Mese: dicembre 2015

LA SALUTE DELL’ITALIA PASSA PER LE PMI

Ho detto più volte del fatto che non creda ad una ripresa degna di tal nome per l’Italia. L’ultima volta è stato il 16 giugno, allorchè mentre Renzi e c. continuavano a parlare di ripresa agganciata, spiegavo a mio modo di vedere il perché non credevo alle loro parole. I numeri che emergono in queste ultime settimane mi pare che purtroppo mi diano ragione…

Al di là dei numeri e dei riferimenti di quel post, aggiungo un richiamo ai troppi problemi strutturali dell’Italia, da uno stato pachidermico ed inefficiente nella sua burocrazia, ad enti locali sempre più a corto di risorse ed anche al mondo dell’impresa, che in Italia non gode di molta stima ed aiuti da parte dei governi, a meno che le aziende non si chiamino Fiat o facciano parte della grande industria.

Ed ho già detto in passato che essendo il mondo dell’impresa italiana composto al 99,9% da pmi, che si trovano a sopportare una pressione fiscale superiore al 68% dando un valore aggiunto alla nazione di poco meno del 70%, è evidente che se non si aiuta questo mondo, difficilmente il futuro potrà essere roseo.

Ci sono, a dire il vero, alcuni detrattori delle pmi che sottolineano che in Italia le grandi imprese sono poche e che questa frammentazione dell’imprenditoria in micro e piccole imprese non sia un bene poiché si disperdono energie e risorse.

A loro voglio domandare cosa ne sarebbe dell’Italia se il quadro fosse quello da loro auspicato.

La grande industria italiana ha sempre trovato terreno fertile elemosinando aiuti di stato in diverse forme. Quanto di loro hanno rischiato e rischiano gli industriali italiani?

Che i piccoli imprenditori siano più affidabili dei grandi del resto lo dice anche la CGIA di Mestre. E se lo dice il centro studi di Confindustria…

“Tra il giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2014 – osserva il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – le classi di grandezza delle sofferenze fino a 75.000 euro hanno registrato una contrazione, mentre quelle da 75.000 e 125.000 sono aumentate appena dello 0,5 per cento. Niente a che vedere con quanto è successo in quelle più elevate. Nella fascia tra i 500.000 e il milione di euro la variazione è stata dell’11,4 per cento, per quella successiva, tra 1 e 2,5 milioni, l’aumento è stato del 14,5 per cento e per le classi ancor più elevate l’incremento ha superato il 18 per cento. Se teniamoconto che il livello delle insolvenze è proporzionale alla dimensione dei prestiti ricevuti, possiamo affermare con un elevato grado di precisione che le famiglie e le piccole imprese continuano a essere più solvibili delle grandi imprese”.

Ma ricollegandomi al discorso degli enti locali, sempre la CGIA ci dice come questi, sempre più a corto di trasferimenti dallo stato, si rifacciano anche sulle imprese , con tutte le conseguenze del caso

“Dal 2011, ultimo anno in cui abbiamo pagato l’Ici, al 2015, l’incremento del carico fiscale sugli immobili ad uso produttivo e commerciale è stato spaventoso. Tutto ciò ha dell’incredibile. E’ utile ricordare, soprattutto ai Sindaci, che il capannone, ad esempio, non viene esibito dall’imprenditore come un elemento di ricchezza, bensì è un bene strumentale che serve per produrre valore aggiunto, dove la superficie e la cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata. Accanirsi fiscalmente su questi immobili come è avvenuto in questi ultimi anni non ha alcun senso, se non quello di fare cassa, danneggiando l’economia reale del Paese e, conseguentemente,  l’occupazione”

C’è poi un altro aspetto che è sempre un serio problema per le pmi. Mi riferisco alla cronica mancanza di liquidità delle imprese, costrette, come già detto in passato, ad indebitarsi non solo per investire, ma oggi ancor più per far fronte alle spese generali e per mettersi in pari col fisco. Il credit crunch, la ristrettezza del credito da parte delle banche, non cala, anzi…

“L’accesso al credito delle piccole e medie imprese si conferma ancora molto difficile. Se da un lato i finanziamenti garantiti alle PMI nel 2014 sono risultati in calo rispetto al 2013 (da 42,8 a 38,6 mld di euro), dall’altro si registra una generale contrazione dei finanziamenti alle imprese, anche nel sistema artigiano: i Confidi Fedart hanno garantito 4,6 miliardi (5,2 nel 2013) di nuovi finanziamenti, raggiungendo uno stock di 12 miliardi (13,2 nel 2013)” (www.pmi.it)

In questo quadro, solo un pazzo può pensare ad una ripresa dell’Italia degna di tal nome. A poco vale e varrà, per quanto potrà ancora durare, la congiuntura favorevole (prezzo del petrolio, costo del denaro ed valore dell’euro bassi). I mali dell’Italia sono tutti nostri e sono certo che ce li dovremo tenere ancora a lungo

Annunci