GAZA: L’ENNESIMA STRAGE NEL NOME DI DIO?

Bimbi uccisi Gaza

Riprendo dal blog di Ascanio Celestini su Il Fatto quotidiano, trovando il titolo “Gaza, la macabra sproporzione” il meglio per esprimere il concetto su quanto sta accadendo tra Israele e la Palestina:

“Scriveva (Vittorio Arrigoni, ndr) il primo gennaio 2009: “intendiamoci, come pacifista e non violento aborro in maniera più totale e convinta qualsiasi attacco di palestinesi contro israeliani, ma quaggiù siamo stanchi di sentire la cantilena che questa strage di civili è la risposta di Israele ai lanci dei modesti ‘razzi’ artigianali palestinesi. Per inciso, dal 2002 sino ad oggi i Qassam su Israele hanno prodotto 18 morti, qui sabato in una manciata di ore di civili morti negli ospedali ne abbiamo contati più di 250”. Sul giornale di ieri cerco i numeri di Gaza per questi giorni: 176 morti e oltre 1200 feriti. 100mila persone rimaste senza acqua.La cosa che continua a colpirmi da anni è la macabra sproporzione. Continuiamo a parlare di conflitto come se fosse una guerra tra due eserciti che si fronteggiano e non una superpotenza che schiaccia gli abitanti di una terra sventrata” 

 

Mi domando quindi perché di genocidio debba parlare solo Abu Mazen e non la stampa e ancor più i governi occidentali, inerti di fronte alla strage in atto. Cosa mai dovrà ancora accadere perché si dica esattamente come stanno le cose, pur con l’umana pietà per ogni vittima di questo impari conflitto? Qual è il vero motivo di questo silenzio o di questa ipocrisia, che ha portato persino l’ex glorioso Corriere della Sera, alla vergogna di questa prima pagina di domenica 13, mattina?

Corriere della serva

Ci sono ragioni geopolitiche o non solo queste all’origine di questo atteggiamento?

Va detto che Israele ha sempre giocato a favore dell’occidente essendo un cuscinetto tra il mondo arabo mediorientale e l’Europa. Non dimentichiamo che gli ebrei sono l’unico popolo ad avere reso fertile e produttiva una terra in quella regione, non solo grazie alle loro ricchezze ma anche grazie all’ingegno e alla laboriosità di cui dispongono. E per queste ragioni sono sempre stati coccolati ed aiutati dagli USA e dall’Europa. A titolo di esempio, Fini, durante la sua famosa visita in terra ebraica, ha ratificato con la legge 94/2005  l’accordo di cooperazione militare tra l’Italia e lo stato di Israele, i cui effetti vediamo proprio oggi con la notizia che l’Italia è il primo esportatore di armi verso lo stato ebraico.

E per un discorso strategico, politico ed economico, visto da parte dello stato di Israele, il suo avanzare, il sottrarre terre ai palestinesi, risiede proprio nel suo sviluppo, nel non avere abbastanza spazi per la crescita nazionale e per estendere la sua egemonia in terra mediorientale, contrastando altresì la crescita demografica palestinese.

Ma per riuscire in questo scopo (l’avanzata territoriale), come spesso è accaduto e sempre accade nella storia, i politici usano uno strumento formidabile, specie dove è molta l’ignoranza o come in questo caso, è molta la fede. E cioè l’aspetto religioso.

Del Grande Israele ha parlato Andrea Scanzi nei giorni scorsi. Si tratta di quella terra descritta dal Protocollo dei Savi di Sion che si estende tra il Nilo e l’Eufrate, la cui cartina secondo molti arabi campeggia nella Knesset, il Parlamento israeliano. E’ la terra promessa, quella di cui gli ebrei, figli d’Israele, si ritengono i designati da Dio, in quanto popolo eletto, ad abitare e a dominare.

E c’è un altro aspetto della religione ebraica, forse ancor più forte e di cui è bene discutere. Mi riferisco al tempio di Gerusalemme. Ricordiamone brevemente la storia:

Il primo tempio fu costruito da re Salomone nel X sec. a.C. e fu distrutto dai babilonesi di Nabucodonosor nel 607 a.C., dopo che già il faraone egiziano Soshenq lo aveva depredato e danneggiato. Il tempio venne ristrutturato trovando compimento all’opera in Erode nel 515 a.C., ma questa volta ci pensò l’imperatore romano Tito a dargli il colpo di grazia nel 70 d.C.

Rimase in piedi il solo bastione occidentale, quello conosciuto oggi come il Muro del Pianto, che si trova contiguo alla Spianata delle Moschee, terra di pertinenza palestinese e luogo sacro per il mondo arabo, trovandovisi molti edifici di culto, tra cui la famosa moschea di Al Aqsa. Sulla Spianata delle Moschee, stando agli studi storici ed archeologici, sorgeva proprio l’intera struttura del vecchio tempio di re Salomone. Il Muro del Pianto è quindi oggi, il luogo in cui il mondo ebraico prega per la rinascita del tempio, il terzo tempio. Anche perché per la religione ebraica una generazione che non partecipa alla ricostruzione del tempio è come se il tempio lo avesse distrutto. Ed il nuovo Messiah, atteso sulla terra, sarà identificato in colui che riuscirà a ricostruire il tempio. Capite perché ad esempio, dopo un periodo di relativa pace, sancita dagli accordi di Oslo, Sharon diede vita nel 2000 all’atto sacrilego per il mondo arabo, della camminata sulla Spianata delle Moschee? Capite perché da lì partì la Seconda intifada palestinese e Sharon divenne l’indiscusso leader di governo per anni dello stato israeliano? E per capire quanto è forte questo sentimento religioso, vale la pena ricordare gli esiti di un referendum del 1996 secondo cui il 58% degli israeliani interpellati si diceva disposto a sostenere il Temple Mount and Land of Israel Faithful Movement (Organizzazione attivista che si batte per la ricostruzione del Tempio).

A noi occidentali sembrerà strano usare ancora la religione per far leva sui sentimenti patriottici e di razza. E dico razza perché anche di razzismo nei confronti dei palestinesi si tratta. Vi riporto le parole di Moshe Dayan del 1967: “Dobbiamo dire ai palestinesi dei territori occupati che non esiste soluzione per loro, continueranno a vivere come cani, e se vogliono possono andarsene”. O preferite quelle di Ben Gurion del 1948? C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”.

Vogliamo forse credere quindi che un odio tale si possa manifestare oggi in maniera tanto differente? Non vi fanno forse specie le immagini di coloro (ebrei) che come al cinema, vanno in collina alla sera per osservare i bombardamenti su Gaza?

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Guardate, c’è anche chi, come al cinema, si bacia…

Bacio Israele

Queste fotografie andrebbero mostrate a chi (giustamente) parla e condanna il fanatismo islamico, dimenticandosi però di comportamenti come questi del mondo “civile”occidentale. Chiudo quindi con una semplice domanda: possibile che il senso di colpa dell’occidente per la Shoa sia ancora così radicato in noi per non farci aprire una buona volta gli occhi e capire che ogni vita umana va rispettata, ma ciò non toglie che si debba sempre distinguere tra chi è aggressore e chi aggredito, tra chi subisce soprusi e chi li perpetra? Chi, non santo e non innocente, è comunque la parte debole in un conflitto?

 

 

 

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