INNO ALLA GIOIA…MA QUALE GIOIA?!

Ha ragione Beppe Grillo, ultimamente lo critico spesso su diverse questioni di comunicazione e di strategia all’interno del M5S, ma questa volta, per me ha pienamente ragione. Ha ragione nel dire che l’Inno alla gioia non dovrebbe rappresentare l’inno di questa Unione Europea. Rappresentare il sentimento di tutti e ripeto tutti i cittadini europei. L’inno alla gioia parla di fratellanza, la gioia è un sentimento che unisce. Cosa tiene unita oggi questa scombussolata Unione Europea se non il dio denaro, più quello a debito che altro? Si parla di fratellanza quando (e noi italiani lo sappiamo bene) Bruxelles ci obbliga al salvataggio dei migranti (e non deve esserci altro obbligo se non quello di coscienza nel farlo), intimandoci di dar loro una buona accoglienza senza però far nulla per darci una mano a creare certe condizioni? I migranti sono solo fratelli di noi italiani o anche dei tedeschi, per citare chi fa sempre la voce grossa all’interno dell’UE?
Che gioia è quella di chi in questi anni (mi riferisco a tutti i PIIGS ma in particolare alla Grecia) si vede affamare la popolazione di un’intero paese (con bambini che svengono in classe per la denutrizione), smantellare la sanità pubblica, con la mancanza di cure ai malati terminali, chi viene tranquillizzato sui propri conti correnti e il giorno dopo se li ritrova depredati come successo ai ciprioti, quando però gli investitori stranieri erano stati avvertiti per tempo ed avevano potuto provvedere a chiudere le proprie linee di credito?
C’è gioia forse nel numero dei disoccupati, specie nei giovani senza un futuro di fronte, o negli imprenditori che non ottengono più credito dal sistema bancario, dopo (in molti casi) aver già provveduto con le proprie risorse a tenere in piedi le proprie aziende? C’è gioia nel leggere sui quotidiani dei morti suicidi (a tutti i livelli) a causa della crisi? Erano queste persone felici forse?
Ora, facciamo alcune riflessioni sull’Inno alla gioia che partono da molto distante, cito Il Manifesto del 10 agosto 2005, non certo tempi di crisi del sistema europeo come oggi:

“L’inno dell’Unione europea…in Francia fu elevato da Romain Rolland, umanisticamente, a ode alla fratellanza di tutte le genti («la Marsigliese dell’umanita`»); nel 1938 fu eseguito come momento culminante dei Reichmusiktage e in seguito per il compleanno di Hitler; nella Cina della rivoluzione culturale, mentre si bollavano i classici europei, fu rivalutato come parte della lotta di classe progressista, mentre nel Giappone di oggi e` diventato un cult in quanto costituito di quello stesso tessuto sociale, per il suo presunto messaggio di «gioia attraverso la sofferenza»; fino agli anni Settanta, vale a dire quando le squadre olimpiche della Germania Ovest e della Germania Est dovevano gareggiare insieme formando un’unica squadra tedesca, l’inno suonato per le loro medaglie d’oro era l’Inno alla gioia e, contemporaneamente, il regime razzista bianco della Rodesia di Ian Smith – che alla fine degli anni Sessanta proclamo` l’indipendenza per mantenere l’apartheid, scelse lo stesso motivo come inno nazionale. Persino Abimael Guzman, il leader (ora in carcere) dell’ultra-terrorista Sendero Luminoso, quando gli fu chiesto quale musica gli piacesse, cito` il quarto movimento della Nona di Beethoven. Così possiamo facilmente immaginare una scena fantastica in cui tutti i nemici giurati, da Hitler a Stalin, da Bush a Saddam, per un momento dimenticano le loro rivalita` e partecipano allo stesso momento magico di estatica fratellanza…
…E se avessimo addomesticato l’ Inno alla gioia eccessivamente? E se ci fossimo troppo abituati a considerarlo un simbolo di gioiosa fratellanza? Cosa avverrebbe se dovessimo considerarlo daccapo, scartando cio` che e` falso?
Non e` forse lo stesso, oggi, per l’Europa? Dopo avere invitato milioni di persone, dal piu` alto al piu` basso (il verme) ad abbracciarsi, la seconda strofa termina sinistramente: «Ma colui che non puo` gioire, si trascini via in lacrime» («Und Wer’s nie gekonnt, der stehle/ Weinend sich aus diesem Bund» )…
Ogni crisi e` in se stessa un’istigazione a un nuovo inizio; ogni crollo di misure strategiche e pragmatiche a breve termine (per la riorganizzazione finanziaria dell’Unione, ecc.) una benedizione nascosta, un’opportunita` di ripensare le stesse fondamenta…bisognerebbe riproporre la domanda «Cos’e` l’Europa?» o , piuttosto, «Cosa significa per noi essere europei?»…Il compito e` difficile, ci costringe a correre il grosso rischio di affrontare l’ignoto. Tuttavia la sua unica alternativa e` una lenta decadenza, la graduale trasformazione dell’Europa in cio` che fu la Grecia per l’impero romano maturo, la meta di un turismo culturale nostalgico senza effettiva rilevanza…”

Insomma, già nel 2005 (un’eternità se pensiamo a come è cambiata la situazione in peggio) ci si domandava cosa è e cosa si vuole dall’Europa e si metteva in discussione l’Inno alla gioia quale inno di fratellanza e di unione, ricordando anche gli aspetti non edificanti dell’uso che ne hanno fatto nella storia personaggi non troppo raccomandabili.
Il mio concetto ormai credo che lo sappiate, l’Unione Europea è morta, per lo meno quella monetaria che ci sta assoggettando sempre più economicamente e politicamente ai paesi nordici e alla Germania (con la nostra perdità di sovranità). Che poco o nulla hanno in comune con noi, sia per quanto riguarda il tessuto economico che quello sociale, per non parlare dell’aspetto culturale. Se due guerre mondiali che hanno avuto il proprio apice e fulcro in Europa mettendo a ferro e fuoco il continente in trent’anni (e parliamo dell’ultimo confilitto risoltosi 70 anni fa, non secoli) hanno reso evidenti tutte queste differenze, forse chi ha votato al referendum del 1989 avrebbe fatto bene a pensarci meglio. Io all’epoca non votavo ancora ma probabilmente, lo ammetto, sarei stato tra la maggioranza di coloro che votarono per l’adesione all’unione monetaria. Ed avrei sbagliato in pieno. Ora Renzi fa la voce grossa, buona più ad uso interno (Italia) che per una reale tattica europea, già bollata da Olanda e Germania in primis. Non si otterrà nulla se non mostrare i muscoli e farsi belli in terra patria, dove già i media osannano il #cambiaverso anche in Europa. E’ vero, Monti e Letta neanche si sono mai sognati di parlare così di fronte al Parlamento Europeo, ma il nostro premier sa benissimo di quanto saranno ascoltate le sue parole e i suoi rimbrotti: ZERO! Solo una cosa potrebbe spaventare lor signori, quello che Renzi ha già detto in Italia (ma credendoci???!!!) ma che ancora non osa a Bruxelles. O si cambia verso veramente o tenetevi la moneta unica. Solo allora potrò davvero nutrire in lui qualche speranza

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