IL CIBO COME STATUS SYMBOL

Simpson cibo

“Noi dobbiamo ingurgitare, cioè consumare, il più possibile, ma anche espellerlo il più rapidamente possibile. È la Crescita, bellezza. Ciò che cresce deve essere rapidamente distrutto per poter ricominciare. Se così non fosse salterebbe tutto il meccanismo su cui si sostiene la nostra società”.

Così Massimo Fini presenta il suo editoriale apparso oggi sulla pagina internet L’intellettuale dissidente e sul Fatto Quotidiano, parlando della bulimia da programmi tv e libri che imperversano quotidianamente su di noi spettatori e lettori, parlando di cucina.

Leggendolo mi sono immediatamente reso conto che questo articolo ha dato corpo a pensieri che da tempo mi giravano per la testa, senza riuscire finora a metterli a fuoco a dovere.

Senza seguirne neppure mezzo, pur essendo una buona forchetta, trovavo molto strano tutto questo interesse dello spettatore nei confronti di questi programmi, senza rendermi conto che in realtà, i media, come sempre accade, hanno il potere di indurre le esigenze, piuttosto che soddisfarle. Ed inducendole, hanno il potere di catalizzare l’attenzione su di una cosa piuttosto che su di un’altra, creando movimenti d’opinione che sono da sempre funzionali al sistema.

Il cibo diventa quindi simbolo del consumismo, passando dalla funzione di sostentamento a quella di indottrinamento culturale, per imporci un ben preciso modello di sviluppo economico e sociale.

In tutto questo, però a me colpisce un altro aspetto, quello del mangiare bene con pochi soldi.

Abbondano sulle riviste e in tv la presentazione di portate succulente affiancate alla spesa fatta per prepararle. Ci si accorge così che con pochi euro si può pranzare e cenare. Che sia voluto per poter convincere le persone che anche senza grossi guadagni, si possa comunque vivere dignitosamente? Che ci sia anche un tentativo per poter garantire la pace sociale in un momento in cui la disoccupazione, la sottoccupazione, e gli stipendi rimasti al palo da tempo per molti, potrebbero surriscaldare gli animi? Forse sono pensieri troppo spinti…o forse chissà…

Che poi la nostra società abbia comunque un rapporto col cibo decisamente malsano o quanto meno “strano”, lo dicono altri aspetti.

Uno citato da Fini è quello dell’esplodere delle diete per dimagrire, a base di tisane, di pillole, di medicinali e di specialisti del settore. Anch’esso, comunque, simbolo della società del consumismo

Un altro è quello della ricerca dell’alimentazione sana od etica, con l’esplodere dei vari tipi di dieta, da quella vegetariana, a quella vegana, dal macrobiotico al fruttarismo e via dicendo.

Aggiungiamoci poi la ricerca del cibo biologico, quando poi magari, le stesse mamme che lo richiedono sulle mense scolastiche, non esitano a portare i propri figli da McDonald’s nel weekend o per le feste di compleanno.

Insomma, non vorrei chiudere col luogo comune “Si stava meglio quando si stava peggio”, ma rimpiango quando si mangiava per il gusto del mangiare, sentendo la bontà di una portata non perché me lo dicevano i libri o la tv ma semplicemente perché mi stimolava a dovere le papille gustative. Cosa a cui sto continuando a tener (anche troppa 😉 ) fede…

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