VISCO, PENSI ALLE BANCHE, PLEASE!

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Mi rendo conto di essere già in ritardo per parlarne, ma il rospo non l’ho ancora digerito. Mi riferisco alle dichiarazioni di Visco, il signore delle banche, governatore di Bankitalia. Il quale il 25 marzo già si era lanciato in questa considerazione

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 Raggiungere il pareggio di bilancio significa fare già sforzi notevoli, (in realtà l’obiettivo è quello di un rapporto deficit/pil allo 0,5% concesso dalla UE), ma questo hanno voluto Monti e la maggioranza che lo sosteneva…

Ma arrivare al 3% di crescita nominale, quando gli ultimi dati danno una crescita dello 0,1% ed un’inflazione allo 0,4% portando di fatto il pil nominale allo 0,5%, a me sembra pura follia. E se anche si “pompasse” l’inflazione come dicono alcuni (il come sarà da vedere), se questa arrivasse al 2,5%, con un pil reale allo 0,5%, è naturale che significherebbe comunque un aumento del carrello della spesa degli italiani. Per cui comunque sempre cattive notizie, anche se non so quantificarne le cifre

La seconda considerazione di Visco è però quella che mi sento di contraddire di più perché mi tocca nel vivo. Il successore di Draghi sottolinea come le imprese ed i sindacati frenino lo sviluppo, puntando su una ricerca di maggior produttività per far ripartire l’economia. Lascio stare i sindacati, sui quali mi trovo in buona parte in sintonia con Visco. Sulle imprese avrei qualcosa da dire. E’ bene ricordarsi, senza entrare in formule economiche, di cosa si parla quando si cita la produttività. Riporto dall’ISTAT:

La produttività del lavoro è definita come il rapporto tra una misura di quantità di prodotto e una misura della quantità di lavoro impiegato per produrlo. Per l’Italia nel suo complesso la misura della produttività del lavoro è ottenuta misurando l’output in termini di valore aggiunto in volume e l’input di lavoro in termini di ore lavorate

In sostanza, occorre far rendere meglio il tempo macchina/uomo lavorato,  lavorare di più e meglio, investendo sulla tecnologia e su macchinari più avanzati, per acquisire competitività sul mercato. Il discorso non farebbe una grinza, se non fosse che:

– Il mercato interno è stagnante, per cui cosa mi serve far rendere meglio il mio lavoro, se poi non ho mercato di sbocco?

– L’export non risente essenzialmente dei problemi delle nostre aziende, ma di una concorrenza di paesi extra UE coi quali è assolutamente impossibile competere, per via di costi del lavoro irrisori rispetto ai nostri. Più facile che arrivino col tempo ai nostri livelli che viceversa. Solo una svalutazione monetaria potrebbe cambiare le regole del gioco, all’interno dell’UE lo trovo impossibile o difficilissimo. A coloro che dicono che occorre puntare sulla qualità, ricordo che in moltissimi settori i tedeschi non sono da meno di noi (anzi…) e un euro loro è uguale ad un euro nostro. E sui prodotti di lusso o di nicchia su cui alcuni dicono si debba puntare…beh…una nazione mangia con le Punto, non con le Ferrari (cit.). Ditemi se non è vero

– Comunque l’export è un settore in cui specie le nostre PMI si difendono bene. Riporto testuale dal sito pmi.it

Secondo un recente report Confartigianato, le micro imprese e PMI rappresenterebbero il 26,3% delle esportazioni italiane nel mondo, con un fatturato (tra gennaio e settembre 2013) oltre i 72 milioni di euro (+4% rispetto al 2012) e performance migliore delle altre aziende italiane…

…le micro e piccole imprese italiane, attualmente oltre 4,1 milioni, che danno lavoro a 14,2 milioni di addetti e che – al netto dell’agricoltura – rappresentano il 94% del totale delle imprese italiane, impiegano il 59% degli occupati e realizzanoo il 62,1% del valore aggiunto” (pmi.it)

 Che le aziende siano indietro con gli investimenti non c’è che dire, ma diventa dìfficile avere prospettive di lungo corso in questo momento. Per molti le priorità sono altre. Le aziende richiedono sempre più finanziamenti per il breve periodo che non per il medio ed il lungo. In sostanza chiedono soldi alle banche per avere liquidità che serva nella gestione corrente. Ma se sei già in difficoltà di liquidi nel quotidiano, difficile che tu possa avere le forze (e la fiducia) per investire.

 Ma penso anche ad un’altra cosa. Se Visco giudica le imprese, chi giudicherà le banche? Glieli ricordiamo noi alcuni dati (qualcuno già citato da me in PMI I numeri di una crisi senza uscita)?

 Vogliamo dire delle 4 aziende su 10 che si sono viste rifiutare prestiti dalle banche e delle 4 che l’hanno visto concesso ma ridimensionato rispetto alle richieste? Del resto questo grafico parla chiaro, vero?

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Vogliamo dire di chi l’ha ottenuto a tassi da usura, per cui si trovano ormai cronache giudiziarie in quantità? Ne cito giusto una dal sito de Il Secolo XIX, in cui un prestito da 50 milioni di lire contratto all’inizio degli anni 90 è lievitato a 100 mila euro nel 2001!

O vogliamo parlare della vicenda MPSO vogliamo dire del famoso decreto Bankitalia, per cui richiamo al mio post Lungimiranza, questa sconosciuta? Cosa disse Visco in merito?

 

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Già, nessun regalo alle banche. Provare per credere, come diceva Guido Angeli, un Renzie ante litteram.

Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E tornando a discorsi già fatti, trovare un giornalista che non infranga mai il muro della menzogna vomitata dall’alto, quando si trova ad intervistare i potenti di turno o a conferenze stampa degli stessi, è chiedere troppo

 

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