Mese: maggio 2015

EXPO: OCCASIONE SPRECATA O NUOVA FRONTIERA AGROALIMENTARE? (di Michele Anello)

Ci siamo, il primo maggio è stata inaugurata L’esposizione Universale di Milano. Dopo mesi di discussioni e indiscrezioni, finalmente siamo al via di quella che si prospetta senza dubbio come la manifestazione dell’anno probabilmente non solo per l’Italia, che è il paese ospitante, ma per tutto il mondo.

Più di cento padiglioni, da ogni angolo del globo, per portare a Milano la cultura enogastronomica d’élite di ogni paese. Si passa dal padiglione Cinese con tetto curvo, formato da più di mille pannelli di bambù e una cascata di fiori che ricordano il colore del grano maturo, al padiglione Americano molto particolare con i suoi giardini verticali. Un sito enorme quello di Expo, circa un milione di metri quadri. Forse bisogna iniziare da qui per parlare veramente di questa esposizione universale, perchè al di la dei padiglioni scintillanti, alcuni finiti alcuni meno, al di là delle buone intenzioni come gli slogan “Feed The Planet” forse bisogna giudicare quest’Expo per quello che realmente è, togliendoci dalla mente i preconcetti, siano essi da Italiani del “fare” o da “gufi” tanto per parafrasare il nostro Premier.

I promotori dell’esposizione sono stati sostanzialmente il comune di Milano (giunta Moratti) e la Regione Lombardia (Impero Formigoni) che hanno avuto la brillante idea di comprare delle aree private utilizzate fino a quel momento per scopi agricoli, del valore stimato non superiore a venticinque milioni di euro. Parliamo di una superficie di circa un milione di metri quadri. Nel 2011 viene costituita Arexpo, la società che formalmente acquista i terreni per 145 milioni di euro per poi girarli a Expo spa che dovrà organizzare l’Esposizione. Quando sarà tutto terminato,a padiglioni smontati, l’intero sito tornerà nelle mani di Arexpo, ma attenzione, i soci partecipanti di quest’ultima sono proprio Regione Lombardia e Comune di Milano che per comprarlo si sono fatti prestare soldi dalle banche e per restituirli devono rivenderlo. Nel bando di vendita si leggono le “caratteristiche” che dovrebbe avere un potenziale acquirente: innanzitutto avere almeno 315 milioni pronti. In più dovrebbe rispettare la clausola di far rimanere parco almeno metà della superficie e costruire il meno possibile sulla restante metà. Non cercano un imprenditore, cercano un santo. Fino ad ora non si è fatto vivo nessuno ovviamente, il che mette in luce quella che probabilmente è la vera essenza dell’Expo: valorizzare quel luogo vicino al confine nord ovest di Milano, tra l’autostrada dei laghi e il nuovo sito per la fiera di Rho. A questo punto la domanda è spontanea, chi ci perde se nessuno si fa avanti per acquistare questo milione di metri quadri? Comune e Regione in primis,con un debito di circa 32 milioni di euro a testa. Chi ci guadagna invece è il gruppo Cabassi (50 milioni, proprietario dei terreni) e la Fondazione Fiera Milano che ha incassato 66 milioni di euro. E qui è un altro paradosso poiché la Fondazione Fiera Milano, privata ma controllata dalla Regione Lombardia, nel 2002 acquistò quei terreni per 12 milioni, tale era allora il valore, poiché l’unico impiego al quale si pensava per quell’area erano dei parcheggi per il nuovo polo fieristico di Rho, mentre grazie alla bacchetta magica del Celeste Formigoni e dei suoi collaboratori ciellini quelli stessi terreni hanno subito un impennata delle quotazioni.

A maggio dello scorso anno arriva il vero terremoto per Expo: all’alba del giorno 8, duecento uomini della Guardia di finanza e della Dia arrestano il direttore generale di Expo 2015 Spa, Angelo Paris, l’ex senatore di Forza Italia, Luigi Grillo, l’ex segretario amministrativo della Dc milanese, Gianstefano Frigerio (ex Forza Italia), l’ex segretario dell’Udc ligure Sergio Cattozzo, l’imprenditore Enrico Maltauro e Primo Greganti, il «compagno G», già arrestato nella stagione di Tangentopoli, più altri svariati personaggi tra imprenditori e faccendieri finiti ai domiciliari. Viene alla luce quella che sarà definita la “cupola di Expo” un sistema che permetteva di spartire i giganteschi appalti per Expo tra i soliti noti, a destra come a sinistra, imprenditori amici dei politici coinvolti e personaggi legati al mondo delle cooperative rosse.

La notizia di una cupola bipartisan che si spartiva gli appalti di Expo 2015 aveva fatto rumore. Così tanto da far commentare all’ex pm di Mani Pulite, Gherardo Colombo, che dopo 22 anni da Tangentopoli, nulla era cambiato. E anche il Financial Times aveva parlato del nuovo scandalo sulla corruzione italiana “con analogie con quello che aveva abbattuto il potere politico italiano nei primi anni ’90”. L’allarme aveva anche dato uno sprint alla nomina dell’ex pm anti camorra Raffaele Cantone alla guida dell’Anticorruzione. Purtroppo come spesso siamo abituati a fare in italia, chiudiamo il recinto dopo che i buoi sono scappati, facendoci ridere dietro da mezzo mondo. Tanto rumore per nulla a leggere la sentenza di patteggiamento con cui sei dei sette protagonisti dell’inchiesta hanno chiuso il loro conto con la giustizia davanti al giudice per l’udienza preliminare di Milano. Nessuna pena superiore ai 3 anni per elementi come il compagno G, Primo Greganti, l’ex cassiere di Pci e Pds ha patteggiato 3 anni e, come era già avvenuto ai tempi di Tangentopoli (condanna a 3 anni patteggiata per finanziamento illecito), non ha fatto i nomi di politici di cui chiacchierava al telefono mentre era intercettato.

Matteo Renzi a questo punto decide di metterci la faccia e annuncia che:”L’Expo non si fermerà per alcune mele marce”. Forse Renzi non aveva letto il fascicolo della procura di Milano e non era tenuto a farlo intendiamoci, ma se lo avesse fatto probabilmente si sarebbe accorto che ad essere marce non erano solo le mele ma tutto il cestino, come già successo mesi prima con lo scandalo Mose e il sindaco Pd di Venezia Orsoni costretto alle dimissioni.

Ma torniamo all’Expo. Mentre i mesi passano e i lavori continuano a rilento, cominciano a spuntare fuori altre grane non solo sui tempi dei lavori, ma soprattutto sui costi. Un esempio è Palazzo Italia. L’unica struttura di tutto Expo che rimarrà in piedi anche dopo la manifestazione, ha visto lievitare i suoi costi di costruzione dai 60 milioni preventivati ai quasi 90 dei fine lavori, che per la cronaca avverranno tra un mese circa. Ma non è solo Palazzo Italia a fare notizia purtroppo e qui arriviamo al punto centrale, al motivo per cui ho deciso di scrivere questo pezzo. Probabilmente se avete letto fin qui starete pensando che io sia un “No Expo” a priori, uno di quelli che sperava non fosse neanche ultimato. Non è affatto così.

Nonostante gli scandali e gli appalti, consideravo Expo una vera occasione per l’Italia e per il mondo, un momento per far conoscere la nostra cultura enogastronomica che è principalmente fatta di piccoli produttori, di prodotti di nicchia, pregiati, che spesso però sono sconosciuti al grande pubblico italiano e straniero. Una delle cose che mi ha colpito di più, in negativo purtroppo,è il caso dei due padiglioni da 4000 metri quadri assegnati senza gara ad Oscar Farinetti, patron di Eataly, grande amico di Matteo Renzi e suo fedele sostenitore, su cui hanno aperto un fascicolo sia la Corte dei Conti, sia Raffaele Cantone (il super uomo anti corruzione voluto da Matteo Renzi), per l’organizzazione di venti ristoranti, uno per Regione, gestiti a turno da 120 ristoratori italiani (uno per mese).”Eataly is Italy” questo il nome del progetto che secondo le stime produrrà qualcosa come 2.2 milioni di pasti per tutta la durata della manifestazione, con un incasso che andrà per un 30% ( c’è chi dice molto di più in realtà) a Farinetti.

Ovviamente è già partita la gara dei ristoratori per aggiudicarsi uno dei mesi a disposizione e qui la domanda sorge spontanea: con quale criterio saranno scelti? Con che discrezionalità? È stato regalato un poter immenso a Farinetti, quello di scegliere i ristoranti e i ristoratori che rappresenteranno la cucina italiana davanti al mondo.

Così Expo che doveva essere un esempio di biodiversità e sostenibilità, diventerà una gigantesca sagra.

Per non parlare degli sponsor dell’Expo in generale che danno un idea di come, per far quadrare i conti, non si vada per il sottile e si dimentichino molti dei buoni propositi iniziali.

Un incasso di 400 milioni di euro dagli sponsor, dalla Coca Cola passando per Fiat e Samsung, Banca Intesa e addirittura Selex Es, società del settore difesa, ovvero gli armamenti (ARMAMENTI?!?). Va menzionato anche il solito squallido Mc Donald dove, non essendo ipocrita ammetto di mangiare durante l’anno, ma per quanto riguarda l’Expo non si capisce la connessione tra il buon cibo e la catena americana di fast food più discussa al mondo proprio per la sua scarsa qualità dal punto di vista alimentare.

Ma si sa, pagano bene…

Ecco perchè almeno per ora il mio giudizio è negativo su quest’Expo e probabilmente non lo andrò neanche a visitare, non per spocchia, ma per protesta.

L’Expo doveva essere un’occasione per parlare di agricoltura sostenibile, di prodotti a km0, di biodiversità.

Un momento per riflettere davvero sul problema della fame nel mondo, dell’uso intelligente delle risorse idriche.

Un momento in cui discutere di cibo in maniera vera, autentica, discutendo di quanto cibo viene ogni giorno sprecato per leggi di mercato assurde e insegnando alle persone in primis a sprecare meno cibo possibile.

Il rapporto della FAO secondo cui oltre un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano, cioè circa 1,3 miliardi di tonnellate, va perduto o sprecato, contenuta nello studio intitolato Global Food Losses and Food Waste, ci fa capire di che ordine di grandezza sia il problema: a fronte dei miliardi di tonnellate di cibo gettato nella spazzatura, c’è un miliardo di persone al mondo che non ha accesso a sufficienti risorse alimentari.

In più esiste il problema della crescita demografica mondiale, con la conseguenza obbligata di ampliare le superfici coltivate e adibite all’allevamento degli animali per far fronte a questo fabbisogno al netto del fatto che le aree coltivabili sempre quelle sono. Da qui, da questi bisogni, si possono pensare innovazioni possibili nel campo della scienza agro-alimentare. Questo sarebbe dovuto essere Expo, un fantastico laboratorio di idee e progetti per il futuro, per il nostro futuro e quello dei nostri figli, invece rischia di essere una gigantesca opportunità buttata al vento, tra padiglioni ancora non finiti, mazzette e regali ai soliti noti e contratti di lavoro da fame per i tanti ragazzi italiani che si erano avvicinati a questo evento, con la speranza di un lavoro dignitoso e giustamente retribuito.

P.S. Non credo ci sia neanche bisogno di commentare chi ha fatto casino a Milano il giorno dell’inaugurazione, nascondendo dietro le vetrine rotte e le macchine bruciate la protesta educata e pacifica di migliaia di persone che come me non condividono le basi di questo Expo e credono che un altro modo di ragionare sia possibile.

LA COMUNICAZIONE DEL PD 2.0

Mi è capitato di leggere in questi giorni diversi articoli di Giuseppe Palma su Scenari Economici e di trovarvi spunti decisamente interessanti. Tra tutti i discorsi sull’Italicum e sul modo di Renzi di portarlo avanti, ho trovato molto pertinente questo stralcio che deve far riflettere bene sugli anni che stiamo vivendo da diverso tempo a questa parte, in particolare dall’inizio della crisi del 2009:

“gli strumenti che il potere utilizza per esautorare e svilire la democrazia sono sempre gli stessi:

  1. si crea ad arte una situazione di grave ed imminente pericolo per lo Stato, oppure di necessità di riforme urgentissime allo scopo di salvare/migliorare le Istituzioni e/o l’economia del Paese;
  2. si condisce il tutto attraverso una campagna mediatica che rimbecillisce il popolo (a tal proposito il potere “ingaggia” alcuni professoroni/espertoni pronti a vendere la propria indipendenza culturale in cambio di riconoscimenti, nomine, scatti di carriera e/o poltrone);
  3. si rende urgente e non più ritardabile l’adozione di misure anti-democratiche facendole digerire per necessarie e salvifiche in virtù di un falso miglioramento della situazione;
  4. si costringono (anche comprandole) le pedine del potere ad adottare queste misure;
  5. si pongono in essere sistemi che rendono quasi impossibile il ripristino delle situazioni pre-esistenti, anche attraverso campagne di informazione a carattere intimidatorio (se non di peggio);
  6. si delegittimano (anche culturalmente) sia le opposizioni che le voci fuori dal coro, arrivando addirittura a tenerle lontane dai circuiti mediatici più seguiti dal popolo!”

Pensateci bene, come un mantra ci sentiamo dire del pericolo imminente per i conti pubblici, che non possiamo più attendere oltre, che siamo all’ultimo treno, che bisogna agire, decidere. E coloro che non accettano questi discorsi sono populisti, gufi, rosiconi e persino sciacalli. Con un coro di regime amplificato dai media con pochissimi distinguo. Ecco quindi che mi sono imbattuto in due articoli sull’Huffinghton post (nota cassa di amplificazione renziana) di due renziani convinti, “Italicum: vogliamo davvero fermare il paese e tornare al via?” di Marco Gay, presidente dei giovani di Confindustria (e già è tutto detto!) e ancor più “Qui si fa l’Italicum o si muore”  di Giulio Di Lorenzo, specializzato in comunicazione ed iscritto al PD per cui ha collaborato orgogliosamente alla campagna per le primarie vinte da Renzi e a quella per le europee del 2014.

Se qualcuno avesse bisogno di un’ulteriore prova per capire il cambio di pelle del PD, ormai uguale alla vecchia Forza Italia col Berlusca saldamente al comando e capopolo per acclamazione,  si legga questi articoli. Già i titoli la dicono lunga, ma il contenuto non lascia dubbi. Prendo il primo articolo di Gay:

“Che fine fa un’azienda dove le carte passano per 14 mesi da un piano all’altro senza che mai nessuno decida? Fallisce. La Repubblica italiana non è un’azienda, eppure ha rischiato di fallire più volte negli ultimi anni”….

Vi ricordate di quando Berlusconi parlava del paese come di un’azienda? Ed ancora…

 “…Che la legge elettorale non ci dia da mangiare è uno slogan tanto banale, quanto offensivo. Non è uno slogan invece ma storia, la nostra, quella di un Paese senza una legge elettorale dignitosa, che rimase bloccato per due mesi nel 2013 per formare un Governo, sprofondando ancora di più nella recessione”…

Ecco..la storia però dice anche altre cose, signor Gay. Ed infine…

“…È il tempo della responsabilità di decidere. Di approvare la legge elettorale oggi, la delega fiscale domani e la legge sulla concorrenza dopodomani. Di dire che l’Italia ha bisogno di correre per tornare grande”

Ma veniamo al secondo articolo, ancora più incisivo. Del resto Di Lorenzo è specializzato in comunicazione, no???!!!

“…Il calcio di rigore va battuto, non si può aspettare in eterno. Se Fabio Grosso si fosse comportato come la minoranza del Pd saremmo tuttora incollati al televisore con un Fabio Caressa esausto e – ormai – sconsolato che non si capacita del perché non l’ha ancora tirato. Non avremmo vinto i mondiali, nessun italiano avrebbe alzato quella coppa e saremmo ancora qui a recriminare la mancanza di coraggio di quel ragazzo che non ha voluto tirare il rigore”…

A proposito, chi era che criticava Silvio per “essere sceso in campo”? Nell’Italia sempre meno panem e sempre più circenses (giochi pallonari) devo ammettere che tirare fuori dal cilindro il rigore di Fabio Grosso sia un vero colpo di genio!

“…Il governo, e in primis Matteo Renzi, si sono presi questa responsabilità. È mai capitato che negli ultimi vent’anni si rischiasse così tanto per il bene del proprio paese? Che io abbia ricordo, direi proprio di no. Mi sembra l’ennesimo esempio, come se ce ne fosse bisogno, del fatto che non esiste più la vecchia concezione di politica: non siamo più di fronte ad un poltronificio, ma ad un servizio per il paese. Punto. E se c’è da rischiare il posto, si fa, senza paura alcuna”…

Il nostro eroe Matteo, puro di cuore, che si immola per il nostro bene. Un vero condottiero!

E chiudo:

“…Non c’è più tempo. Occasioni così non ce ne saranno più. Parafrasando De Gregori, un cantautore a me caro: Qui si fa l’Italicum o si muore”

Termino qua, ma qualcuno spieghi a Di Lorenzo che si possono fare entrambe le cose e simultaneamente…