Grecia

BREXIT E DEMOCRAZIA AD OROLOGERIA

LUISA: “Avevi avuto il giusto presentimento sul referendum inglese, hai visto?”
MARIO: “Sì, una volta tanto. Sulla Grecia avevo già visto la vittoria di Tsipras ed invece…”
LUISA: “In realtà aveva vinto, ma poi ha innestato incredibilmente la retomarcia”
MARIO: “In teoria potrebbero farlo anche gli inglesi, visto che il voto deve essere ratificato dal Parlamento, ma non credo lo faranno…sono inglesi, teste di minchia quanto vuoi, ma andranno fino in fondo. Se ne devono fare una ragione tutti coloro che stanno inveendo contro Cameron per aver indetto il referendum e contro il voto di pancia. Come se anche la pancia non avesse i suoi giusti reclami da fare e come se invece, per contro, non si dia la colpa alle istituzioni europee per tutte le inefficienze ed ingiustizie sociali che si sono create”
LUISA: “Ho sentito Monti parlare di eccesso di democrazia per aver indetto il referendum da parte di Cameron…lui che abusivamente ha fatto il presidente del Consiglio…che faccia di tolla…”
MARIO: “Certo…il problema però resta, perché pare che la Merkel non l’abbia mica capita la lezione…lunedì incontra a Berlino Hollande e Renzi. Ma perché non convoca tutti e ripeto tutti, Juncker e non a Berlino ma a Bruxelles??? Mi stupisce a dire il vero che ci sia anche Renzi nel trio…avranno bisogno di un cameriere a corte ;)”
LUISA: “Eppure credo che dovremmo ringraziare gli inglesi in Europa per il segnale che hanno voluto dare ai crucchi, anche se continueranno a non capire”
MARIO: “La dico grossa ma forse neppure troppo…meglio mettere tutto in discussione ora col referendum che con la forza domani. Siamo così sicuri che i tedeschi siano davvero cambiati dai tempi della seconda guerra mondiale? Io credo non molto”
LUISA: “Comunque é interessante, tornando a noi, questa storia della Democrazia ad orologeria. Se si vota in maniera che non ci piace é un voto da sottoculturati, da vecchi che negano il futuro ai giovani”
MARIO: “Il voto va sempre rispettato, inutile dirlo…ed ogni voto insegna qualcosa. Cosa avrei dovuto pensare quando ho visto l’esito delle europee? Vogliamo parlare della mancia elettorale degli 80 euro? Lì la gente non aveva votato di pancia? Vabbé dai, inutile continuare, mi faccio solo del nervoso”
LUISA: “Vai che ti viene tardi al lavoro”
MARIO: “Già…se fosse stato vero che con l’euro avremmo lavorato di meno e guadagnato di più come diceva Prodi io sarei già stato in pensione da tempo. Invece grazie alla Fornero l’Ansaldo lo dovrò vedere ancora per qualche anno. In compenso i nostri ragazzi non é che lavorano meno…non lavorano proprio…”

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TSIPRAS: UNA VITTORIA DI PIRRO

Pubblico quel che avevo scritto il 16 luglio, all’indomani dell’accettazione del piano della Troika da parte del Parlamento greco, in quello che verrà ricordato come il tradimento del referendum del 5 luglio, in cui la Grecia rifiutava le proposte europee. Avevo anche il titolo, L’INCREDIBILE RETROMARCIA DI TSIPRAS

“Onestà intellettuale mi impone di ritornare a parlare delle vicende greche e dell’apparentemente inspiegabile comportamento di Tsipras che avevo già dichiarato vincitore del braccio di ferro con la Troika dopo il referendum di domenica 5 luglio.

Sinceramente sono rimasto sconcertato dalla sua retromarcia e dall’accettazione di un piano europeo di salvataggio della Grecia con così tanta, apparente, arrendevolezza.

Vero che il piano presenta aiuti per più di 80 miliardi, ma la Grecia di fatto accetta che la Troika supervisioni nuovamente da vicino lo stato delle finanze greche passo per passo e soprattutto, oltre ad avere misure più restrittive sia in termini di risorse che di tempi di attuazione delle riforme, accetta altresì di impegnare in garanzia i propri beni pubblici in un fondo da 50 miliardi. In sostanza, se la Grecia non onorerà le proprie scadenze, verranno pignorati i suoi beni dai creditori.

La domanda quindi è: perché Tsipras ha accettato e non ha dato il via alla Grexit come ormai tutti si aspettavano?

E’ interessante leggere per bene l’intervista all’ex ministro Varoufakis, dimessosi dopo il referendum. Intanto si capisce che il vero motivo delle dimissioni (di Varoufakis) erano le diverse idee su come dovesse essere portato avanti il confronto con la Troika. Varoufakis avrebbe accettato la sfida dell’uscita dall’euro, Tsipras no. Fedele al programma (ed ho già spiegato quanto in realtà quel programma fosse ambiguo in materia), lui avrebbe negoziato ad oltranza. Varoufakis sostiene che il piano Grexit era stato studiato da lui e da altri suoi (pochi) collaboratori. Prevedeva tre misure: l’emissione di pagherò per saldare i fornitori, il taglio unilaterale del debito coi creditori e la presa del possesso della Banca Centrale togliendola dal controllo della BCE. Però, l’ex ministro delle finanze, sostiene di non aver potuto garantire a Tsipras la riuscita del piano. Cosa che probabilmente ha convinto Tsipras, strozzato dalla chiusura delle banche e dalla mancanza di liquidità, ad accettare qualsiasi condizione pur di far ripartire il sistema economico e finanziario della Grecia.

Non credo ci sia altro dietro alla resa di Tsipras. Penso sinceramente che ci sia stata moltissima inesperienza e troppa fiducia nel pensare che un referendum potesse ammorbidire i propri creditori. Come dice Varoufakis, la strada Grexit doveva essere presa prima in considerazione e preparata meglio. Non puoi presentarti solo con una minaccia (che resta tale finchè non la attui) e soprattutto quando si scopre che quella minaccia forse è proprio la soluzione che chi comanda in Europa si auspicherebbe! “

Questo quanto avevo scritto.

Perché non l’ho pubblicato?

Semplicemente perché mi sembrava ancora troppo inverosimile la situazione che si era creata, ma soprattutto perché una parte di stampa sosteneva di come la Legarde (presidente FMI) e Draghi (presidente BCE) sostenessero l’imprescindibilità del taglio del debito greco e quindi speravo che qualche colpo di scena fosse in qualche modo ancora possibile. Nulla di tutto questo si è ad oggi verificato e credo che quindi difficilmente possa ancora trovare spazio nell’immediato futuro.

Oggi poi, per chiudere il cerchio, Tsipras vince le nuove elezioni indette dopo le sue dimissioni, registrando però un risultato che a leggerlo bene sancisce una vittoria di Pirro. Solo il 55% degli elettori si è recato alle urne e Syriza ha ottenuto il 35% dei consensi. In sostanza solo 19 greci su 100 hanno rieletto Tsipras. Ma per far cosa, se non per legittimare la sua accettazione dell’accordo raggiunto, tradendo l’esito referendario, con la Troika???

Non ne siete convinti?

Vi mostro alcune immagini, ribadendo il mio dispiacere, che credo vi tolgano ogni dubbio

Borse UE Tsipras

Dijsselbloem

…Amen…

GREXIT O MENO, TSIPRAS HA GIA’ VINTO

Social network esplodono al NO greco

Tutto gira intorno ad una parola dal duplice significato: compromesso. La Grecia e la Troika possono raggiungerlo oppure tutto ormai potrebbe essere vano (compromesso, appunto…). E alla luce degli ultimi avvenimenti, la seconda ipotesi, con la conseguente uscita della Grecia dall’euro, è sempre più probabile. Ma comunque vada, io credo che che Tsipras abbia già vinto, pur non avendo vita facile sia restando nell’euro che uscendone… Vi spiego il perché della mia considerazione facendo un po’ di cronistoria della vicenda.

A gennaio si sono tenute le elezioni politiche in Grecia, Tsipras si presenta alla guida di Syriza con un programma alquanto ambiguo ma efficace. Vuole la fine dell’austeritá, una politica per una crescita economica che la Troika, coi suoi crediti nei confronti di Atene, rende impossibile. Ma Syriza e Tsipras VOGLIONO RESTARE NELL’EURO. Vorrebbero far cambiare politica alla Troika, ma solo un sognatore (cosa che Tsipras ha dimostrato di non essere ma di essere, invece, alquanto pragmatico) potrebbe crederlo. Ma il popolo sogna di natura e lo elegge “per acclamazione”. Se Tsipras avesse dichiarato di voler uscire dall’euro non avrebbe avuto questo successo. Vuoi perché gli avversari (che già per paura lo tacciavano di populismo) lo avrebbero screditato accomunandolo alla destra estrema di Alba Dorata, vuoi perché la paura la fa spesso da padrona e non ti aiuta se non ti prepari a dovere il terreno per dominarla ed incanalarla a tuo uso e consumo.

Una volta al governo, Tsipras sceglie come ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, economista docente universitario in terra d’America (Austin), deciso e sfrontato quanto basta per essere tacciato di buffonaggine e dilettantismo dai funzionari e ministri della Troika, che di fatto non lo ritengono gradito nei vertici che li vedono contrapposti.

La situazione si trascina per diversi mesi, tra scene di ordinaria drammaticità per il popolo e per le finanze greche, strozzate dai debiti contratti dai governi precedenti. Il clou arriva però a giugno, allorché la Grecia deve onorare un debito di 1,6 miliardi al Fmi, cosa che viene ritenuta impossibile da Tsipras e Varoufakis, stante le difficoltà economiche ateniesi. Ma la Troika ha pronto l’ennesimo piano di salvataggio, fatto di ulteriori lacrime e sangue (riforme), con nuovi “aiuti” buoni solo a strozzare ancor di più l’economia greca, solo per riuscire ad incassare i crediti, conditi da interessi a doppia cifra.

Qua Tsipras sembra cadere e per la prima volta, dubito della sua strategia. Non accetta il piano della Troika, ma fa una controproposta più morbida (trovate tutto in Grexit, il countdown sta scadendo) ma non di molto, tanto che in Grecia si stavano affilando già i coltelli tra le fila di Syriza stessa. Ma avviene quel che non ti aspetti (e che invece Tsipras sapeva o immaginava?): la Troika non accetta, vuole schiacciare del tutto la testa ai greci. E qua Tsipras tira fuori il colpo di genio del referendum…da svolgersi entro due settimane, senza dare troppo spazio e tempo alla propaganda europeista del SI’ all’accettazione delle condizioni della Troika.

Propaganda che comunque si muove, aiutandosi con la sospensione della liquidità di emergenza alle banche greche della BCE. E qua la paura di cui parlavo prima avrebbe potuto fare la differenza, ma l’ha fatta all’opposto. Sentite ad esempio cosa diceva Varoufakis: “Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vinca”. Insomma, risvegliando l’orgoglio greco il NO ha ottenuto il 61%!!! Risultato schiacciante…

Adesso è la Troika ad invocare Tsipras, a cercare una controproposta ed un accordo. E qua altro colpo di genio del duo Tsipras-Varoufakis. Quest’ultimo, l’indomani della vittoria si dimette per non mettere in difficoltà Tsipras nei negoziati.

Ieri Tsipras si è recato a Strasburgo. Tra applausi e fischi ha dichiarato che gli aiuti finora sono serviti alle banche e non al popolo (qualcuno ha ancora dei dubbi???) ma che farà una controproposta promettendo la riforma delle baby pensioni e la rimodulazione dell’iva, ma ponendo come condizione sine qua non,la ricontrattazione del debito.

Sapete cosa succederà? Saranno proposte molto blande (perché dovrebbe peggiorare quelle rifiutate, alla luce della vittoria referendaria???). Se la Troika accetterà, Tsipras avrà vinto mantenendo anche fede a quel programma elettorale tanto ambiguo. Se invece rifiuterà, tanto peggio per l’UE. Tsipras potrà puntare ancor di più il dito e dire di essere stato sbattuto fuori a forza dall’euro e la Troika dovrà spiegare agli altri Stati che l’indissolubilità dell’euro non era un dogma come si voleva far credere.

Non vi ho detto una cosa molto importante…

In questi mesi, Tsipras ha dialogato spesso con Cina e soprattutto Russia, facendo preoccupare non poco Obama che ha fatto pressioni sulla Troika per la ricontrattazione del debito. Ed ieri a Strasburgo Tsipras ha parlato apertamente di questioni geopolitiche facendo ventilare l’idea che si potrebbero aprire le porte del Mediterraneo a forze che non siano della NATO…

Insomma…

Un piccolo stato guidato da un uomo con un coraggio da leone (per qualcuno persino sconsiderato, cosa che non mi trova d’accordo), che sta tenendo in scacco mezzo mondo. Avesse perso il referendum avrebbe terminato la propria carriera politica facendo sprofondare il suo popolo negli abissi. Oggi invece, comunque vadano le cose, lui ha già vinto!!!

P.S. La vittoria potrebbe risultare con uno scotto enorme da pagare, nel caso in cui le istituzioni europee decidano per il muro contro muro totale senza “aiutare” la Grecia nella fase post euro (nel caso si arrivi a questo). Ciò non significa che la storia tributerà comunque a Tsipras i meriti dovuti

GREXIT, IL COUNTDOWN STA SCADENDO

E così alla fine la rottura tra Tsipras e la Troika si é avverata, nonostante gli spiragli aperti la settimana scorsa facessero pensare ad un accordo ormai imminente. E la cosa incredibile é che un accordo quale quello prospettato, avrebbe rappresentato sicuramente una sconfitta per Tsipras e per il suo popolo, tanto é vero che ad Atene la minoranza interna di Syriza stava già affilando le lame…
Ed invece succede ciò che non ti aspetti, che a far cadere l’accordo sia la Troika (ora Brussels Group…la sostanza non cambia), che non si accontenta di vincere, ma vorrebbe stravincere, imponendo ulteriori sacrifici alla Grecia.

Va ricordato che Tsipras aveva già previsto nella sua proposta una riforma (seppur più morbida di quanto richiesto dalla Troika) delle pensioni, aumenti dell’Iva tranne che per le isole più povere, tagli alla difesa per 200 milioni (a fronte dei 400 richiesti dai creditori), tasse sui beni di lusso e tassa suppletiva del 12% sulle imprese con più di 500.000 € di fatturato, proposta quest’ultima addirittura bocciata dai creditori.
Tutte misure volte a raggiungere l’obiettivo non trascurabile dell’avanzo primario dell’1% che se nn raggiunto avrebbe fatto scattare clausole di salvaguardia con ulteriori tagli alla spesa. Ecco perché Tsipras sembrava aver già perso, tradendo un programma elettorale che diceva in sostanza “Stop all’austerity! Programma che, detto francamente, cozzava non poco col fermo proposito di non abbandonare l’area Euro, a meno di non voler credere all’idea di una Troika che si sarebbe ammorbidita.

Ecco quindi che il referendum indetto da Tsipras stupisce non tanto per l’aspetto di grande democrazia che rappresenta, bensì per il fatto che ammettendo a priori (in campagna elettorale) l’impossibilità di restare nell’euro, tale referendum sarebbe stato totalmente superfluo. Ma forse in fase elettorale faceva ancora paura pensare ad una tale ipotesi e Syriza non avrebbe raggiunto il risultato eccezionale che le permette di governare. Solo così mi posso spiegare le contraddizioni del programma di Tsipras.

Va comunque aggiunto che se Grexit deve essere (per me é solo questione di tempo e neppure molto), meglio che avvenga non per una Grecia sorda ai richiami dell’Eurogruppo e che decide a priori ed unilateralmente di defilarsi, bensì per l’intransigenza dei creditori, ormai più che conclamata.
Basti pensare che non é stata concessa un’ulteriore proroga di 15 giorni a Tsipras per poter svolgere senza problemi (si fa per dire…) il referendum. Referendum che appare oggi, alla luce di questo niet, dall’esito ancor più scontato.

Sarebbe cambiato poco del resto…basti pensare alle prossime scadenze della Grecia, oltre al miliardo e 600 milioni del 30 giugno:
– 13.07 450 milioni da rimborsare al FMI
– 20.07 3,5 miliardi da rimborsare alla BCE
– 01.08 200 milioni da rimborsare al FMI
– 20.08 3,2 miliardi da rimborsare alla BCE
9 miliardi circa…come vedete, il countdown era partito da tempo…

Chiudo con una semplice considerazione…

Forse era destino che partisse  dalla Grecia, culla della civiltà europea e della democrazia, la disgregazione di questa UE, non tenuta insieme dai propositi di fratellanza tra i popoli celebrati dall’Inno alla gioia (leggetevi il mio Inno alla gioia…ma quale gioia?), bensì solo da cinici trattati economici e finanziari.
Speriamo che questo segnale di democrazia che ci arriva dalla Grecia ci faccia capire che la conquista del passaggio dallo stato di sudditi a quello di cittadini non debba mai più essere rimessa in discussione da nessuno!!!

INNO ALLA GIOIA…MA QUALE GIOIA?!

Ha ragione Beppe Grillo, ultimamente lo critico spesso su diverse questioni di comunicazione e di strategia all’interno del M5S, ma questa volta, per me ha pienamente ragione. Ha ragione nel dire che l’Inno alla gioia non dovrebbe rappresentare l’inno di questa Unione Europea. Rappresentare il sentimento di tutti e ripeto tutti i cittadini europei. L’inno alla gioia parla di fratellanza, la gioia è un sentimento che unisce. Cosa tiene unita oggi questa scombussolata Unione Europea se non il dio denaro, più quello a debito che altro? Si parla di fratellanza quando (e noi italiani lo sappiamo bene) Bruxelles ci obbliga al salvataggio dei migranti (e non deve esserci altro obbligo se non quello di coscienza nel farlo), intimandoci di dar loro una buona accoglienza senza però far nulla per darci una mano a creare certe condizioni? I migranti sono solo fratelli di noi italiani o anche dei tedeschi, per citare chi fa sempre la voce grossa all’interno dell’UE?
Che gioia è quella di chi in questi anni (mi riferisco a tutti i PIIGS ma in particolare alla Grecia) si vede affamare la popolazione di un’intero paese (con bambini che svengono in classe per la denutrizione), smantellare la sanità pubblica, con la mancanza di cure ai malati terminali, chi viene tranquillizzato sui propri conti correnti e il giorno dopo se li ritrova depredati come successo ai ciprioti, quando però gli investitori stranieri erano stati avvertiti per tempo ed avevano potuto provvedere a chiudere le proprie linee di credito?
C’è gioia forse nel numero dei disoccupati, specie nei giovani senza un futuro di fronte, o negli imprenditori che non ottengono più credito dal sistema bancario, dopo (in molti casi) aver già provveduto con le proprie risorse a tenere in piedi le proprie aziende? C’è gioia nel leggere sui quotidiani dei morti suicidi (a tutti i livelli) a causa della crisi? Erano queste persone felici forse?
Ora, facciamo alcune riflessioni sull’Inno alla gioia che partono da molto distante, cito Il Manifesto del 10 agosto 2005, non certo tempi di crisi del sistema europeo come oggi:

“L’inno dell’Unione europea…in Francia fu elevato da Romain Rolland, umanisticamente, a ode alla fratellanza di tutte le genti («la Marsigliese dell’umanita`»); nel 1938 fu eseguito come momento culminante dei Reichmusiktage e in seguito per il compleanno di Hitler; nella Cina della rivoluzione culturale, mentre si bollavano i classici europei, fu rivalutato come parte della lotta di classe progressista, mentre nel Giappone di oggi e` diventato un cult in quanto costituito di quello stesso tessuto sociale, per il suo presunto messaggio di «gioia attraverso la sofferenza»; fino agli anni Settanta, vale a dire quando le squadre olimpiche della Germania Ovest e della Germania Est dovevano gareggiare insieme formando un’unica squadra tedesca, l’inno suonato per le loro medaglie d’oro era l’Inno alla gioia e, contemporaneamente, il regime razzista bianco della Rodesia di Ian Smith – che alla fine degli anni Sessanta proclamo` l’indipendenza per mantenere l’apartheid, scelse lo stesso motivo come inno nazionale. Persino Abimael Guzman, il leader (ora in carcere) dell’ultra-terrorista Sendero Luminoso, quando gli fu chiesto quale musica gli piacesse, cito` il quarto movimento della Nona di Beethoven. Così possiamo facilmente immaginare una scena fantastica in cui tutti i nemici giurati, da Hitler a Stalin, da Bush a Saddam, per un momento dimenticano le loro rivalita` e partecipano allo stesso momento magico di estatica fratellanza…
…E se avessimo addomesticato l’ Inno alla gioia eccessivamente? E se ci fossimo troppo abituati a considerarlo un simbolo di gioiosa fratellanza? Cosa avverrebbe se dovessimo considerarlo daccapo, scartando cio` che e` falso?
Non e` forse lo stesso, oggi, per l’Europa? Dopo avere invitato milioni di persone, dal piu` alto al piu` basso (il verme) ad abbracciarsi, la seconda strofa termina sinistramente: «Ma colui che non puo` gioire, si trascini via in lacrime» («Und Wer’s nie gekonnt, der stehle/ Weinend sich aus diesem Bund» )…
Ogni crisi e` in se stessa un’istigazione a un nuovo inizio; ogni crollo di misure strategiche e pragmatiche a breve termine (per la riorganizzazione finanziaria dell’Unione, ecc.) una benedizione nascosta, un’opportunita` di ripensare le stesse fondamenta…bisognerebbe riproporre la domanda «Cos’e` l’Europa?» o , piuttosto, «Cosa significa per noi essere europei?»…Il compito e` difficile, ci costringe a correre il grosso rischio di affrontare l’ignoto. Tuttavia la sua unica alternativa e` una lenta decadenza, la graduale trasformazione dell’Europa in cio` che fu la Grecia per l’impero romano maturo, la meta di un turismo culturale nostalgico senza effettiva rilevanza…”

Insomma, già nel 2005 (un’eternità se pensiamo a come è cambiata la situazione in peggio) ci si domandava cosa è e cosa si vuole dall’Europa e si metteva in discussione l’Inno alla gioia quale inno di fratellanza e di unione, ricordando anche gli aspetti non edificanti dell’uso che ne hanno fatto nella storia personaggi non troppo raccomandabili.
Il mio concetto ormai credo che lo sappiate, l’Unione Europea è morta, per lo meno quella monetaria che ci sta assoggettando sempre più economicamente e politicamente ai paesi nordici e alla Germania (con la nostra perdità di sovranità). Che poco o nulla hanno in comune con noi, sia per quanto riguarda il tessuto economico che quello sociale, per non parlare dell’aspetto culturale. Se due guerre mondiali che hanno avuto il proprio apice e fulcro in Europa mettendo a ferro e fuoco il continente in trent’anni (e parliamo dell’ultimo confilitto risoltosi 70 anni fa, non secoli) hanno reso evidenti tutte queste differenze, forse chi ha votato al referendum del 1989 avrebbe fatto bene a pensarci meglio. Io all’epoca non votavo ancora ma probabilmente, lo ammetto, sarei stato tra la maggioranza di coloro che votarono per l’adesione all’unione monetaria. Ed avrei sbagliato in pieno. Ora Renzi fa la voce grossa, buona più ad uso interno (Italia) che per una reale tattica europea, già bollata da Olanda e Germania in primis. Non si otterrà nulla se non mostrare i muscoli e farsi belli in terra patria, dove già i media osannano il #cambiaverso anche in Europa. E’ vero, Monti e Letta neanche si sono mai sognati di parlare così di fronte al Parlamento Europeo, ma il nostro premier sa benissimo di quanto saranno ascoltate le sue parole e i suoi rimbrotti: ZERO! Solo una cosa potrebbe spaventare lor signori, quello che Renzi ha già detto in Italia (ma credendoci???!!!) ma che ancora non osa a Bruxelles. O si cambia verso veramente o tenetevi la moneta unica. Solo allora potrò davvero nutrire in lui qualche speranza

Gli ultimi dei primi o i primi degli ultimi? (Settimana 49)

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Il tema di cui voglio trattare questa settimana è quello ripreso da Grillo e dal M5S al Vday di domenica scorsa e cioè quello sulla permanenza o meno dell’Italia nell’area euro. Non essendo io né un economista né un operatore finanziario, non potrò far altro che aiutarmi di alcuni dati estrapolati dalla rete ed usare quel poco di buon senso di cui mi ha dotato madre natura. Nonché fare i classici conti della serva che tutti siamo abituati a fare nelle nostre case e nelle nostre aziende. Mi piace poi più che dare delle risposte, fare a tutti delle domande, alle quali ognuno risponderà come meglio crede e seguendo i propri ragionamenti. Inizio partendo dai temi finanziari ed economici della questione. La voce degli europeisti più convinti è quella secondo cui con l’uscita dall’euro, gli investitori stranieri dismetteranno i propri investimenti sul debito pubblico italiano. Potrebbe essere, non abbiamo le prove del contrario. Ma sapete che questo processo è già in corso? Nell’arco di due anni, da metà 2011 in poi, gli investitori stranieri, hanno già cominciato a vendere i nostri Btp, con l’effetto di una salita repentina dello spread Btp-Bund tedeschi e con le conseguenze politiche che tutti conosciamo. L’austerità imposta da Monti ha calmato un po’ i mercati, tanto che lo spread è sceso. E col governo Letta la cosa sta andando avanti nello stesso modo. Eppure, salvo piccoli cambiamenti momentanei, gli stranieri hanno continuato a vendere, i francesi in primis, ma non per problemi di solidità dell’Italia, per problemi di liquidità e solidità delle proprie banche, le prime a non reggere gli stress test imposti dalla Bce. Sta di fatto che dal 2011 ad oggi (dati di settembre 2013), gli stranieri che prima detenevano circa il 50% del nostro debito oggi ne hanno circa il 30%. Ed io lo vedo come un segnale tutto sommato positivo. Più il debito sarà in mano nostra e più saremo liberi di decidere le sorti della nostra economia e meno vincolati alle scelte e alle regole della Bce e della Merkel, vera ispiratrice della politica economica europea. Basti pensare al Giappone, con un rapporto debito-Pil del 250% contro il 130% di quello italiano, ma con debito tutto in mano nazionale ed un’economia migliore della nostra con un pil positivo negli ultimi anni, se si eccettua il periodo post tsunami. E teniamo conto che se il debito sarà interamente o quasi interamente in nostre mani, gli italiani sono quelli in Europa col maggior risparmio e col minor indebitamento privato pro-capite. Per cui si avrebbe un debito complessivo alto ma solvibile in qualsiasi momento (cosa forse non fatta notare abbastanza ai tedeschi dai nostri politici in questi anni). Ma poi siamo così sicuri che stando così le cose, gli investitori stranieri ci mollerebbero del tutto? Io credo di no, anche perché la resa dei nostri titoli pubblici, ad oggi è ben diversa da quella dei titoli tedeschi, per i quali si è arrivati addirittura al paradosso di avere tassi d’interesse negativi. Altra critica di chi crede sia giusto restare nell’euro è quella che in seguito ad un ritorno alla moneta nazionale, svalutata (di quanto lo si dovrà vedere) rispetto all’euro, aumenterà l’inflazione in seguito all’aumento delle materie prime di cui l’Italia è notoriamente scarsa e che arrivano in gran parte dall’estero. Intanto chiediamoci come mai, d’altro canto, con l’ingresso nell’euro, non abbiamo visto affatto diminuire né la benzina né l’energia elettrica. Ci siamo trovati di fronte ad una speculazione incredibile, tanto che, per i famosi conti della serva, la frase più ricorrente sentita da tutti era che quel che costava mille lire all’improvviso è costato un euro. Detto questo, il discorso inflazione potrebbe essere comunque vero, anche se l’acquisto all’estero degli approvvigionamenti energetici, in questo caso, dovrebbe essere ricontrattato dalle nostre forze politiche, senza più vincoli europei. È ovvio che oggi, per un discorso di partnership, prima devo rivolgermi alla Germania, se lei ha quello di cui ho bisogno (penso ad esempio al ferro o al carbone), ma se io mi libero di certi vincoli, è altrettanto ovvio che posso cercarmi ciò di cui ho bisogno altrove, trattando il prezzo col venditore. E sulle materie prime voglio approfondire anche un altro discorso che riguarda le nostre esportazioni. Ho anche sentito da qualcuno, per conto mio in piena malafede, che pagando di più le materie prime, non è vero che il mio prodotto venduto all’estero verrà a costare meno e quindi trovare più sbocchi commerciali. Se guardo al mio lavoro (ma credo che per ogni azienda manifatturiera sia così), si tratta di una balla colossale. Ammettiamo che la svalutazione della futura lira sia di un 30% rispetto all’euro. Nel mio caso la materia prima lavorata, ammettendo che arrivi tutta dal mercato estero (anche se non è così), non incide sul prodotto finito più del 30-40%. Prendiamo per buono il 40%. Lasciando da parte il discorso più complesso dei costi fissi e variabili dell’azienda, per il resto incide la manodopera. Dovrei tenere conto anche dell’energia elettrica e del gas, che però hanno un’incidenza irrisoria che rientra senza dubbio nel fatto che ho tenuto come limite massimo (40%) quello delle materie prime. Tenendo fermo il costo della manodopera, ecco che il mio prodotto finale aumenterà del 12% (il 30% di 40), ma io potrò svalutare del 30% sui mercati esteri il mio prezzo finale. Che se prima valeva 100, ora varrá 112 meno il 30%. E cioè 78,4, più del 20% in meno. Col risultato che molto probabilmente chi prima comprava ad esempio un prodotto tedesco, tornerà a comprare italiano. Secondo voi, seguendo l’esempio di un amico che mi ha aiutato nel formulare questi ragionamenti, uno straniero, magari di un paese un po’ più arretrato del nostro, che si trova a comprare un’auto, tra una Golf e una Punto, a parità di prezzo, cosa sta comprando? Ma se la Punto costasse meno del 20%, le cose cambierebbero. Senza contare che libero dal patto di stabilità che sta strangolando la nostra economia, potrei forse, con la volontà politica di farlo, far calare il costo della manodopera, investendo seriamente sulla riduzione del costo del lavoro e non con una manovra tipo quella attuale del cuneo fiscale che non è altro che fumo negli occhi. Da un punto di vista politico poi, potremmo finalmente tornare a riprenderci quell’autonomia che attualmente manca alla nostra nazione, la famosa sovranità politica ed economica di cui si parla tanto. Diciamoci la verità, chi non trova avvilente vedere prima Monti, poi Letta e domani chissà chi, andare in pellegrinaggio a Berlino o a Bruxelles per mostrare i nostri passi avanti nel risanamento, con un paese quasi alla fame, e per avere ancora credibilità e fiducia? E continuando sulle domande, alla luce di quanto detto, conviene di più all’Italia o alla Germania, che noi si resti nell’euro? Perché la Germania e la Bce continuano a foraggiare la Grecia purché non esca? E perché in Italia gli europeisti più convinti sono l’alta finanza e la grande industria? Forse perché i primi in presenza di mercati deboli all’interno di un’area estesa e con grossi capitali come quella dell’area euro, possono speculare meglio? Sarà forse perché i secondi, in mancanza di barriere doganali, hanno meno vincoli ad esportare ciò che intanto in gran parte possono produrre (come fanno giá) all’estero, in Romania, Bulgaria, Serbia (v. ultimi investimenti Fiat) dove il costo del lavoro è più basso? E se un tedesco guadagna 3000 € al mese e un italiano la metà, fatto salvo il costo della vita che però non mi risulta essere doppio quello della Germania rispetto a quello dell’Italia (anzi, http://espresso.repubblica.it/affari/2012/02/28/news/prezzi-e-stipendi-italiani-beffati-1.40942) e il fatto che in Germania la spesa per il welfare è più alta che in Italia (http://www.senzasoste.it/politica/welfare-da-rifare-in-italia-si-spende-gia-meno-che-da-altre-parti), in quanto tempo la Germania sarà in grado di comprarsi l’Italia? Ed inoltre che senso ha quindi un’unione monetaria in cui, appunto, la moneta è la stessa, ma gli altri parametri finanziari ed economici sono diversi da stato a stato? Gli stati federali degli USA hanno tutti gli stessi tassi d’interesse sul debito, qua in Europa, per continuare a citare Italia e Germania, i nostri tassi sono al 5% e in Germania all’1%. Perché allora gli europeisti più convinti non sono in grado di alzare la voce e chiedere “più Europa” (con una Bce che si faccia carico di tutti i debiti nazionali e li ripartisca) e non questa via di mezzo, né carne né pesce, in cui le economie più povere saranno sempre più povere ed alla mercè di quelle più forti? Lo dico con una battuta cinica: al mondo c’è sempre stato bisogno dei poveri perché i ricchi esistessero e fossero sempre più ricchi. E la Germania questo l’ha capito prima di noi. Per cui, se devo e potrò scegliere, preferisco tornare ad essere uno dei primi tra gli ultimi piuttosto che uno degli ultimi tra i primi

P.s. Un grazie all’amico citato in precedenza che umilmente preferisce restare nell’ombra. Degli eventuali strafalcioni me ne assumo ovviamente tutta la responsabilità