renzie, il mercante di cifre

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Grillo lo ha definito un venditore di pentole, altri parlano di lui come un imbonitore, io credo che la descrizione migliore sia quella che ha fatto di lui il mio amico Claudio che mi ha parlato di lui come un mercante di cifre, un venditore di numeri. Eppure questa volta ho voluto sforzarmi, resettare il mio cervello e cercare di ignorare tutto il pregresso e quindi, senza prevenzione e accanimento preventivo, cercare di capire i contenuti del suo taglio delle tasse epocale da lui enunciato mercoledì pomeriggio. Ma confesso che non ci sono riuscito, se non per poco tempo. Infatti mi sarei aspettato che lui uscisse dal consiglio dei ministri con un decreto legge o per lo meno un disegno di legge su cui discutere ed invece ci ritroviamo con una relazione del Presidente approvata dai ministri. Una sorta di lettera di buoni intenti insomma o poco più. Niente di definito e definitivo e misure che potranno entrare in vigore dal primo maggio in poi. Già si parte male, visto che a maggio ci sono le elezioni europee e quindi la data non mi sembra proprio casuale. Tornerò su questa considerazione e spiegherò quale sarà l’inghippo ulteriore. Intanto cerco di non pensare male e vado oltre. Vengono discusse varie misure ma sul taglio delle tasse quelle principali sono due:

– Riduzione dell’IRPEF per un totale di 10 miliardi. Si parla di 80 € al mese a chi ha un reddito inferiore ai 25000 € lordi (circa 1500 € netti al mese), la fascia che Renzi definisce meno abbiente ma anche in parte del ceto medio (e qui ci potrebbero già essere ulteriori disquisizioni).

– Taglio dell’IRAP alle imprese del 10% (più riduzione del 10% della bolletta dell’energia elettrica)

Sulla prima che dire? Se ti mettono dei soldi in più in busta va bene, ma dove vengono presi? E qui Renzi è stato piuttosto ambiguo, a voler essere teneri. Se poi voglio essere str..zo e far riemergere la mia assenza di fiducia nell’imbonitore di Firenze, diciamo proprio che mi pare di aver avvertito una leggera presa per il didietro. Lui ha detto che i fondi ci sono e derivano dai tagli della spesa (spending review). Il problema è che Cottarelli ha parlato di 3 miliardi (dopo un anno ormai che sta facendo conti), Renzi fresco fresco arriva e spara 7 miliardi. E dice inoltre che la cifra di Cottareli è solo prudenziale… Beh, io non ho mai visto parlare di cifre prudenziali che siano metà di quelle reali, non so voi. E poi altre risorse? Vendita all’asta delle auto blu (su cui non posso esprimermi), ma anche altri due elementi su cui vale la pena soffermarsi. Qua, non sono un’economista e forse dovrei avere meno presunzione, ma a me la sparata sembra altrettanto grande (e ripenso a Renzi chiamato il Bomba dai compagni di scuola per il vizio di spararle grosse). I motivi di risparmio sono lo spread basso e udite udite (che richiama al venghino signori venghino enunciato dal premier sulla vendita delle auto) il fatto che l’Italia è al 2,6% del patto di stabilità anziché al 3% consentito dalla UE! Diciamo subito che se le misure dovevano essere strutturali per garantire il mantenimento nel tempo del taglio del cuneo fiscale, è ovvio che già casca tutto. Chi ci dice che lo spread non possa aumentare di nuovo? E il discorso vale anche per il rapporto deficit/PIL. Ma il patto di stabilità ha rischiato di essere sforato già (o ancora) a fine 2013 coi richiami dell’Europa a Saccomanni! Come fa adesso ad essere ottimisticamente veleggiante al 2,6%? Quali sono stati gli eventi che hanno portato a questo repentino cambiamento? Azzardo se dico nessuno e che molto probabilmente si tratta di un bluff? Non direi proprio. E se a dirlo (tra le righe) è Draghi, ecco che credo proprio di aver visto giusto.

Sull’IRAP invece bisogna fare innanzi tutto una precisazione. Guardate cosa disse Renzi il 26 febbraio (due settimane fa)

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Ora…di qua a maggio tempo ce n’è molto di più di quanto non ne sia passato da quell’annuncio ad oggi, per cui cosa devo aspettarmi? Detto questo, per la riduzione della tassa sulle attività produttive, i fondi verranno reperiti dall’aumento della tassazione delle rendite finanziarie (eccetto i titoli di stato) dal 20 al 26%. Essendo socio titolare di una microimpresa ovviamente la misura mi fa piacere, ma come privato cittadino mi faccio due conti in tasca e mi domando se ci perdo o ci guadagno nel suo complesso. Guardate l’esempio di calcolo dell’IRAP per un lavoratore autonomo senza dipendenti (non il mio caso visto che in azienda siamo in otto)

Se fatturo 70000 € ed ho costi deducibili ai fini IRAP per 25000 €, l’imponibile IRAP sarà di 45000 € ai quali posso sottrarre forfettariamente 9500 €. Per cui, con l’aliquota attuale del 3,90% il totale da pagare sarà di 1384,50 €. Che ridotto del 10%mi porterà ad un risparmio di 140 € scarsi. Benissimo. Ora immaginate che abbia da parte un gruzzoletto investito in obbligazioni di 50000 € e che al 5% mi diano una rendita di 2500 € annuali. Con l’aliquota al 20% si avrà una tassazione complessiva di 500 €, al 26% il totale sarà di 650 €, in pratica 150 € in più. E’ abbastanza evidente che se fatturo 70000 € all’anno e sono senza senza dipendenti, non è per nulla improbabile avere 50000 € da parte, a meno che non abbia appena cominciato a lavorare. In questo caso quindi (e non mi sembra per nulla impossibile a verificarsi), dalla manovra di Renzi ci rimetterei 10 €, altro che guadagno! E pensate che chi guadagna poco meno di 25000 € lordi all’anno e non è soggetto  IRAP potrebbe perderci, mentre ci perderà sicuramente chi guadagna poco di più. E non è certo un privilegiato (o forse nella testa dei nostri politici sì?) chi guadagna poco più di 1500 € al mese!

Torno al mese di maggio come promesso. Il tutto, secondo la relazione del premier (e ci tengo a ribadire della relazione, non di un decreto legge!) partirà dal primo di maggio, ma gli effetti ovviamente si vedranno con la prima busta paga dei dipendenti e quindi a fine maggio, DOPO LE ELEZIONI EUROPEE!!! Capito perché mi sembra veramente subdola la manovra? Si andrà a votare con la fiducia di una busta paga un po’ più pesante (lasciamo stare il quanto…). Bene, per voi che ci credete, votate pure per il PD europeista di Renzi  (alias Mastrota, Cadeo, Roberto “baffo” di Cremona, Aiazzone). Che il vostro sogno continui, io, già lo sapete, mi dirigerò verso altri lidi