SEI FALLITO? NON IMPORTA, PAGA L’IMU…A MENO CHE NON TOGLI IL TETTO AL CAPANNONE


Non so più cosa pensare…ormai non passa giorno che i media non riportino notizie e dati che ricordano ormai quelli di un paese allo sfacelo. Lo sapete, ne ho già pubblicati anche qua e ho già detto più di una volta di come le speranze in una ripresa economica e soprattutto in una vita decorosa per i più in Italia, siano sempre più labili. E che anzi per quanto possa sembrare strano che accada, è proprio vero il detto che al peggio non ci sia mai fine. Ho già illustrato su questo blog dati e grafici raccolti in rete sull’impoverimento delle famiglie, sulla ristrettezza del credito a famiglie e ad imprese, sull’inasprimento della pressione fiscale (che non sempre si accompagna all’incremento del gettito ovviamente, causa irrigidimento dei consumi). Ci sono poi notizie che ti arrivano da amici, che purtroppo spesso ti danno un buongiorno di cui avresti fatto volentieri a meno.Una mattina d’estate, il mio amico Abate Faria, mi ha inviato questo link da Dagospia, di cui vi posto il titolo ed alcuni passi

IL TETTO CHE SCOTTA (UNA CRISI NERO PECE) – NEGLI ULTIMI TRE ANNI, NEL NORDEST, SI SONO MOLTIPLICATE LE DOMANDE PER RIMUOVERE I TETTI DEI CAPANNONI PER NON PAGARE L’IMU
A volte anche 5mila euro di Imu sono troppi da pagare per un’impresa, specie quando l’impresa non c’è più. E allora dal Nord-Est fino alla Puglia, una nuova, lugubre moda: scoperchiare il capannone senza vita almeno per non dover pagare le tasse immobiliari…
Un capannone senza tetto come metafora di un’imprenditoria senza speranza. Senza fiducia nel proprio Paese. Un brutto sentimento. Che lacera anima e cervello. Quando si arriva a «scoperchiare» il proprio capannone per ridurre il peso dell’Imu, vuol dire che si è allo stremo. E allo stremo sono in tanti, in una nazione che non capisce…
Le cronache che descrivono questo inquietante scenario oscillano fra attonita incredulità e pragmatica constatazione. A mezz’aria fluttua una maledetta domanda: ma com’è possibile che le tasse possano spingerti a «sfregiare» quanto hai di più caro al mondo? Il capannone è per un piccolo imprenditore l’equivalente della casa. In tanti amano definire i propri operai la loro «seconda famiglia». Si badi bene: non c’è nulla di retorico in queste definizioni; non si tratta di un vezzo, in molti casi è la pura verità…

«La mia azienda – ricordava l’imprenditore qualche tempo fa dalle colonne del Mattino di Padova – è nata negli anni ’70 e incarna il modello di sviluppo tipico di un mobilificio di Casale. Da giovane falegname avevo un piccolo capannone di 300 mq che poi negli anni si sono triplicati per accogliere i nuovi dipendenti (11 in tutto) e rispondere alle richieste di un settore che, nei tempi d’oro, garantiva fatturati di milioni di euro l’anno. Poi l’arrivo della crisi, il tramonto del mobile in stile, i costi che superano le entrate. La chiusura». Ma lo Stato non si rassegna, continua a trattarlo come fosse una gallina dalle uova d’oro. Ma, quelle «uova», non sono più d’oro. Anzi, non ci sono più neppure le uova…

«Neanche i macchinari sono riuscito a vendere – ci racconta un imprenditore che operava nel ramo laterizio -. Ogni tanto torno qui, dove ho lavorato – e dato lavoro – per una vita intera. Resisto solo pochi minuti perché questi muri diroccati, queste finestre sfondate, questi oggetti arrugginiti sembrano guardarmi, accusandomi». Parole che pronuncia nel suo capannone, ormai ridotto in rudere. Anche qui il tetto non c’è più. Volgendo gli occhi in alto si vedono solo nubi nere. Chissà se il cielo tornerà azzurro”

Io credo che certe notizie meriterebbero le prime pagine di tutti i giornali, anche e soprattutto quelli che quando c’era Silvio al governo queste notizie (ma di così gravi forse ancora non ve n’erano) le riportavano eccome. Ora lo sporco viene messo sotto allo zerbino, perché? Forse oltre a non scontentare il nuovo che avanza da Firenze, c’è anche paura nel dire che notizie come queste sanciscono definitivamente lo stato di un’economia di guerra???

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