Mese: giugno 2015

GREXIT, IL COUNTDOWN STA SCADENDO

E così alla fine la rottura tra Tsipras e la Troika si é avverata, nonostante gli spiragli aperti la settimana scorsa facessero pensare ad un accordo ormai imminente. E la cosa incredibile é che un accordo quale quello prospettato, avrebbe rappresentato sicuramente una sconfitta per Tsipras e per il suo popolo, tanto é vero che ad Atene la minoranza interna di Syriza stava già affilando le lame…
Ed invece succede ciò che non ti aspetti, che a far cadere l’accordo sia la Troika (ora Brussels Group…la sostanza non cambia), che non si accontenta di vincere, ma vorrebbe stravincere, imponendo ulteriori sacrifici alla Grecia.

Va ricordato che Tsipras aveva già previsto nella sua proposta una riforma (seppur più morbida di quanto richiesto dalla Troika) delle pensioni, aumenti dell’Iva tranne che per le isole più povere, tagli alla difesa per 200 milioni (a fronte dei 400 richiesti dai creditori), tasse sui beni di lusso e tassa suppletiva del 12% sulle imprese con più di 500.000 € di fatturato, proposta quest’ultima addirittura bocciata dai creditori.
Tutte misure volte a raggiungere l’obiettivo non trascurabile dell’avanzo primario dell’1% che se nn raggiunto avrebbe fatto scattare clausole di salvaguardia con ulteriori tagli alla spesa. Ecco perché Tsipras sembrava aver già perso, tradendo un programma elettorale che diceva in sostanza “Stop all’austerity! Programma che, detto francamente, cozzava non poco col fermo proposito di non abbandonare l’area Euro, a meno di non voler credere all’idea di una Troika che si sarebbe ammorbidita.

Ecco quindi che il referendum indetto da Tsipras stupisce non tanto per l’aspetto di grande democrazia che rappresenta, bensì per il fatto che ammettendo a priori (in campagna elettorale) l’impossibilità di restare nell’euro, tale referendum sarebbe stato totalmente superfluo. Ma forse in fase elettorale faceva ancora paura pensare ad una tale ipotesi e Syriza non avrebbe raggiunto il risultato eccezionale che le permette di governare. Solo così mi posso spiegare le contraddizioni del programma di Tsipras.

Va comunque aggiunto che se Grexit deve essere (per me é solo questione di tempo e neppure molto), meglio che avvenga non per una Grecia sorda ai richiami dell’Eurogruppo e che decide a priori ed unilateralmente di defilarsi, bensì per l’intransigenza dei creditori, ormai più che conclamata.
Basti pensare che non é stata concessa un’ulteriore proroga di 15 giorni a Tsipras per poter svolgere senza problemi (si fa per dire…) il referendum. Referendum che appare oggi, alla luce di questo niet, dall’esito ancor più scontato.

Sarebbe cambiato poco del resto…basti pensare alle prossime scadenze della Grecia, oltre al miliardo e 600 milioni del 30 giugno:
– 13.07 450 milioni da rimborsare al FMI
– 20.07 3,5 miliardi da rimborsare alla BCE
– 01.08 200 milioni da rimborsare al FMI
– 20.08 3,2 miliardi da rimborsare alla BCE
9 miliardi circa…come vedete, il countdown era partito da tempo…

Chiudo con una semplice considerazione…

Forse era destino che partisse  dalla Grecia, culla della civiltà europea e della democrazia, la disgregazione di questa UE, non tenuta insieme dai propositi di fratellanza tra i popoli celebrati dall’Inno alla gioia (leggetevi il mio Inno alla gioia…ma quale gioia?), bensì solo da cinici trattati economici e finanziari.
Speriamo che questo segnale di democrazia che ci arriva dalla Grecia ci faccia capire che la conquista del passaggio dallo stato di sudditi a quello di cittadini non debba mai più essere rimessa in discussione da nessuno!!!

Annunci

RIPRESA, IL VORREI MA NON POSSO DELL’ITALIA

Quando leggo di ripresa economica e leggo certi articoli, mi domando davvero se siano in tanti a rendersi conto di cosa si stia parlando. Intanto diciamo che dal 2008 l’Italia ha perso la bellezza di 10 punti percentuali di Pil e non è un’ipotetica crescita dello 0,6% come previsto dalla Commissione Europea (badate bene che nel DEF di aprile, Renzi e Padoan si erano dichiarati prudenti con una stima dello 0,7) che ci deve far saltare di gioia. Sempre ammesso che anche questa stima non venga rivista al ribasso come già successo negli anni passati, allorchè a fine anno si tracciava un segno meno dove ad inizio anno si ipotizzava che fosse positivo.

Bisogna aggiungere inoltre che nel DEF si ammette l’impotenza della nazione nel tentativo di risollevarsi. Tant’è vero che viene dichiarato apertamente che lo 0,6% del potenziale aumento del PIL lo si dovrà a fattori esterni (calo del petrolio e dei tassi di interesse in seguito alla politica BCE). Insomma di nostro, nella migliore della ipotesi ci metteremo ben poco (0,1%).

Siamo la nazione cresciuta meno tra i paesi del G7 in  questi anni, basta guardare questo grafico dell’ONS (ufficio nazionale statistico della Gran Bretagna) per rendersi conto della differenza.PIL 2008-2015

Ma del resto, ci sono altri dati a parlare chiaro. Guardatevi quanto è cresciuto il reddito reale medio degli italiani dal 1995 ad oggi…

Redditi in UE

Praticamente nulla. Ed è in calo anche nel 2014 nonostante un’inflazione media dello 0,2%! Quindi il calo è da considerarsi ancor più accentuato di quanto la curva potrebbe far credere. Siamo in Europa quelli messi peggio e senza soldi in tasca…dove vogliamo andare???

Del resto le nostre aziende continuano a navigare in mari perigliosi ed il tessuto produttivo, spina dorsale della nazione, continuerà a fare fatica, col risultato che l’unico vero obiettivo sarà la sopravvivenza più che la crescita. I motivi? Proprio oggi due articoli arrivati sulla mia casella mail mi hanno dato da pensare e la loro concomitanza mi ha convinto a scriverne come non facevo da tempo. Le fonti sono autorevoli, la CGIA di Mestre e la pagina pmi.it che tanto materiale mi ha già fornito in passato. Partiamo dal primo articolo

CGIA

Come se già non fosse sufficiente a capire le zavorre che devono trascinarsi dietro le imprese, vi cito ora il secondo articolo, il cui titolo la dice già lunga

Credito imprese sos fatture insolute

Nel 2015 i tempi medi di attesa per ottenere pagamenti caleranno del -4%, ovvero si passerà ad una media di 110 giorni contro i 115 giorni del 2014. Per le insolvenze aziendali il calo atteso è del -2% rispetto al 2014. Miglioramento che però non appare sufficiente a risollevare le imprese, soprattutto le PMI, e la loro necessità di liquidità. In più si tratta di un dato quasi doppio rispetto a quanto previsto dalla normativa e nettamente superiore a tutti gli altri grandi Paesi occidentali. Tra gli 11 mercati occidentali analizzati, la situazione migliore si registra in Olanda, negli Stati Uniti e in Russia, con poco più di 50 giorni. In Italia, dunque, sono ancora troppe le fatture insolute e ancora è troppo ampio il fabbisogno di credito delle imprese. Secondo le ultime rilevazioni oltre il 70% delle imprese italiane soffre di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti e tale situazione a sua volta genera nuovi debitori.

…Per quanto riguarda il ritardo nei pagamenti dalla PA, l’ammontare dei debiti della Pubblica Amministrazione è sceso di soli 5 miliardi di euro, rispetto ai 70 miliardi stimati. In realtà i debiti della PA saldati nell’ultimo anno, anche a fronte delle misure attuate dal Governo per risolvere l’annoso problema dei ritardi nei pagamenti dalla PA, è stato di 30 miliardi di euro, ma nel frattempo si sono generati nuovi crediti arretrati…”

Certo, l’articolo chiude dicendo di una congiuntura positiva (che conferma quanto detto in precedenza sui fattori esterni) e di un effetto EXPO su cui non concordo molto (forse quello 0,1% che spera il DEF di Renzi?), ma mi domando: se l’Italia stenta a crescere (per i motivi citati) in un momento di congiuntura così favorevole (e forse irripetibile!), cosa succederà quando le condizioni internazionali peggioreranno nuovamente?