RIFUGIATI E DISOCCUPATI: PEDINE E VITTIME DEL SISTEMA

“Ma perché non celebrano la giornata mondiale del disoccupato?” Questa domanda di un amico senza lavoro, polemico nei confronti delle celebrazioni per la giornata mondiale del rifugiato, mi ha portato a dar luce a ragionamenti che già si facevano strada nella mia testa. Di fronte al tentativo da parte delle autorità di favorire un’integrazione dei profughi ormai presenti in quasi tutti i comuni italiani, una parte dei nostri concittadini, ai margini della società come si trova chi é senza un lavoro, si sente discriminato. Il sentirsi abbandonato dalla società (anche se magari gli ammortizzatori sociali compensano in parte i problemi economici di queste persone) é un sentimento che non si può e non si deve ignorare. A scanso di equivoci capisco il tentativo di quegli amministratori locali o del personale delle istituzioni che appoggiano certe manifestazioni in favore dell’integrazione sociale dei profughi. É giusto educare i nostri figli al rispetto per persone diverse da noi per razza, per cultura ed all’accoglienza per il bisognoso. Ma quei genitori in difficoltà per la mancanza di un lavoro, non devono per forza digerire tutto, sopendo quel senso di ingiustizia che sentono forte sulla propria pelle. Il pensare prima agli italiani non deve per forza venir visto come un concetto razzista ma come la legittima richiesta di chi ha sempre pagato le tasse ad uno stato che invece da l’impressione di aiutare, di impiegare più risorse per chi arriva da fuori che per il suo cittadino e contribuente in difficoltà. Venendo comunque al nocciolo della questione, é però a mio giudizio evidente di quanto i profughi e i disoccupati siano vittime e pedine di un una guerra tra poveri, voluta dal mondo della finanza e della grande industria e quindi dal potere politico che da quelle trae la propria legittimità e forza. Perché dico questo? Perché i profughi diventano un serbatoio di manodopera a basso prezzo in Europa abbassando anche le legittime pretese dei nostri lavoratori, andando verso una schiavitù del lavoro funzionale a quella concorrenza che le nostre imprese non riescono più a reggere nei confronti dei prodotti cinesi, indiani ecc…La globalizzazione non ha tanto arricchito i paesi del terzo mondo, quanto impoverito le masse che nel mondo occidentale erano riuscite ad alzare il proprio tenore di vita. Si impoveriscono i lavoratori, si impoveriscono le famiglie, sacrificati nel nome del mercato libero e della finanza. Volete esempi concreti di quel che dico? Ci sono grandi aziende italiane che per contenere i costi e quindi poter acquisire lavori in appalto (anche nel pubblico) a prezzi contenuti, affidano i lavori in subappalto ad aziende italiane che assumono stranieri. Ma a che condizioni? É capitato di toccare con mano di un’azienda che aveva assunto rumeni con contratti basati sulla legislazione rumena. Bassi prezzi, molte ore di lavoro e praticamente assenti gli ammortizzatori sociali. Immaginate cosa vorrà dire avere nei prossimi anni la manodopera disponibile di chi sta arrivando dall’Africa e dall’Asia sui barconi? Immaginate quali condizioni saranno costretti ad accettare i disoccupati italiani che hanno bisogno di rientrare nel mondo del lavoro? Sono convinto che si tratti di un piano preordinato sovranazionale che parta da lontano. Mi ritornano in mente le parole di Padoa Schioppa del 2003 che sosteneva che vanno attenuate le protezioni sociali per far tornare l’individuo a contatto con la durezza del vivere. Parole che nel 2003 sembravano esagerate e che oggi sappiamo quanta strada si siano fatta nello sviluppo della nostra società. Soluzioni? Non ne ho io e non ne vedo all’orizzonte. Certo che senza l’euro a mio giudizio le cose sarebbero più semplici, perché é evidente che come ha detto qualche illuminato economista, se vuoi fare concorrenza alla Cina e non puoi svalutare la moneta devi per forza svalutare i salari. Ed é quello che per l’appunto si sta facendo e che non porterà a nulla di buono per il nostro futuro

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