Politica ed economia

AMIU – IREN: STORIA DI UNA PRIVATIZZAZIONE SCANDALOSA

Quella che si sta delineando all’orizzonte è la storia di una privatizzazione a tutti gli effetti dove IREN acquisirà entro il 2017 la maggioranza di AMIU, andando oltre l’accordo iniziale votato anche in consiglio comunale di Genova che stabiliva che AMIU restasse a maggioranza pubblica. E’ una storia dove alla fine a guadagnarci saranno il comune di Genova ed IREN, la società “amica” a cui già abbiamo (di fatto) regalato l’acqua pubblica. Ed a rimetterci come sempre, saranno i cittadini ed utenti. 

Mettiamo schematicamente in ordine i fatti:

– AMIU come detto, entro il 2017 passerà per il 51% in capo ad IREN che raggiungerà questa quota non solo grazie a capitali liquidi apportati ma anche attraverso il conferimento di impianti, tra cui il biodigestore di Tortona

– IREN libererà il comune di Genova della zavorra di Scarpino, la discarica genovese, accollandosi i costi che vengono sostenuti per la sua messa in sicurezza e la sua riapertura prevista per il 2017. Costi che però verranno coperti dalle bollette in 10 anni anziché nei 30 inizialmente previsti, con il conseguente aumento delle bollette dei genovesi del 5/6% all’anno a partire dal 2017, solo per coprire questa voce di spesa

– L’assessore Porcile ha dichiarato, a precisa domanda, che nel mese di gennaio verrà stabilita la cifra di vendita di AMIU ad IREN. Una cifra che varia attualmente dai 9 ai 23 milioni di euro. Ora…per dire una fregnaccia del genere devi essere o in malafede (perché in realtà la cifra non vuoi dirla) o impreparato (perché non puoi sparare cifre così distanti fra loro!)

Ci sono poi alcuni fatti che possono sembrare marginali ma che a mio giudizio non lo sono affatto. Ve li elenco e poi ci tornerò sopra con le conclusioni:

– Dopo aver rilasciato alla stampa dichiarazioni sulla contrarietà della regione Liguria alla costruzione di nuovi inceneritori, nel febbraio 2016 il presidente Toti, in conferenza Stato – Regioni, vota a favore del piano del governo per la costruzione di nuovi impianti in Italia

– Fabio Tosi ed il gruppo M5S in regione Liguria vogliono capire meglio la posizione di Toti e c. e presentano due mesi dopo, nell’aprile 2016, una mozione chiedendo che la regione si dichiari contraria senza se e senza ma a nuovi impianti in Liguria. Toti e la maggioranza votano CONTRO alla mozione (per cui non escludono nuovi inceneritori in Liguria). Singolare (ma neanche troppo) la posizione del PD e di Rete a Sinistra che si astengono

Ora vi dico le mie conclusioni e vedremo tra qualche tempo se avrò ragione (sperando di sbagliarmi):

– Doria ha voluto accelerare sull’accordo per poterlo blindare dall’eventuale intervento del sindaco che gli succederà. Non sia mai che il PD perda l’amministrazione (dove il rischio oggi è fortissimo) ed arrivi qualcuno, magari del M5S, che faccia saltare il banco. Gli affari con IREN si fanno sempre volentieri in certi ambienti. Basti pensare al ciclo dell’acqua affidato agli “amici” di IREN nel 2009 fino al 2032 senza gara d’appalto

– Portando a 10 anni e non a 30 i tempi di ammortamento dei costi di Scarpino, il comune di Genova ottiene una rivalutazione del valore di AMIU che le permette di fare più cassa, mentre ad IREN si consente di rientrare prima dei costi riversandoli in bolletta. Ci guadagna il comune, ci guadagna IREN e ci perdono, come sempre, i cittadini utenti, cari signori della sinistra!!!

– IREN libera il comune di Genova di una zavorra non da poco (Scarpino) ma con che contropartita, visto che le discariche, nella direttiva europea sul trattamento dei rifiuti, ormai sono dichiarate obsolete e da abbandonare?

– Qua mi ricollego alla posizione della Regione Liguria sugli inceneritori. Non è che per caso ci sia già un accordo di massima tra comune e regione per permettere ad IREN di attivare nuovi impianti in Liguria? La centrale Tirreno Power di Savona è ferma da tempo per i noti problemi. Sembra che tecnicamente non necessiti di grossi interventi per farle bruciare rifiuti anziché carbone o gas!

– Doria o chi per esso ci vorrà far credere che gli impianti che IREN porterà in AMIU siano benefit non indifferenti. Ma attenzione! Con questi impianti IREN si garantirà il 51% delle azioni e di fatto rimarrà sempre la padrona degli stessi

Insomma…questa faccenda puzza e non poco! 

Infine mi ricollego a quanto sta succedendo a livello nazionale con l’elargizione del governo alle banche in crisi, tra cui guarda caso MPS. 20 (VENTI) MILIARDI DI EURO DI SOLDI NOSTRI, pari ad una bella manovra finanziaria. Fatevi i conti di quanti siano per le vostre tasche. Non vi va? Ve lo dico io, sono circa 400 euro a testa per ognuno di voi. Siete in 4 in famiglia? Fanno 1600 euro, pari allo stipendio di un mese di un capofamiglia. Questo è il regalo di Natale che vi fa lo Stato, la sua tredicesima, ma quella che darete voi allo stato, non viceversa!

Certo che se ci pensate bene…per MPS ed affini i soldi si trovano, ma quando si tratta dei servizi essenziali i soldi non ci sono mai ed allora ci tocca privatizzare. Ieri é toccato all’acqua, oggi tocca ai trasporti, ai rifiuti e persino all’illuminazione pubblica. Quando la finiranno lor signori di prenderci per il culo fatemi un fischio…

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LA SALUTE DELL’ITALIA PASSA PER LE PMI

Ho detto più volte del fatto che non creda ad una ripresa degna di tal nome per l’Italia. L’ultima volta è stato il 16 giugno, allorchè mentre Renzi e c. continuavano a parlare di ripresa agganciata, spiegavo a mio modo di vedere il perché non credevo alle loro parole. I numeri che emergono in queste ultime settimane mi pare che purtroppo mi diano ragione…

Al di là dei numeri e dei riferimenti di quel post, aggiungo un richiamo ai troppi problemi strutturali dell’Italia, da uno stato pachidermico ed inefficiente nella sua burocrazia, ad enti locali sempre più a corto di risorse ed anche al mondo dell’impresa, che in Italia non gode di molta stima ed aiuti da parte dei governi, a meno che le aziende non si chiamino Fiat o facciano parte della grande industria.

Ed ho già detto in passato che essendo il mondo dell’impresa italiana composto al 99,9% da pmi, che si trovano a sopportare una pressione fiscale superiore al 68% dando un valore aggiunto alla nazione di poco meno del 70%, è evidente che se non si aiuta questo mondo, difficilmente il futuro potrà essere roseo.

Ci sono, a dire il vero, alcuni detrattori delle pmi che sottolineano che in Italia le grandi imprese sono poche e che questa frammentazione dell’imprenditoria in micro e piccole imprese non sia un bene poiché si disperdono energie e risorse.

A loro voglio domandare cosa ne sarebbe dell’Italia se il quadro fosse quello da loro auspicato.

La grande industria italiana ha sempre trovato terreno fertile elemosinando aiuti di stato in diverse forme. Quanto di loro hanno rischiato e rischiano gli industriali italiani?

Che i piccoli imprenditori siano più affidabili dei grandi del resto lo dice anche la CGIA di Mestre. E se lo dice il centro studi di Confindustria…

“Tra il giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2014 – osserva il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – le classi di grandezza delle sofferenze fino a 75.000 euro hanno registrato una contrazione, mentre quelle da 75.000 e 125.000 sono aumentate appena dello 0,5 per cento. Niente a che vedere con quanto è successo in quelle più elevate. Nella fascia tra i 500.000 e il milione di euro la variazione è stata dell’11,4 per cento, per quella successiva, tra 1 e 2,5 milioni, l’aumento è stato del 14,5 per cento e per le classi ancor più elevate l’incremento ha superato il 18 per cento. Se teniamoconto che il livello delle insolvenze è proporzionale alla dimensione dei prestiti ricevuti, possiamo affermare con un elevato grado di precisione che le famiglie e le piccole imprese continuano a essere più solvibili delle grandi imprese”.

Ma ricollegandomi al discorso degli enti locali, sempre la CGIA ci dice come questi, sempre più a corto di trasferimenti dallo stato, si rifacciano anche sulle imprese , con tutte le conseguenze del caso

“Dal 2011, ultimo anno in cui abbiamo pagato l’Ici, al 2015, l’incremento del carico fiscale sugli immobili ad uso produttivo e commerciale è stato spaventoso. Tutto ciò ha dell’incredibile. E’ utile ricordare, soprattutto ai Sindaci, che il capannone, ad esempio, non viene esibito dall’imprenditore come un elemento di ricchezza, bensì è un bene strumentale che serve per produrre valore aggiunto, dove la superficie e la cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata. Accanirsi fiscalmente su questi immobili come è avvenuto in questi ultimi anni non ha alcun senso, se non quello di fare cassa, danneggiando l’economia reale del Paese e, conseguentemente,  l’occupazione”

C’è poi un altro aspetto che è sempre un serio problema per le pmi. Mi riferisco alla cronica mancanza di liquidità delle imprese, costrette, come già detto in passato, ad indebitarsi non solo per investire, ma oggi ancor più per far fronte alle spese generali e per mettersi in pari col fisco. Il credit crunch, la ristrettezza del credito da parte delle banche, non cala, anzi…

“L’accesso al credito delle piccole e medie imprese si conferma ancora molto difficile. Se da un lato i finanziamenti garantiti alle PMI nel 2014 sono risultati in calo rispetto al 2013 (da 42,8 a 38,6 mld di euro), dall’altro si registra una generale contrazione dei finanziamenti alle imprese, anche nel sistema artigiano: i Confidi Fedart hanno garantito 4,6 miliardi (5,2 nel 2013) di nuovi finanziamenti, raggiungendo uno stock di 12 miliardi (13,2 nel 2013)” (www.pmi.it)

In questo quadro, solo un pazzo può pensare ad una ripresa dell’Italia degna di tal nome. A poco vale e varrà, per quanto potrà ancora durare, la congiuntura favorevole (prezzo del petrolio, costo del denaro ed valore dell’euro bassi). I mali dell’Italia sono tutti nostri e sono certo che ce li dovremo tenere ancora a lungo

RIFIUTI IN LIGURIA: IL MIRAGGIO DEL 65% ED UN CONFLITTO D’INTERESSI ALL’ORIZZONTE

Quando ero piccolo, uno dei primi giochi che ho imparato sulla Settimana Enigmistica è stato quello di unire i puntini. Sarà per quello che oggi, quando leggo notizie su un determinato argomento, cerco sempre di trovarvi un filo conduttore.

Schematicamente, l’argomento che vorrei affrontare è quello dei rifiuti e l’ambito territoriale è quello ligure.

Le notizie sono le seguenti:

nell’autunno scorso il governo Renzi vara il decreto Sblocca Italia, il cui articolo 35 prevede la libera circolazione dei rifiuti sull’intero territorio nazionale

ad ottobre viene chiusa, senza che alcun piano alternativo avesse mai visto la luce, la discarica di Scarpino a Genova che raccoglieva i rifiuti della provincia genovese, la più popolosa delle province liguri

in questi giorni Toti, neo governatore ligure, ha fatto sapere di preparare un nuovo piano rifiuti entro ottobre. Piano che comunque non prevederà la costruzione di un nuovo inceneritore, non tanto per volontà politica, quanto perché la normativa europea prevede che prima si sfruttino totalmente quelli già presenti sul territorio nazionale. Ragione per cui, per accordi tra IREN (proprietaria per buona parte e gestore di diversi inceneritori), la regione Emilia e la Liguria, 200 tonnellate di rifiuti liguri verranno conferiti nell’impianto di Piacenza a brevissimo giro di tempo

A queste tre notizie però dobbiamo aggiungerne altre che chiudano il cerchio e che reputo le più importanti:

IREN ha presentato nel giugno scorso il proprio piano industriale relativo al quinquennio 2015/2020 i cui punti salienti sono a mio giudizio due. Il primo è che l’azienda ha la volontà di acquisire la maggioranza (80% delle quote) di Trm, la società che gestisce l’inceneritore di Torino,di cui oggi detiene il 49% delle azioni, il secondo è che si vuole arrivare a produrre il 90% della propria energia venduta. E siccome non si fa menzione ad acquisizione di nuovi impianti idroelettrici o per la produzione da altre fonti, già mi pare del tutto evidente di come si voglia spingere sugli inceneritori. Ricordo che oltre Torino, IREN gestisce anche quelli vicini di Parma e di Piacenza, ad oggi poco sfruttati, in particolare quello parmigiano per la buona raccolta differenziata prodotta dalla giunta Pizzarotti

– Cilegina sulla torta l’ultima notizia di cui parlare, quella dell’unione che il sindaco di Genova Doria, sta preparando tra AMIU ed IREN. IREN a cui dopo aver di fatto regalato l’acqua, avendo in gestione l’ATO genovese fino al 2032, adesso regaleremo anche i nostri rifiuti. Va ricordato che la Liguria e Genova in particolare sono in notevole ritardo sulla raccolta differenziata (poco oltre il 30%), ben lontani dall’obiettivo del 65% che sarà obbligatorio dal 2020 e sotto il quale si paga l’ecotassa. Quindi la nuova AMIU/IREN dovrà spingere e non poco per migliorare la raccolta attuale

Avete capito ora quale è il filo conduttore che lega queste notizie? Ma soprattutto lo hanno capito gli  amministratori, Doria in testa, pronti a benedire questo accordo? Non è abbastanza palese il conflitto di interessi di un’azienda (Iren) che da un lato dovrebbe migliorare il servizio di raccolta differenziata e dall’altro più spazzatura brucia nei propri impianti e maggiore è il profitto che ne ricava?

Detto questo, mi auguro di sbagliare la valutazione e preferisco fare un giorno mea culpa piuttosto che pagare cifre che serviranno a far guadagnare i soliti padroni della giostra. Di certo, preferisco preoccuparmi oggi, piuttosto che recriminare domani per non averlo fatto

P.S. Questo è l’andamento in borsa di IREN

IREN borsa

Guardate gli incrementi avuti a sei mesi e ad un anno. Ora qualche domanda in più , se non vi bastassero le mie, potete farvele da soli 😉

GREXIT O MENO, TSIPRAS HA GIA’ VINTO

Social network esplodono al NO greco

Tutto gira intorno ad una parola dal duplice significato: compromesso. La Grecia e la Troika possono raggiungerlo oppure tutto ormai potrebbe essere vano (compromesso, appunto…). E alla luce degli ultimi avvenimenti, la seconda ipotesi, con la conseguente uscita della Grecia dall’euro, è sempre più probabile. Ma comunque vada, io credo che che Tsipras abbia già vinto, pur non avendo vita facile sia restando nell’euro che uscendone… Vi spiego il perché della mia considerazione facendo un po’ di cronistoria della vicenda.

A gennaio si sono tenute le elezioni politiche in Grecia, Tsipras si presenta alla guida di Syriza con un programma alquanto ambiguo ma efficace. Vuole la fine dell’austeritá, una politica per una crescita economica che la Troika, coi suoi crediti nei confronti di Atene, rende impossibile. Ma Syriza e Tsipras VOGLIONO RESTARE NELL’EURO. Vorrebbero far cambiare politica alla Troika, ma solo un sognatore (cosa che Tsipras ha dimostrato di non essere ma di essere, invece, alquanto pragmatico) potrebbe crederlo. Ma il popolo sogna di natura e lo elegge “per acclamazione”. Se Tsipras avesse dichiarato di voler uscire dall’euro non avrebbe avuto questo successo. Vuoi perché gli avversari (che già per paura lo tacciavano di populismo) lo avrebbero screditato accomunandolo alla destra estrema di Alba Dorata, vuoi perché la paura la fa spesso da padrona e non ti aiuta se non ti prepari a dovere il terreno per dominarla ed incanalarla a tuo uso e consumo.

Una volta al governo, Tsipras sceglie come ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, economista docente universitario in terra d’America (Austin), deciso e sfrontato quanto basta per essere tacciato di buffonaggine e dilettantismo dai funzionari e ministri della Troika, che di fatto non lo ritengono gradito nei vertici che li vedono contrapposti.

La situazione si trascina per diversi mesi, tra scene di ordinaria drammaticità per il popolo e per le finanze greche, strozzate dai debiti contratti dai governi precedenti. Il clou arriva però a giugno, allorché la Grecia deve onorare un debito di 1,6 miliardi al Fmi, cosa che viene ritenuta impossibile da Tsipras e Varoufakis, stante le difficoltà economiche ateniesi. Ma la Troika ha pronto l’ennesimo piano di salvataggio, fatto di ulteriori lacrime e sangue (riforme), con nuovi “aiuti” buoni solo a strozzare ancor di più l’economia greca, solo per riuscire ad incassare i crediti, conditi da interessi a doppia cifra.

Qua Tsipras sembra cadere e per la prima volta, dubito della sua strategia. Non accetta il piano della Troika, ma fa una controproposta più morbida (trovate tutto in Grexit, il countdown sta scadendo) ma non di molto, tanto che in Grecia si stavano affilando già i coltelli tra le fila di Syriza stessa. Ma avviene quel che non ti aspetti (e che invece Tsipras sapeva o immaginava?): la Troika non accetta, vuole schiacciare del tutto la testa ai greci. E qua Tsipras tira fuori il colpo di genio del referendum…da svolgersi entro due settimane, senza dare troppo spazio e tempo alla propaganda europeista del SI’ all’accettazione delle condizioni della Troika.

Propaganda che comunque si muove, aiutandosi con la sospensione della liquidità di emergenza alle banche greche della BCE. E qua la paura di cui parlavo prima avrebbe potuto fare la differenza, ma l’ha fatta all’opposto. Sentite ad esempio cosa diceva Varoufakis: “Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vinca”. Insomma, risvegliando l’orgoglio greco il NO ha ottenuto il 61%!!! Risultato schiacciante…

Adesso è la Troika ad invocare Tsipras, a cercare una controproposta ed un accordo. E qua altro colpo di genio del duo Tsipras-Varoufakis. Quest’ultimo, l’indomani della vittoria si dimette per non mettere in difficoltà Tsipras nei negoziati.

Ieri Tsipras si è recato a Strasburgo. Tra applausi e fischi ha dichiarato che gli aiuti finora sono serviti alle banche e non al popolo (qualcuno ha ancora dei dubbi???) ma che farà una controproposta promettendo la riforma delle baby pensioni e la rimodulazione dell’iva, ma ponendo come condizione sine qua non,la ricontrattazione del debito.

Sapete cosa succederà? Saranno proposte molto blande (perché dovrebbe peggiorare quelle rifiutate, alla luce della vittoria referendaria???). Se la Troika accetterà, Tsipras avrà vinto mantenendo anche fede a quel programma elettorale tanto ambiguo. Se invece rifiuterà, tanto peggio per l’UE. Tsipras potrà puntare ancor di più il dito e dire di essere stato sbattuto fuori a forza dall’euro e la Troika dovrà spiegare agli altri Stati che l’indissolubilità dell’euro non era un dogma come si voleva far credere.

Non vi ho detto una cosa molto importante…

In questi mesi, Tsipras ha dialogato spesso con Cina e soprattutto Russia, facendo preoccupare non poco Obama che ha fatto pressioni sulla Troika per la ricontrattazione del debito. Ed ieri a Strasburgo Tsipras ha parlato apertamente di questioni geopolitiche facendo ventilare l’idea che si potrebbero aprire le porte del Mediterraneo a forze che non siano della NATO…

Insomma…

Un piccolo stato guidato da un uomo con un coraggio da leone (per qualcuno persino sconsiderato, cosa che non mi trova d’accordo), che sta tenendo in scacco mezzo mondo. Avesse perso il referendum avrebbe terminato la propria carriera politica facendo sprofondare il suo popolo negli abissi. Oggi invece, comunque vadano le cose, lui ha già vinto!!!

P.S. La vittoria potrebbe risultare con uno scotto enorme da pagare, nel caso in cui le istituzioni europee decidano per il muro contro muro totale senza “aiutare” la Grecia nella fase post euro (nel caso si arrivi a questo). Ciò non significa che la storia tributerà comunque a Tsipras i meriti dovuti

GREXIT, IL COUNTDOWN STA SCADENDO

E così alla fine la rottura tra Tsipras e la Troika si é avverata, nonostante gli spiragli aperti la settimana scorsa facessero pensare ad un accordo ormai imminente. E la cosa incredibile é che un accordo quale quello prospettato, avrebbe rappresentato sicuramente una sconfitta per Tsipras e per il suo popolo, tanto é vero che ad Atene la minoranza interna di Syriza stava già affilando le lame…
Ed invece succede ciò che non ti aspetti, che a far cadere l’accordo sia la Troika (ora Brussels Group…la sostanza non cambia), che non si accontenta di vincere, ma vorrebbe stravincere, imponendo ulteriori sacrifici alla Grecia.

Va ricordato che Tsipras aveva già previsto nella sua proposta una riforma (seppur più morbida di quanto richiesto dalla Troika) delle pensioni, aumenti dell’Iva tranne che per le isole più povere, tagli alla difesa per 200 milioni (a fronte dei 400 richiesti dai creditori), tasse sui beni di lusso e tassa suppletiva del 12% sulle imprese con più di 500.000 € di fatturato, proposta quest’ultima addirittura bocciata dai creditori.
Tutte misure volte a raggiungere l’obiettivo non trascurabile dell’avanzo primario dell’1% che se nn raggiunto avrebbe fatto scattare clausole di salvaguardia con ulteriori tagli alla spesa. Ecco perché Tsipras sembrava aver già perso, tradendo un programma elettorale che diceva in sostanza “Stop all’austerity! Programma che, detto francamente, cozzava non poco col fermo proposito di non abbandonare l’area Euro, a meno di non voler credere all’idea di una Troika che si sarebbe ammorbidita.

Ecco quindi che il referendum indetto da Tsipras stupisce non tanto per l’aspetto di grande democrazia che rappresenta, bensì per il fatto che ammettendo a priori (in campagna elettorale) l’impossibilità di restare nell’euro, tale referendum sarebbe stato totalmente superfluo. Ma forse in fase elettorale faceva ancora paura pensare ad una tale ipotesi e Syriza non avrebbe raggiunto il risultato eccezionale che le permette di governare. Solo così mi posso spiegare le contraddizioni del programma di Tsipras.

Va comunque aggiunto che se Grexit deve essere (per me é solo questione di tempo e neppure molto), meglio che avvenga non per una Grecia sorda ai richiami dell’Eurogruppo e che decide a priori ed unilateralmente di defilarsi, bensì per l’intransigenza dei creditori, ormai più che conclamata.
Basti pensare che non é stata concessa un’ulteriore proroga di 15 giorni a Tsipras per poter svolgere senza problemi (si fa per dire…) il referendum. Referendum che appare oggi, alla luce di questo niet, dall’esito ancor più scontato.

Sarebbe cambiato poco del resto…basti pensare alle prossime scadenze della Grecia, oltre al miliardo e 600 milioni del 30 giugno:
– 13.07 450 milioni da rimborsare al FMI
– 20.07 3,5 miliardi da rimborsare alla BCE
– 01.08 200 milioni da rimborsare al FMI
– 20.08 3,2 miliardi da rimborsare alla BCE
9 miliardi circa…come vedete, il countdown era partito da tempo…

Chiudo con una semplice considerazione…

Forse era destino che partisse  dalla Grecia, culla della civiltà europea e della democrazia, la disgregazione di questa UE, non tenuta insieme dai propositi di fratellanza tra i popoli celebrati dall’Inno alla gioia (leggetevi il mio Inno alla gioia…ma quale gioia?), bensì solo da cinici trattati economici e finanziari.
Speriamo che questo segnale di democrazia che ci arriva dalla Grecia ci faccia capire che la conquista del passaggio dallo stato di sudditi a quello di cittadini non debba mai più essere rimessa in discussione da nessuno!!!

RIPRESA, IL VORREI MA NON POSSO DELL’ITALIA

Quando leggo di ripresa economica e leggo certi articoli, mi domando davvero se siano in tanti a rendersi conto di cosa si stia parlando. Intanto diciamo che dal 2008 l’Italia ha perso la bellezza di 10 punti percentuali di Pil e non è un’ipotetica crescita dello 0,6% come previsto dalla Commissione Europea (badate bene che nel DEF di aprile, Renzi e Padoan si erano dichiarati prudenti con una stima dello 0,7) che ci deve far saltare di gioia. Sempre ammesso che anche questa stima non venga rivista al ribasso come già successo negli anni passati, allorchè a fine anno si tracciava un segno meno dove ad inizio anno si ipotizzava che fosse positivo.

Bisogna aggiungere inoltre che nel DEF si ammette l’impotenza della nazione nel tentativo di risollevarsi. Tant’è vero che viene dichiarato apertamente che lo 0,6% del potenziale aumento del PIL lo si dovrà a fattori esterni (calo del petrolio e dei tassi di interesse in seguito alla politica BCE). Insomma di nostro, nella migliore della ipotesi ci metteremo ben poco (0,1%).

Siamo la nazione cresciuta meno tra i paesi del G7 in  questi anni, basta guardare questo grafico dell’ONS (ufficio nazionale statistico della Gran Bretagna) per rendersi conto della differenza.PIL 2008-2015

Ma del resto, ci sono altri dati a parlare chiaro. Guardatevi quanto è cresciuto il reddito reale medio degli italiani dal 1995 ad oggi…

Redditi in UE

Praticamente nulla. Ed è in calo anche nel 2014 nonostante un’inflazione media dello 0,2%! Quindi il calo è da considerarsi ancor più accentuato di quanto la curva potrebbe far credere. Siamo in Europa quelli messi peggio e senza soldi in tasca…dove vogliamo andare???

Del resto le nostre aziende continuano a navigare in mari perigliosi ed il tessuto produttivo, spina dorsale della nazione, continuerà a fare fatica, col risultato che l’unico vero obiettivo sarà la sopravvivenza più che la crescita. I motivi? Proprio oggi due articoli arrivati sulla mia casella mail mi hanno dato da pensare e la loro concomitanza mi ha convinto a scriverne come non facevo da tempo. Le fonti sono autorevoli, la CGIA di Mestre e la pagina pmi.it che tanto materiale mi ha già fornito in passato. Partiamo dal primo articolo

CGIA

Come se già non fosse sufficiente a capire le zavorre che devono trascinarsi dietro le imprese, vi cito ora il secondo articolo, il cui titolo la dice già lunga

Credito imprese sos fatture insolute

Nel 2015 i tempi medi di attesa per ottenere pagamenti caleranno del -4%, ovvero si passerà ad una media di 110 giorni contro i 115 giorni del 2014. Per le insolvenze aziendali il calo atteso è del -2% rispetto al 2014. Miglioramento che però non appare sufficiente a risollevare le imprese, soprattutto le PMI, e la loro necessità di liquidità. In più si tratta di un dato quasi doppio rispetto a quanto previsto dalla normativa e nettamente superiore a tutti gli altri grandi Paesi occidentali. Tra gli 11 mercati occidentali analizzati, la situazione migliore si registra in Olanda, negli Stati Uniti e in Russia, con poco più di 50 giorni. In Italia, dunque, sono ancora troppe le fatture insolute e ancora è troppo ampio il fabbisogno di credito delle imprese. Secondo le ultime rilevazioni oltre il 70% delle imprese italiane soffre di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti e tale situazione a sua volta genera nuovi debitori.

…Per quanto riguarda il ritardo nei pagamenti dalla PA, l’ammontare dei debiti della Pubblica Amministrazione è sceso di soli 5 miliardi di euro, rispetto ai 70 miliardi stimati. In realtà i debiti della PA saldati nell’ultimo anno, anche a fronte delle misure attuate dal Governo per risolvere l’annoso problema dei ritardi nei pagamenti dalla PA, è stato di 30 miliardi di euro, ma nel frattempo si sono generati nuovi crediti arretrati…”

Certo, l’articolo chiude dicendo di una congiuntura positiva (che conferma quanto detto in precedenza sui fattori esterni) e di un effetto EXPO su cui non concordo molto (forse quello 0,1% che spera il DEF di Renzi?), ma mi domando: se l’Italia stenta a crescere (per i motivi citati) in un momento di congiuntura così favorevole (e forse irripetibile!), cosa succederà quando le condizioni internazionali peggioreranno nuovamente?

MATTEO RENZI E LE BALLE SULLE TASSE

Come già successo in passato, pubblico molto volentieri un post dell’amico Michele Anello, che spiega in modo dettagliato ma assai comprensibile i contenuti del DEF come usciti dalla presentazione del duo Renzi-Padoan, con le solite uscite ad effetto dell’imbonitore fiorentino che quanto a frottole, come si sa, non è secondo a nessuno

Non è importante che il popolo sappia,quanto che creda.

Una delle più celebri frasi di Benito Mussolini durante il suo ventennio.Egli era infatti convinto che il potere della propaganda di ammaliare il popolo e di fornirgli false informazioni potesse garantirgli il controllo delle coscienze.Dal ventennio fascista ad oggi molte cose sono cambiate,ma il vizio tutto italiano di unire al potere legislativo anche quello mediatico,è proseguito nel tempo.Al di la degli schieramenti e dei colori politici,chi più chi meno,la politica italiana (di parte governativa) si è sempre servita del braccio della stampa per addolcire bocconi amari da ingoiare o peggio per non dare risalto ad argomenti considerati nocivi per il consenso del governo.Paradigmatica in questo senso la nostra posizione nella classifica della libertà di stampa stilata ogni anno da associazioni non governative come “House of freedom”,che ci vede scivolare sempre più giù,fino quasi a raggiungere paesi del terzo mondo.

Tutto questo preambolo mi è venuto in mente sentendo l altra sera,alla radio,l’intervista fatta al nostro Premier Matteo Renzi sul nuovo documento del DEF.(Documento di Economia e Finanza) La legge finanziaria tanto per capirci.

Ci risiamo,Matteo Renzi non riesce a parlare se non per mezzo del megafono della propaganda.Si fa vanto del fatto che la sua,è la prima legge di stabilità che taglia le tasse,sebbene il documento del DEF firmato dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e da lui stesso dica il contrario.Una delle più evidenti balle del suo governo: «Ho abbassato le tasse per 18 miliardi di euro».Ma si sa,i pallonari tendono sempre ad alzare il tiro e infatti ieri l’ha sparata un po’ più grossa di quel che faceva fino allo scorso Capodanno:«Diciotto miliardi di tasse tagliate.No,anzi,sono ventuno perchè ho evitato le tasse di Enrico Letta».Da dove vengono quei fantomatici 18 miliardi di tasse ridotte agli italiani?Risposta di ieri del premier:«10 sono i miliardi derivanti dal bonus degli 80 euro e 8 dalle misure legate soprattutto al costo del lavoro». E come mai sia le autorità monetarie internazionali che la stessa italianissima Istat dicono l’esatto opposto,e cioè che la pressione fiscale italiana sia aumentata? Figurarsi se Renzi non ha una risposta anche per questi “soloni” o “professoroni” che tanto male gli vorrebbero: «Le statistiche di autorevolissime istituzioni ci dicono che questi 80 euro sono in realtà un aumento di tasse perchè vengono considerati come prestazioni sociali e non come una riduzione del bonus Irpef,e tutto ciò da fiato a chi dice che le tasse aumentano, ma chi sta a casa sa perfettamente che non è così: gli 80 euro sono una riduzione della pressione fiscale».

Proviamo a mettere un po’ di numeri veri in fila,e poi spieghiamo.Innanzitutto la misura degli 80 euro non vale 10 miliardi,ma 8,7 miliardi.Così è scritto nella tabella finale della legge di stabilità 2015 firmata da Renzi e dal suo ministro dell’Economia.La differenza è di 1,3 miliardi di euro,e non si tratta di bruscolini.(Magari per Renzi contano poco).Entriamo nei particolari che tanto danno fastidio al premier.Quegli 8,7 miliardi di costo del bonus da 80 euro sono stati contabilizzati nella legge di stabilità da Renzi e Padoan e non da quei cattivoni della Ue per 8 miliardi di euro come aumento della spesa pubblica e solo per 0,7 miliardi di euro come riduzione delle tasse.Gli 80 euro sono una regalìa,un aiuto sociale per altro nemmeno dato a chi ne aveva più bisogno.È stata come la famosa scarpa di Achille Lauro data ai napoletani prima del voto,con la promessa dell’altra solo una volta fosse stato eletto.Renzi ha fatto più o meno così:ha promesso che quella regalìa sarebbe divenuta permanente e sarebbe stata allargata ad altre categorie.Si è preso i voti alle europee,e dopo ha mantenuto solo parzialmente le promesse: la scarpa è arrivata per fare il paio solo a una parte di quelli che erano stati abbindolati prima dell’urna.Gli 80 euro di Renzi sono più sostanziosi,ma identici alla social card inventata nel 2008 da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti e tanto criticata anche dal premier e dalle sue attuali cheerleaders di regime. Il documento della legge di stabilità per il 2015 (sempre scritto da Renzi e Padoan,non dai gufi) dice che nel triennio lo Stato spenderà 61 miliardi e 190 milioni di euro di più (16 miliardi nel 2015), e aumenteranno pure le entrate fiscali di 64 miliardi e 313 milioni di euro (10 miliardi in più nel 2015). È la legge di stabilità che ha messo più tasse in assoluto negli ultimi anni. Peggio addirittura di quella 2013 firmata da Mario Monti.E il conto non considera l’aumento della pressione fiscale locale,che pure c’è e finisce nelle stesse tasche: quelle dei cittadini italiani. Perchè Renzi farà pure finta di nulla,accusando sindaci e presidenti di Regioni,ma quando lui taglia loro i trasferimenti,loro se li riprendono aumentando Tasi, addizionali Irpef e altre tasse locali.È accaduto nel 2015,riaccadrà nel 2016 secondo le anticipazioni del Def

Occhi aperti e culo stretto ragazzi!

Aggiungo solo questo grafico che trovo molto eloquente e preoccupante, specie perchè le regioni a statuto ordinario, come si vede, saranno quelle più penalizzate

.Taglio enti locali

E penso ad esempio alla regione Liguria, dove la cementificazione e le alluvioni recenti hanno reso impellente la lotta al dissesto idrogeologico (quella vera, cara Paita, non quella annunciata e non fatta in passato!). Ora le competenze, nel riordino delle province e nella nascita della città metropolitana di Genova, passeranno in gran parte alla regione. E la cosa non lascia certo tranquilli…